{"id":232296,"date":"2026-05-26T07:49:04","date_gmt":"2026-05-26T07:49:04","guid":{"rendered":"https:\/\/www.townews.it\/?p=232296"},"modified":"2026-05-26T07:49:05","modified_gmt":"2026-05-26T07:49:05","slug":"quando-le-democrazie-parlano-senza-agire","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.townews.it\/?p=232296","title":{"rendered":"QUANDO LE DEMOCRAZIE PARLANO SENZA AGIRE"},"content":{"rendered":"\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Gaza, la flottiglia e l\u2019assuefazione morale dell\u2019Occidente<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il forte interesse suscitato dal mio post sulla flottiglia diretta verso Gaza, cos\u00ec come la profondit\u00e0, la<br>qualit\u00e0 e l\u2019intensit\u00e0 umana dei moltissimi commenti ricevuti, meritano una riflessione pi\u00f9 ampia e<br>strutturata.<br>Per questo ho pensato di condividere questo articolo, nel quale alcuni lettori diventano parte<br>integrante dell\u2019approfondimento stesso attraverso le domande e gli spunti emersi nel dibattito. Un<br>modo non soltanto per sviluppare ulteriormente il tema, ma anche per ringraziare tutti coloro che<br>hanno partecipato con sensibilit\u00e0, spirito critico e autentico coinvolgimento umano a una<br>discussione tanto complessa quanto necessaria.<br>Perch\u00e9 raramente, negli ultimi tempi, ho visto emergere con tale forza un bisogno cos\u00ec diffuso di<br>interrogarsi non soltanto sugli eventi in s\u00e9, ma sul significato pi\u00f9 profondo di ci\u00f2 che essi stanno<br>rivelando riguardo alla nostra epoca, alle democrazie occidentali, alla politica internazionale e<br>persino alla nostra stessa coscienza collettiva.<br>Al di l\u00e0 delle inevitabili polarizzazioni, delle appartenenze ideologiche, delle letture geopolitiche<br>contrapposte o delle differenti sensibilit\u00e0 politiche, ci\u00f2 che emerge infatti con straordinaria evidenza<br>\u00e8 soprattutto un disagio umano e morale molto profondo. Una sensazione crescente che qualcosa si<br>stia progressivamente incrinando nel rapporto tra politica, diritto internazionale, informazione,<br>diplomazia e percezione umana della sofferenza.<br>Come se il mondo contemporaneo stesse lentamente perdendo la capacit\u00e0 di distinguere con<br>chiarezza il confine tra realismo geopolitico e assuefazione morale, tra difesa legittima e<br>disumanizzazione dell\u2019altro, tra informazione e saturazione emotiva, tra diplomazia e semplice<br>gestione comunicativa delle crisi.<br>Ed \u00e8 forse proprio questo il punto centrale.<br>La vicenda della flottiglia ha improvvisamente riacceso attenzione mediatica globale, indignazione<br>diplomatica, dichiarazioni ufficiali, prese di posizione governative e dibattito pubblico<br>internazionale. Attivisti fermati, tensioni in mare, reazioni politiche immediate: improvvisamente<br>Gaza \u00e8 tornata al centro della scena mondiale.<br>Ma \u00e8 impossibile non porsi una domanda tanto semplice quanto inquietante: perch\u00e9 \u00e8 stato<br>necessario tutto questo? Perch\u00e9 mesi di devastazione, immagini di civili uccisi, bambini feriti,<br>famiglie distrutte, fame, malattie e sofferenza quotidiana non erano riusciti da soli a produrre la<br>stessa intensit\u00e0 di attenzione politica e mediatica?<br>Qui emerge probabilmente il nodo pi\u00f9 profondo e inquietante del nostro tempo: il rischio crescente<br>dell\u2019assuefazione morale collettiva.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">La normalizzazione dell\u2019orrore<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Viviamo immersi in un flusso continuo e ininterrotto di immagini, tragedie, guerre, violenze, crisi<br>umanitarie, indignazioni mediatiche e conflitti permanenti. Ogni giorno scorrono davanti ai nostri<br>occhi citt\u00e0 bombardate, corpi senza vita, bambini feriti, attentati, odio ideologico, tensioni sociali e<br>un\u2019aggressivit\u00e0 diffusa che sembra ormai attraversare ogni livello della comunicazione<br>contemporanea, dalla geopolitica ai social network.<br>\u00c8 come se l\u2019umanit\u00e0 contemporanea fosse entrata in una condizione di esposizione permanente al<br>trauma.<br>Questa sovraesposizione emotiva e psicologica rischia lentamente di anestetizzare la coscienza<br>collettiva. Non perch\u00e9 l\u2019essere umano smetta realmente di provare empatia o di sentire il dolore<br>altrui, ma perch\u00e9 finisce progressivamente per non riuscire pi\u00f9 a elaborarlo in profondit\u00e0. Il<br>problema infatti non \u00e8 l\u2019assenza di emozione, ma il suo eccesso continuo. Un accumulo incessante<br>di immagini, tensioni, paure e tragedie che la mente umana fatica ormai a metabolizzare.<br>Ogni evento drammatico viene rapidamente sostituito dal successivo. Ogni indignazione dura lo<br>spazio di un ciclo mediatico. Ogni orrore viene sommerso da un nuovo orrore ancora pi\u00f9 estremo,<br>pi\u00f9 violento, pi\u00f9 scioccante.<br>Un lettore osservava con grande lucidit\u00e0 come oggi siamo talmente immersi nella violenza verbale,<br>visiva e psicologica da non avere nemmeno pi\u00f9 il tempo di processare umanamente un evento prima<br>che ne sopraggiunga immediatamente un altro. Una riflessione estremamente significativa, perch\u00e9<br>coglie uno degli aspetti pi\u00f9 pericolosi della nostra epoca: la saturazione emotiva permanente.<br>E proprio questa saturazione rischia lentamente di produrre un progressivo annichilimento della<br>capacit\u00e0 di indignarsi davvero. Non smettiamo di guardare, di commentare, di discutere o di<br>schierarci. Ma qualcosa, interiormente, si consuma. Perch\u00e9 l\u2019essere umano non \u00e8 stato costruito per<br>vivere costantemente immerso nella percezione globale del dolore del mondo senza pagarne<br>conseguenze interiori.<br>Il rischio pi\u00f9 inquietante del nostro tempo non \u00e8 soltanto la guerra in s\u00e9, ma la normalizzazione<br>interiore dell\u2019orrore.<br>\u00c8 il momento in cui ci\u00f2 che avrebbe dovuto sconvolgerci profondamente comincia lentamente a<br>diventare parte stabile del paesaggio quotidiano. Qualcosa che continua a colpirci razionalmente,<br>ma che non riesce pi\u00f9 a mobilitare la stessa profondit\u00e0 morale, emotiva e spirituale.<br>\u00c8 questa la forma pi\u00f9 subdola di impoverimento morale di una civilt\u00e0. Perch\u00e9 una societ\u00e0 non perde<br>necessariamente la propria umanit\u00e0 soltanto quando compie il male. Talvolta comincia a perderla<br>molto prima: nel momento in cui si abitua progressivamente a convivere con il dolore degli<br>innocenti senza riuscire pi\u00f9 a sentirne fino in fondo il peso umano.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Non solo Gaza <\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Naturalmente il tema non riguarda soltanto Gaza.<br>Molti commenti ricevuti hanno richiamato l\u2019attenzione su un aspetto estremamente importante e<br>spesso rimosso dal dibattito pubblico occidentale: il mondo contemporaneo \u00e8 attraversato da decine<br>di crisi umanitarie che consumano quotidianamente sofferenze immense quasi nel silenzio generale.<br>Il Darfur, vaste aree africane devastate da guerre civili, fame e instabilit\u00e0 permanente, persecuzioni<br>etniche e religiose, popolazioni abbandonate da anni a condizioni disumane, conflitti dimenticati<br>che continuano a produrre morti, sfollati, violenze e disperazione senza riuscire quasi mai a entrare<br>realmente nella coscienza collettiva dell\u2019Occidente.<br>Ed \u00e8 inevitabile che, davanti a questa realt\u00e0, sorga una domanda tanto scomoda quanto legittima:<br>perch\u00e9 alcune tragedie riescono improvvisamente a mobilitare attenzione globale, indignazione<br>politica, campagne mediatiche e forte partecipazione emotiva, mentre altre rimangono quasi<br>invisibili pur producendo sofferenze umane enormi? Perch\u00e9 esistono flottiglie, mobilitazioni<br>simboliche, pressioni diplomatiche e grandi narrazioni mediatiche per alcune crisi, mentre su altre<br>cala un silenzio quasi assoluto?<br>La risposta probabilmente \u00e8 molto pi\u00f9 complessa di quanto si voglia ammettere, perch\u00e9 entrano in<br>gioco il peso geopolitico delle aree coinvolte, gli equilibri strategici internazionali, gli interessi<br>economici, la rilevanza energetica, le alleanze storiche, le polarizzazioni ideologiche e perfino la<br>capacit\u00e0 narrativa delle singole crisi di entrare nell\u2019immaginario emotivo occidentale. Alcune<br>tragedie diventano simboli globali, altre rimangono periferia invisibile dell\u2019umanit\u00e0.<br>Anche il sistema mediatico contemporaneo esercita un ruolo enorme in questa dinamica. Alcune<br>immagini possiedono una forza narrativa capace di attraversare immediatamente il mondo e di<br>imporre il tema all\u2019attenzione collettiva; altre sofferenze, magari ancora pi\u00f9 vaste e prolungate,<br>rimangono invece prive di quella capacit\u00e0 comunicativa necessaria per rompere il muro<br>dell\u2019indifferenza globale.<br>Il rischio pi\u00f9 inquietante \u00e8 che la visibilit\u00e0 del dolore umano finisca progressivamente per dipendere<br>dalla sua capacit\u00e0 di produrre impatto mediatico, polarizzazione politica o interesse strategico.<br>Ma il fatto che esistano molte sofferenze dimenticate non dovrebbe mai portarci a relativizzare<br>quella di Gaza, cos\u00ec come la tragedia di Gaza non dovrebbe impedirci di vedere le altre tragedie del<br>mondo. Al contrario, dovrebbe spingerci ad allargare lo sguardo e a interrogarci sulla crescente<br>incapacit\u00e0 del sistema internazionale, della politica e perfino dell\u2019opinione pubblica globale di<br>mantenere una sensibilit\u00e0 umana coerente davanti alle tragedie contemporanee.<br>Perch\u00e9 quando il dolore degli innocenti diventa selettivamente visibile, anche la coscienza morale<br>rischia lentamente di diventare selettiva. E quando una civilt\u00e0 comincia inconsapevolmente a<br>stabilire quali sofferenze meritino attenzione e quali possano invece essere assorbite dal silenzio,<br>allora il problema non riguarda pi\u00f9 soltanto la geopolitica o l\u2019informazione, ma la credibilit\u00e0 morale<br>stessa delle democrazie occidentali e il rapporto sempre pi\u00f9 fragile tra i valori proclamati e la loro<br>reale applicazione nel mondo contemporaneo.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">La doppia morale<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Molti commenti hanno insistito su un punto estremamente duro ma difficilmente ignorabile: la<br>percezione crescente di una doppia morale nell\u2019applicazione del diritto internazionale.<br>Le regole esistono. I trattati esistono. Le convenzioni internazionali esistono. Esistono corti<br>internazionali, organismi multilaterali, risoluzioni, principi universalmente proclamati e un\u2019intera<br>architettura giuridica costruita, almeno teoricamente, per impedire che il mondo ripiombi nelle<br>logiche pi\u00f9 brutali della storia del Novecento.<br>Eppure la sensazione sempre pi\u00f9 diffusa, non soltanto nelle opinioni pubbliche occidentali ma<br>anche in gran parte del mondo, \u00e8 che l\u2019applicazione concreta di quei principi dipenda troppo spesso<br>dagli equilibri di forza, dalle alleanze strategiche, dagli interessi economici e dalle convenienze<br>geopolitiche del momento.<br>\u00c8 una percezione devastante per la credibilit\u00e0 dell\u2019Occidente.<br>Perch\u00e9 quando i principi sembrano valere soltanto in determinate circostanze o per determinati<br>attori, inevitabilmente cresce l\u2019impressione che il diritto internazionale non sia pi\u00f9 realmente<br>universale, ma subordinato ai rapporti di potere.<br>Per decenni l\u2019Occidente ha costruito la propria autorevolezza internazionale non soltanto sulla forza<br>economica, tecnologica o militare, ma anche sull\u2019idea di rappresentare un modello fondato sul<br>diritto, sulle libert\u00e0 individuali, sulla tutela dei diritti umani e sulla centralit\u00e0 delle regole condivise.<br>Quando per\u00f2 l\u2019applicazione di quei principi appare selettiva, intermittente o condizionata dagli<br>interessi strategici, inevitabilmente si incrina qualcosa di molto pi\u00f9 profondo della semplice<br>immagine politica internazionale. Si incrina la fiducia stessa nell\u2019universalit\u00e0 dei valori proclamati.<br>Naturalmente sarebbe ingenuo immaginare che la geopolitica sia mai stata governata soltanto dalla<br>morale. Gli Stati hanno sempre perseguito interessi strategici, sicurezza nazionale, equilibri<br>regionali, approvvigionamenti energetici, influenza economica e vantaggi geopolitici. \u00c8 sempre<br>stato cos\u00ec e probabilmente continuer\u00e0 a esserlo.<br>Ma senza almeno una coerenza minima tra i principi dichiarati e il loro utilizzo concreto, le<br>democrazie rischiano progressivamente di perdere autorevolezza morale sia verso l\u2019esterno sia<br>verso le proprie stesse opinioni pubbliche. E quando le persone smettono di percepire coerenza tra i<br>valori proclamati e le azioni reali, cresce inevitabilmente il senso di sfiducia, disillusione e cinismo<br>verso la politica internazionale.<br>Ed \u00e8 proprio questo uno degli aspetti pi\u00f9 delicati e inquietanti della situazione attuale.<br>Quando la politica perde autorevolezza morale e la diplomazia internazionale appare incapace di<br>incidere realmente sugli eventi, cresce inevitabilmente la percezione di un vuoto politico e umano.<br>\u00c8 dentro questo spazio che si inseriscono le iniziative simboliche, l\u2019attivismo mediatico, le<br>mobilitazioni emotive e il bisogno collettivo di trovare nuovi strumenti attraverso cui esprimere<br>indignazione, pressione o richiesta di giustizia.<br>In altre parole, il problema non \u00e8 soltanto ci\u00f2 che fanno gli attivisti. Il problema \u00e8 il motivo per cui<br>una parte crescente dell\u2019opinione pubblica percepisce che, senza quei gesti simbolici, il mondo<br>rischierebbe semplicemente di continuare a voltarsi dall\u2019altra parte.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">La strumentalizzazione dell\u2019attivismo<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Esiste per\u00f2 anche un altro elemento estremamente delicato, emerso con forza in molti commenti: il<br>rischio di una progressiva strumentalizzazione politica e mediatica degli attivisti e delle iniziative<br>umanitarie.<br>\u00c8 un tema complesso, scomodo e inevitabilmente divisivo, ma proprio per questo merita di essere<br>affrontato senza riflessi ideologici automatici. Perch\u00e9 \u00e8 inevitabile che qualcuno si domandi quanto,<br>dietro certe azioni altamente mediatizzate, vi sia autentica spinta umanitaria e quanto invece volont\u00e0<br>di costruire una narrazione politica, identitaria o ideologica. \u00c8 una domanda legittima, cos\u00ec come \u00e8<br>legittimo interrogarsi sul rischio che il gesto umanitario si trasformi progressivamente in<br>provocazione simbolica studiata per generare immagini forti, reazioni internazionali, tensione<br>diplomatica e polarizzazione emotiva globale.<br>Viviamo infatti in un\u2019epoca nella quale la comunicazione non accompagna pi\u00f9 semplicemente gli<br>eventi, ma tende sempre pi\u00f9 a costruirne il significato pubblico. In questo contesto anche<br>l\u2019umanitario rischia inevitabilmente di essere assorbito dentro dinamiche narrative sempre pi\u00f9<br>polarizzate, dove ogni immagine diventa simbolo, ogni gesto dichiarazione politica e ogni tragedia<br>terreno di scontro emotivo globale.<br>Quando le istituzioni internazionali, la diplomazia e i governi democratici appaiono immobili,<br>ambigui, paralizzati o incapaci di affrontare efficacemente le crisi contemporanee, inevitabilmente<br>cresce lo spazio occupato dalla comunicazione, dall\u2019attivismo simbolico e dalla mobilitazione<br>emotiva permanente. Da una parte aumenta infatti la sfiducia verso la politica tradizionale,<br>percepita come lenta, contraddittoria o impotente; dall\u2019altra diventano sempre pi\u00f9 centrali soggetti<br>capaci di esercitare soprattutto una pressione simbolica e narrativa, spesso molto pi\u00f9 efficace sul<br>piano emotivo della reale capacit\u00e0 operativa delle istituzioni.<br>\u00c8 una trasformazione profonda delle democrazie contemporanee.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Il rumore delle democrazie<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Molti lettori hanno osservato con grande lucidit\u00e0 come oggi le democrazie occidentali non tacciano<br>affatto. Al contrario, parlano continuamente. Producono dichiarazioni ufficiali, vertic<br>internazionali, richiami diplomatici, condanne formali, appelli umanitari e indignazioni rituali quasi<br>quotidiane. Eppure, nonostante questa continua produzione di parole, l\u2019impressione crescente \u00e8 che<br>tutto questo generi soprattutto la percezione del movimento, non il movimento reale.<br>\u00c8 la politica del \u201cparlare senza agire\u201d.<br>Una dinamica nella quale la gestione della percezione pubblica tende progressivamente a sostituire<br>la sostanza dell\u2019azione politica concreta. Le parole si moltiplicano mentre la capacit\u00e0 reale di<br>incidere sugli eventi appare sempre pi\u00f9 fragile, lenta o paralizzata dagli equilibri geopolitici.<br>Ed \u00e8 probabilmente proprio questo scarto crescente tra linguaggio ufficiale e realt\u00e0 percepita ad<br>alimentare sfiducia, disillusione e radicalizzazione. Perch\u00e9 quando le parole perdono<br>progressivamente credibilit\u00e0, inevitabilmente cresce lo spazio delle semplificazioni estreme, delle<br>narrazioni assolute e delle letture identitarie dei conflitti.<br>In questo clima aumenta il rischio di leggere tragedie storicamente complesse attraverso categorie<br>sempre pi\u00f9 polarizzate, nelle quali la disumanizzazione reciproca torna lentamente a riaffacciarsi.<br>Ed \u00e8 proprio qui che emerge un rischio estremamente delicato e storicamente pericoloso: quello che<br>la critica legittima alle politiche del governo israeliano degeneri progressivamente in antisemitismo<br>diffuso.<br>Una distinzione fondamentale che deve essere preservata con assoluta chiarezza.<br>Criticare Netanyahu o Ben-Gvir non significa criticare il popolo ebraico nella sua interezza. Cos\u00ec<br>come denunciare le sofferenze della popolazione civile palestinese non equivale automaticamente a<br>giustificare Hamas o il terrorismo. Allo stesso modo, difendere Israele dal terrorismo e riconoscere<br>il trauma profondissimo subito il 7 ottobre non pu\u00f2 significare considerare automaticamente<br>terrorista un\u2019intera popolazione civile palestinese composta anche da bambini, donne, anziani e<br>persone che nulla hanno a che vedere con l\u2019estremismo armato.<br>Perch\u00e9 \u00e8 sempre nella disumanizzazione dell\u2019altro che iniziano le derive pi\u00f9 pericolose della storia<br>umana.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Riconoscere l\u2019Umanit\u00e0<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ogni volta che un popolo smette di vedere esseri umani nell\u2019altro campo e comincia a vedere<br>soltanto categorie astratte, nemici collettivi o identit\u00e0 assolute, il rischio di scivolare verso<br>dinamiche incontrollabili cresce enormemente. La storia europea del Novecento avrebbe dovuto<br>insegnarci proprio questo: le grandi tragedie non iniziano improvvisamente con i massacri, ma<br>molto prima, nel linguaggio, nella progressiva erosione dell\u2019empatia, nell\u2019assuefazione alla<br>sofferenza dell\u2019altro e nella costruzione culturale della sua disumanizzazione.<br>A questo punto il tema smette definitivamente di essere soltanto geopolitico e rivela invece la sua<br>natura pi\u00f9 profonda. Ci\u00f2 che oggi \u00e8 realmente in gioco non riguarda soltanto gli equilibri del Medio<br>Oriente o la stabilit\u00e0 internazionale, ma la capacit\u00e0 stessa delle societ\u00e0 contemporanee di mantenere<br>viva una percezione autenticamente umana dell\u2019altro anche dentro le contrapposizioni pi\u00f9<br>drammatiche.<br>La vera sfida della nostra epoca \u00e8 probabilmente questa: riuscire a difendere sicurezza, identit\u00e0,<br>valori e interessi senza perdere progressivamente la capacit\u00e0 di riconoscere l\u2019umanit\u00e0 anche nel<br>volto di chi percepiamo come nemico.<br>Un commento particolarmente profondo osservava come i grandi processi di degrado morale non<br>inizino improvvisamente con gli eventi estremi, ma molto prima: nelle piccole rinunce quotidiane<br>alla verit\u00e0, nel silenzio davanti alle ingiustizie, nell\u2019abitudine a voltarsi dall\u2019altra parte quando il<br>problema colpisce altri e non noi stessi.<br>\u00c8 una riflessione che merita attenzione, perch\u00e9 la storia dell\u2019umanit\u00e0 mostra con impressionante<br>continuit\u00e0 come le grandi derive non nascano quasi mai all\u2019improvviso. Raramente il male irrompe<br>nella storia in forma immediatamente evidente e riconoscibile. Molto pi\u00f9 spesso cresce lentamente,<br>quasi impercettibilmente, attraverso l\u2019assuefazione progressiva, la normalizzazione<br>dell\u2019inaccettabile, il compromesso morale quotidiano, la convenienza, la paura di esporsi, il<br>desiderio di proteggere il proprio spazio personale anche a costo di ignorare il dolore altrui.<br>Il male raramente si alimenta soltanto attraverso la forza dei carnefici. Molto pi\u00f9 spesso cresce<br>attraverso il silenzio, l\u2019indifferenza, l\u2019opportunismo o la stanchezza morale di chi pensa di poter<br>restare esterno agli eventi. Ed \u00e8 probabilmente questa una delle lezioni pi\u00f9 profonde e pi\u00f9<br>inquietanti che il Novecento avrebbe dovuto lasciare in eredit\u00e0 alla coscienza collettiva<br>dell\u2019umanit\u00e0.<br>Perch\u00e9 ogni civilt\u00e0 vive costantemente dentro una tensione invisibile ma permanente tra luce e buio.<br>Da una parte esiste la capacit\u00e0 di mantenere empatia, senso del limite, equilibrio, coscienza,<br>profondit\u00e0 umana e capacit\u00e0 di riconoscere dignit\u00e0 anche nell\u2019altro. Dall\u2019altra cresce continuamente<br>il rischio della paura, dell\u2019odio, della radicalizzazione, del cinismo, della disumanizzazione e della<br>progressiva perdita della sensibilit\u00e0 morale.<br>Il rischio pi\u00f9 grave del nostro tempo \u00e8 questo: non soltanto la violenza materiale delle guerre, ma<br>l\u2019abitudine interiore all\u2019orrore.<br>Il momento in cui ci\u00f2 che avrebbe dovuto sconvolgerci profondamente comincia lentamente a<br>diventare parte stabile del paesaggio quotidiano. Quando il dolore degli innocenti smette<br>progressivamente di essere percepito come una ferita umana universale e si trasforma invece in<br>statistica, rumore di fondo, contenuto mediatico, elemento permanente del flusso informativo<br>globale.<br>\u00c8 l\u00ec che qualcosa comincia davvero a spegnersi.<br>Perch\u00e9 una societ\u00e0 non perde necessariamente la propria umanit\u00e0 soltanto quando compie il male.<br>Talvolta inizia a perderla molto prima: nel momento in cui si abitua progressivamente a convivere<br>con la sofferenza dell\u2019altro senza riuscire pi\u00f9 a sentirne fino in fondo il peso umano.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">\u201cTu sei un intero oceano in una goccia\u201d<\/h2>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A questo punto il tema smette definitivamente di riguardare soltanto Gaza, Israele, l\u2019Occidente, le<br>flottiglie o la geopolitica. Il punto pi\u00f9 profondo riguarda l\u2019essere umano e ci\u00f2 che accade dentro di<br>noi quando smettiamo lentamente di percepire che la ferita dell\u2019altro riguarda anche noi. Quando il<br>dolore di bambini, civili e innocenti, indipendentemente dalla loro appartenenza, smette di<br>interrogarci interiormente e viene assorbito dentro la logica delle appartenenze, delle tifoserie<br>geopolitiche o delle convenienze narrative.<br>Qui ritorna anche il senso pi\u00f9 profondo del titolo del mio libro: Tu sei un intero oceano in una<br>goccia. Un titolo carpito da un toccante passaggio della poesia \u201cL\u00e0 fuori\u201d del poeta mistico persiano<br>Gial\u0101l ad-D\u012bn R\u016bm\u012b (Balkh 1207 &#8211; Konya 1273).<br>Perch\u00e9 ogni essere umano, al di l\u00e0 delle appartenenze politiche, religiose, etniche o nazionali,<br>partecipa a qualcosa di immensamente pi\u00f9 grande. Esiste una dimensione interiore, invisibile e<br>immateriale che ci unisce molto pi\u00f9 profondamente di quanto le divisioni della storia riescano a<br>separarci.<br>La scienza stessa, in fondo, ci mostra continuamente immagini straordinarie di questa unit\u00e0<br>profonda. Una singola cellula contiene il DNA dell\u2019intero organismo. Dentro una parte<br>infinitesimale \u00e8 custodita l\u2019informazione dell\u2019intera vita. Allo stesso modo, ogni essere umano porta<br>dentro di s\u00e9 lo specchio dell\u2019intera umanit\u00e0.<br>Non siamo semplici gocce, ma gocce che contengono un intero e comune oceano.<br>Per questo il dolore degli innocenti, ovunque essi siano, non pu\u00f2 mai essere veramente estraneo.<br>Ogni volta che una civilt\u00e0 si abitua alla sofferenza dell\u2019altro, ogni volta che smette di riconoscere<br>l\u2019umanit\u00e0 anche nel volto del nemico, qualcosa si oscura non soltanto fuori di noi, ma dentro di noi.<br>Questa \u00e8 la vera battaglia del nostro tempo. Non soltanto una battaglia geopolitica, militare o<br>ideologica, ma una battaglia interiore e civile per non perdere quella connessione profonda che ci<br>rende esseri umani prima ancora che cittadini, elettori, credenti o appartenenti a una parte.<br>Perch\u00e9 nel momento in cui dimentichiamo di appartenere tutti allo stesso oceano, il rischio \u00e8 che il<br>buio smetta di essere soltanto intorno a noi e cominci lentamente a prendere dimora dentro di noi.<br>Ogni autentica idea di civilt\u00e0 dovrebbe ripartire proprio da qui: dalla capacit\u00e0 di continuare a<br>specchiarci nel nostro simile e vedere noi stessi, anche quando la storia, la paura, la propaganda e la<br>violenza spingono nella direzione opposta.<br>Perch\u00e9 una civilt\u00e0 rimane veramente viva non quando dimostra soltanto forza, tecnologia o potenza,<br>ma quando riesce ancora, persino nel mezzo dei conflitti pi\u00f9 duri, a non smarrire completamente la<br>propria anima.<br>Perch\u00e9 sar\u00e0 proprio da questa capacit\u00e0 di restare umani nel tempo della disumanizzazione che<br>dipender\u00e0 il futuro stesso della nostra civilt\u00e0.<br>Condivido ci\u00f2 che il mare mi ha insegnato, senza la pretesa di possedere verit\u00e0<br>assolute. Offro queste riflessioni a chi vorr\u00e0 navigare con me. Chi sentir\u00e0 che<br>questa rotta gli appartiene, salga a bordo. Il mare \u00e8 grande. C\u2019\u00e8 spazio per tutti<br>quelli che hanno il coraggio di partire.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><br><strong>PaoloTreu<\/strong><br>L\u2019Ammiraglio di Squadra (aus.) Paolo Treu \u00e8 ex Comandante in Capo della<br>Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare italiana.<br><strong><a href=\"https:\/\/www.townews.it\/?tag=mappe-del-potere\" type=\"post_tag\" id=\"208\">\u201cMAPPE DEL POTERE\u201d<\/a><\/strong><br>(https:\/\/www.linkedin.com\/newsletters\/mappe-del-potere-<br>7436115065423974400\/)<br><strong>\u201cLEADERSHIP\u201d<\/strong><br>(https:\/\/www.linkedin.com\/newsletters\/leadership-7430953035700391936\/)<br><strong>PUBBLICAZIONI<\/strong><br>Paolo Treu \u00e8 autore di molte pubblicazioni. L\u2019ultima in ordine di tempo \u00e8<br>intitolata \u201cTu sei un intero oceano in una goccia \u2013 Rompi le pareti della tua<br>prigione\u201d. Il ricavato della vendita del libro sar\u00e0 interamente devoluto per<br>volont\u00e0 dell\u2019autore all\u2019Associazione MITOCON (www.mitocon.it) che opera a<br>sostegno dei pazienti affetti da rare malattie mitocondriali che colpiscono i<br>bambini e le relative famiglie.<br>link: https:\/\/amzn.eu\/d\/09PPCGeE<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Gaza, la flottiglia e l\u2019assuefazione morale dell\u2019Occidente Il forte interesse suscitato dal mio post sulla flottiglia diretta verso Gaza, cos\u00ec come la profondit\u00e0, laqualit\u00e0 e l\u2019intensit\u00e0 umana dei moltissimi commenti ricevuti, meritano una riflessione pi\u00f9 ampia estrutturata.Per questo ho pensato di condividere questo articolo, nel quale alcuni lettori diventano parteintegrante dell\u2019approfondimento stesso attraverso le domande 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