{"id":233025,"date":"2026-08-11T06:37:09","date_gmt":"2026-08-11T06:37:09","guid":{"rendered":"https:\/\/www.townews.it\/?p=233025"},"modified":"2026-08-14T15:58:12","modified_gmt":"2026-08-14T15:58:12","slug":"scacchi-nello-stretto-in-tempesta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.townews.it\/?p=233025","title":{"rendered":"SCACCHI NELLO STRETTO IN TEMPESTA"},"content":{"rendered":"\n<h3 class=\"wp-block-heading\">La guerra tra <a href=\"https:\/\/www.townews.it\/?p=233025\" type=\"post\" id=\"233025\">Stati Uniti<\/a> e Iran mostra quanto sia difficile trasformare la superiorit\u00e0 militare in vittoria politica. E pone interrogativi che riguardano Trump, l&#8217;Europa e le stesse democrazie.<\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">C&#8217;\u00e8 qualcosa di apparentemente contraddittorio in ci\u00f2 che sta accadendo tra Stati Uniti e Iran. Da una parte abbiamo la maggiore potenza militare del pianeta; dall&#8217;altra un Paese certamente importante, con oltre novanta milioni di abitanti, una posizione geografica strategica e significative capacit\u00e0 militari, ma che non pu\u00f2 seriamente essere considerato un avversario alla pari degli Stati Uniti. Eppure, dopo oltre cinque mesi di guerra, non \u00e8 affatto semplice rispondere a una domanda che dovrebbe essere elementare: chi sta vincendo?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La risposta cambia radicalmente a seconda del significato che attribuiamo alla parola vittoria. Se guardiamo alla capacit\u00e0 di colpire e distruggere, il confronto appare difficilmente discutibile. Gli Stati Uniti hanno dimostrato ancora una volta una superiorit\u00e0 tecnologica, aeronavale, informativa e logistica difficilmente eguagliabile. L&#8217;Iran ha subito perdite enormi, le sue infrastrutture militari e nucleari sono state duramente colpite, la Marina ridimensionata e la capacit\u00e0 missilistica sottoposta a una pressione formidabile. Lo stesso vertice del regime \u00e8 stato sconvolto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se per\u00f2 abbandoniamo per un momento la contabilit\u00e0 degli obiettivi distrutti e poniamo una domanda differente, il quadro diventa assai meno nitido: la forza impiegata ha prodotto il risultato politico per il quale era stata utilizzata?<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Vincere le battaglie non significa vincere la guerra<\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno iniziato le operazioni militari contro l&#8217;Iran. Nei giorni successivi Washington indic\u00f2 obiettivi estremamente ambiziosi: distruggere le capacit\u00e0 missilistiche iraniane e la possibilit\u00e0 di ricostituirle, annientare la Marina, impedire al regime di continuare ad armare e finanziare le organizzazioni alleate nella regione e garantire che l&#8217;Iran non potesse acquisire un&#8217;arma nucleare.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Erano obiettivi inequivocabili e proprio per questo costituiscono oggi il metro pi\u00f9 corretto con il quale valutare il risultato dell&#8217;operazione. Non \u00e8 necessario essere favorevoli o contrari a Donald Trump: basta confrontare la situazione attuale con gli obiettivi dichiarati dalla sua stessa amministrazione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A distanza di oltre cinque mesi sono stati perseguiti risultati militari rilevanti, ma la situazione politica appare assai meno definitiva. Il regime iraniano esiste ancora, la sua capacit\u00e0 di rappresaglia non \u00e8 stata eliminata e Teheran continua a esercitare un&#8217;influenza significativa sugli equilibri regionali. Lo Stretto di Hormuz, una delle arterie energetiche fondamentali del pianeta, \u00e8 diventato esso stesso materia di confronto e negoziato. Anche sul programma nucleare rimangono interrogativi importanti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 dunque possibile che una nazione ottenga successi militari straordinari senza riuscire a trasformarli in una vittoria strategica? La storia ci dice che non soltanto \u00e8 possibile, ma \u00e8 accaduto molte volte. Vincere le battaglie e vincere una guerra sono due cose diverse, perch\u00e9 la distruzione delle capacit\u00e0 dell&#8217;avversario non rappresenta normalmente il fine ultimo dell&#8217;azione militare, ma lo strumento attraverso il quale si cerca di conseguire uno scopo politico. \u00c8 il principio che attraversa gran parte del pensiero di Clausewitz: la guerra non possiede un significato autonomo, ma rimane legata alla politica che l&#8217;ha generata.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Possiamo quindi distruggere cento obiettivi invece di cinquanta, abbattere pi\u00f9 aerei, affondare pi\u00f9 navi e mantenere un&#8217;assoluta superiorit\u00e0 sul campo di battaglia. Ma rimane una domanda alla quale nessuna statistica militare pu\u00f2 rispondere: abbiamo ottenuto ci\u00f2 per cui abbiamo deciso di combattere?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 proprio qui che emerge una delle caratteristiche pi\u00f9 interessanti di questa guerra. Stati Uniti e Iran non hanno bisogno della stessa cosa per poter affermare di aver vinto. Washington deve ottenere un risultato; Teheran deve soprattutto impedire a Washington di ottenerlo pienamente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A un certo punto Trump sintetizz\u00f2 la posizione americana con un&#8217;espressione destinata a diventare quasi una metafora dell&#8217;intero conflitto: \u201cWe have all the cards\u201d, abbiamo tutte le carte in mano. E, se guardiamo ai rapporti di forza, \u00e8 difficile dargli torto: gli Stati Uniti dispongono di una superiorit\u00e0 militare schiacciante. Ma nelle crisi strategiche avere le carte migliori \u2013 o i pezzi pi\u00f9 potenti sulla scacchiera \u2013 non significa necessariamente controllare la partita. Dipende dall&#8217;obiettivo che si vuole raggiungere, dalle mosse dell&#8217;avversario e dal prezzo che si \u00e8 disposti a pagare per arrivare alla fine.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nessun osservatore serio pu\u00f2 immaginare che l&#8217;Iran possa sconfiggere militarmente gli Stati Uniti nel significato convenzionale del termine. Non pu\u00f2 distruggere la capacit\u00e0 militare americana, occupare territori statunitensi o imporre a Washington una resa. Ma non ne ha bisogno. Per l&#8217;Iran pu\u00f2 essere sufficiente sopravvivere, mantenere in vita il sistema politico, conservare una capacit\u00e0 di rappresaglia, continuare a rappresentare un problema strategico e rendere progressivamente pi\u00f9 costosa la prosecuzione delle operazioni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Nasce cos\u00ec uno dei grandi paradossi delle guerre asimmetriche:&nbsp;<strong>il pi\u00f9 forte deve dimostrare di avere vinto; al pi\u00f9 debole pu\u00f2 bastare dimostrare di non essere stato sconfitto.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In questa prospettiva il trascorrere del tempo assume un significato particolare. Ogni settimana senza una conclusione definitiva riduce progressivamente il valore politico della superiorit\u00e0 militare americana. Ci\u00f2 che nelle prime settimane poteva apparire come una campagna destinata a produrre rapidamente un risultato comincia inevitabilmente, dopo mesi, a generare domande diverse: quanto durer\u00e0, quanto coster\u00e0 e, soprattutto, quale situazione dovr\u00e0 verificarsi perch\u00e9 possa essere considerata conclusa?<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">La risposta dell&#8217;avversario fa parte della strategia<\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A rendere ancora pi\u00f9 complesso il quadro contribuisce la geografia. Lo Stretto di Hormuz rappresenta forse l&#8217;esempio pi\u00f9 evidente di come una condizione geografica possa ridimensionare almeno parzialmente una straordinaria disparit\u00e0 di potenza. Prima del conflitto attraverso quel piccolo braccio di mare transitava una quota enorme dell&#8217;energia mondiale. La guerra ne ha provocato la sostanziale chiusura, sottraendo ai normali flussi commerciali circa 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti raffinati: approssimativamente un quinto del consumo mondiale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gli Stati Uniti possiedono portaerei, sommergibili nucleari, bombardieri strategici, satelliti, capacit\u00e0 cyber e sistemi d&#8217;arma che l&#8217;Iran non potrebbe neppure immaginare di eguagliare; ma Hormuz rimane l\u00ec, e la geografia, a differenza della tecnologia, non diventa obsoleta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo non significa naturalmente che Teheran possa impedire indefinitamente la navigazione contro la volont\u00e0 degli Stati Uniti e delle altre potenze interessate. Significa per\u00f2 che pu\u00f2 rendere estremamente costoso impedirglielo. Ogni nave attaccata incide sui premi assicurativi, ogni minaccia modifica le rotte, ogni interruzione influenza i prezzi energetici. Gli effetti si propagano dall&#8217;area delle operazioni ai mercati finanziari, ai costi industriali, ai trasporti e infine alle tasche dei cittadini. Una guerra combattuta nel Golfo Persico entra cos\u00ec nelle stazioni di servizio americane ed europee; e quando questo accade, la strategia militare diventa inevitabilmente politica interna.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">C&#8217;\u00e8 per\u00f2 un aspetto sul quale credo sia necessario evitare una lettura troppo semplice. Osservando gli effetti della sostanziale chiusura di Hormuz, sarebbe facile attribuire all&#8217;Iran la responsabilit\u00e0 dello shock energetico che ne \u00e8 derivato. Ma cos\u00ec facendo rischieremmo di confondere due piani diversi: l&#8217;inizio del conflitto e la reazione di chi quell&#8217;attacco ha subito.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gli Stati Uniti e Israele hanno deciso di iniziare le operazioni militari contro l&#8217;Iran. La legittimit\u00e0 di quella decisione sotto il profilo del diritto internazionale \u00e8 tutt&#8217;altro che pacifica. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, gi\u00e0 il 28 febbraio, richiam\u00f2 esplicitamente i principi della Carta ONU sull&#8217;uso della forza e chiese l&#8217;immediata cessazione delle ostilit\u00e0. Una volta iniziati gli attacchi, tuttavia, sarebbe stato irrealistico immaginare che l&#8217;Iran non reagisse. Uno Stato sottoposto a un attacco armato pu\u00f2 invocare il diritto all&#8217;autodifesa riconosciuto dalla Carta delle Nazioni Unite, naturalmente entro i limiti posti dal diritto internazionale e dal diritto dei conflitti armati.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La domanda corretta, dunque, non \u00e8 perch\u00e9 l&#8217;Iran abbia reagito, ma come avrebbe potuto farlo. Teheran non possedeva alcuna possibilit\u00e0 realistica di confrontarsi simmetricamente con la potenza militare americana. Se avesse accettato di combattere esclusivamente sul terreno scelto dagli Stati Uniti, avrebbe affrontato l&#8217;avversario proprio nella dimensione in cui la disparit\u00e0 delle forze era maggiore. Era quindi prevedibile che cercasse di trasferire il confronto verso quei settori nei quali una potenza regionale relativamente pi\u00f9 debole poteva moltiplicare gli effetti della propria capacit\u00e0 di rappresaglia. Lo Stretto di Hormuz rappresentava inevitabilmente uno di questi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questo non rende automaticamente legittima qualsiasi azione iraniana. Il diritto all&#8217;autodifesa non autorizza attacchi indiscriminati contro navi commerciali, infrastrutture civili o Paesi terzi, n\u00e9 elimina i principi di necessit\u00e0, proporzionalit\u00e0 e distinzione. Ma sotto il profilo strategico sarebbe difficile sorprendersi che l&#8217;Iran abbia cercato di utilizzare la propria posizione geografica per aumentare il costo economico della guerra per chi l&#8217;aveva attaccato. Oggi quella strategia appare ancora pi\u00f9 evidente: Teheran cerca di trasformare la perturbazione delle grandi vie energetiche e commerciali in una leva negoziale nei confronti di Washington.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ed \u00e8 proprio qui che emerge uno degli interrogativi pi\u00f9 seri sull&#8217;intera operazione. Quando si decide di iniziare una guerra, non si pu\u00f2 calcolare soltanto ci\u00f2 che si intende fare all&#8217;avversario. Bisogna calcolare anche ci\u00f2 che l&#8217;avversario sar\u00e0 prevedibilmente in grado di fare a noi e ai nostri alleati. Se l&#8217;Iran non poteva competere con gli Stati Uniti sul piano militare convenzionale e se una delle sue principali possibilit\u00e0 di risposta consisteva prevedibilmente nel colpire gli interessi economici occidentali attraverso Hormuz e la destabilizzazione regionale, quella risposta avrebbe dovuto far parte del calcolo strategico americano prima ancora dell&#8217;inizio delle operazioni.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il problema, dunque, non era stabilire se gli Stati Uniti fossero capaci di colpire duramente l&#8217;Iran. Su questo esistevano pochi dubbi. Il problema era prevedere&nbsp;<strong>che cosa sarebbe accaduto dopo<\/strong>.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Alleati, non subordinati<\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 proprio questo &#8220;dopo&#8221; che porta inevitabilmente a parlare dell&#8217;Europa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I Paesi europei hanno fatto bene, a mio avviso, a non seguire Washington sul terreno di una partecipazione diretta alla guerra. Non soltanto perch\u00e9 sarebbe stato necessario valutarne attentamente presupposti, obiettivi e conseguenze, ma per una ragione ancora pi\u00f9 elementare: quella guerra non era stata preventivamente concordata con loro. Essere alleati non significa rinunciare alla propria autonomia di giudizio, n\u00e9 tantomeno assumere automaticamente le conseguenze delle decisioni prese unilateralmente dall&#8217;alleato pi\u00f9 forte.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La posizione europea \u00e8 stata, almeno nella sua impostazione generale, prudente. Il Consiglio europeo ha chiesto de-escalation, massima moderazione, protezione dei civili e delle infrastrutture e pieno rispetto del diritto internazionale da parte di tutti, condannando nello stesso tempo gli attacchi iraniani contro altri Paesi della regione. \u00c8 una posizione che considero equilibrata, perch\u00e9 non richiede di scegliere tra Washington e Teheran, ma di giudicare comportamenti e responsabilit\u00e0 sulla base dei medesimi principi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A distanza di mesi, tuttavia, credo sia legittimo porre una domanda pi\u00f9 scomoda. L&#8217;Europa ha fatto bene a non entrare in una guerra alla cui decisione non aveva partecipato. Ma ha fatto abbastanza per cercare di impedirla?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Io ritengo di no.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">E proprio le conseguenze economiche del conflitto rendono oggi questa domanda assai meno teorica di quanto potesse apparire il 28 febbraio. L&#8217;Unione europea dipende dalle importazioni per il 57 per cento del proprio fabbisogno energetico e petrolio e prodotti petroliferi rappresentano circa due terzi delle sue importazioni di energia. La crisi di Hormuz ha quindi colpito una delle vulnerabilit\u00e0 strutturali del continente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Le conseguenze sono arrivate rapidamente. Le prospettive di crescita dell&#8217;area euro sono state riviste verso il basso, quelle sull&#8217;inflazione verso l&#8217;alto e la Banca centrale europea si \u00e8 trovata nuovamente a confrontarsi con pressioni sui prezzi provenienti dall&#8217;energia. Dietro questi numeri non ci sono soltanto statistiche macroeconomiche: ci sono imprese che pagano di pi\u00f9 l&#8217;energia, investimenti rinviati, famiglie che perdono potere d&#8217;acquisto, maggiori costi di finanziamento e governi costretti a intervenire per proteggere i settori pi\u00f9 esposti.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non si tratta di imputare a Donald Trump ogni conseguenza delle azioni iraniane. Si tratta per\u00f2 di riconoscere un principio elementare della strategia: chi decide di iniziare una guerra deve includere nel proprio calcolo anche le reazioni ragionevolmente prevedibili dell&#8217;avversario. Se una delle principali capacit\u00e0 di rappresaglia iraniane risiedeva proprio nella possibilit\u00e0 di destabilizzare Hormuz e i mercati energetici mondiali, le conseguenze di quella eventualit\u00e0 non potevano essere considerate imprevedibili.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per l&#8217;Europa il problema diventa ancora pi\u00f9 evidente. Non aveva deciso quella guerra, non era stata preventivamente coinvolta nella decisione americana e non aveva scelto di parteciparvi; eppure era facilmente prevedibile che una risposta iraniana potesse colpire proprio una delle sue maggiori vulnerabilit\u00e0. Gli europei si sono cos\u00ec trovati a sopportare una parte rilevante dei costi economici di una decisione strategica alla quale non avevano partecipato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da questo punto di vista,&nbsp;<strong>non si pu\u00f2 chiedere agli alleati di condividere una guerra che non si \u00e8 ritenuto necessario condividere con loro quando si \u00e8 deciso di iniziarla.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Anzi, credo che l&#8217;Europa avrebbe potuto spingersi oltre. Non soltanto rifiutando di partecipare direttamente alle operazioni, ma facendo comprendere preventivamente a Washington che una decisione unilaterale capace di mettere a rischio interessi vitali europei avrebbe potuto avere conseguenze anche nei rapporti economici e politici transatlantici. Non necessariamente attraverso sanzioni immediate, che avrebbero aperto uno scontro dagli esiti difficilmente prevedibili, ma rendendo credibile la possibilit\u00e0 di contromisure economiche qualora decisioni unilaterali americane avessero prodotto danni rilevanti e prolungati agli interessi europei.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pu\u00f2 sembrare paradossale parlare di pressione economica nei confronti del principale alleato dell&#8217;Europa. Ma proprio l&#8217;amicizia e l&#8217;alleanza dovrebbero presupporre reciprocit\u00e0. Un&#8217;alleanza nella quale uno dei partner decide e gli altri sono chiamati a sopportarne le conseguenze rischia progressivamente di trasformarsi in un rapporto di dipendenza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 sufficiente rovesciare per un momento la prospettiva. Come reagirebbero gli Stati Uniti se una decisione militare assunta unilateralmente dai governi europei, senza preventiva consultazione con Washington, provocasse per mesi un forte aumento dei prezzi energetici americani, una ripresa dell&#8217;inflazione e difficolt\u00e0 per le imprese? \u00c8 difficile immaginare che Washington si limiterebbe a prenderne atto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Perch\u00e9 dunque dovrebbe farlo l&#8217;Europa?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Oggi l&#8217;Europa avrebbe qualche ragione per &#8220;presentare il conto&#8221;. Non necessariamente sotto forma di una richiesta materiale di risarcimento, difficilmente configurabile sul piano politico e giuridico, ma chiedendo che nelle future decisioni capaci di incidere direttamente sulla sicurezza e sull&#8217;economia europea venga riconosciuto un principio elementare di responsabilit\u00e0 e reciprocit\u00e0:&nbsp;<strong>chi pretende di condividere le conseguenze deve essere disposto a condividere anche le decisioni.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ritengo che proprio questo sia uno dei significati pi\u00f9 concreti dell&#8217;espressione &#8220;autonomia strategica&#8221;. Non significa essere contro gli Stati Uniti e non significa costruire un&#8217;Europa equidistante tra Washington e i suoi avversari. Significa essere alleati degli Stati Uniti senza attribuire agli Stati Uniti il diritto di decidere quali rischi l&#8217;Europa debba correre.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il problema riguarda dunque la natura stessa dell&#8217;alleanza transatlantica. Un&#8217;alleanza \u00e8 tanto pi\u00f9 solida quanto pi\u00f9 \u00e8 capace di sopportare anche il dissenso. Se l&#8217;alleato pi\u00f9 potente pu\u00f2 decidere unilateralmente e gli altri sono chiamati successivamente a sostenerne le decisioni, o almeno a sopportarne le conseguenze, il rapporto rischia di trasformarsi progressivamente da alleanza in dipendenza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L&#8217;Europa non deve scegliere tra fedelt\u00e0 agli Stati Uniti e autonomia dagli Stati Uniti. Le due cose non sono incompatibili. Si pu\u00f2 essere alleati senza essere subordinati, amici senza rinunciare al dissenso, condividere una guerra quando la si ritiene necessaria e rifiutarla quando non la si ritiene tale. In definitiva, l&#8217;autonomia strategica europea non consiste nel prendere le distanze dagli Stati Uniti: consiste nell&#8217;essere loro alleati senza cessare di essere padroni delle proprie decisioni.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Le mani legate della democrazia<\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 in questo contesto che la posizione di Donald Trump appare particolarmente complessa. Non perch\u00e9 il presidente americano sia privo di alternative, ma per la ragione opposta: ne possiede diverse e nessuna sembra priva di costi considerevoli.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Pu\u00f2 intensificare nuovamente le operazioni militari, e gli Stati Uniti possiedono certamente la capacit\u00e0 per farlo, ma dopo mesi di bombardamenti diventa legittimo chiedersi quale ulteriore livello di distruzione potrebbe produrre quel risultato politico che quanto fatto finora non ha ancora garantito. Pu\u00f2 ampliare il conflitto, accettando per\u00f2 il rischio di coinvolgere ulteriormente altri attori regionali e infrastrutture dalle quali dipende una parte significativa dell&#8217;economia mondiale. Un intervento terrestre su larga scala rappresenterebbe un&#8217;opzione ancora pi\u00f9 impegnativa, militarmente costosa e politicamente difficilissima. Rimangono quindi il logoramento economico e militare, nella speranza che il sistema iraniano ceda, oppure il negoziato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quest&#8217;ultima appare inevitabilmente una delle possibili vie d&#8217;uscita. Ma anche negoziare presenta una difficolt\u00e0: quanto pi\u00f9 ambiziosi sono stati gli obiettivi iniziali di una guerra, tanto pi\u00f9 difficile diventa presentare un compromesso finale come una vittoria. Non \u00e8 un problema esclusivamente di Trump; riguarda qualunque leader abbia costruito aspettative elevate prima di entrare in un conflitto. Il successo politico non viene infatti misurato soltanto rispetto alla situazione dell&#8217;avversario, ma anche rispetto alle aspettative che il leader stesso ha creato nella propria societ\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Esiste poi un secondo campo di battaglia sul quale l&#8217;Iran dispone di una risorsa che la superiorit\u00e0 tecnologica americana non pu\u00f2 facilmente neutralizzare: il tempo politico. In teoria il tempo dovrebbe favorire gli Stati Uniti, che dispongono di un&#8217;economia immensamente maggiore, di risorse militari superiori e di capacit\u00e0 industriali e finanziarie incomparabili. Nelle guerre asimmetriche, tuttavia, il tempo non segue necessariamente la matematica delle risorse.&nbsp;<strong>L&#8217;Iran deve soprattutto resistere; il presidente americano deve continuamente spiegare.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Deve spiegare perch\u00e9 si combatte, quali risultati siano stati ottenuti, quali rimangano da conseguire, quanto coster\u00e0 raggiungerli, quanto durer\u00e0 la guerra e quale situazione consentir\u00e0 un giorno di dichiararla conclusa.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I sondaggi mostrano che una parte consistente dell&#8217;opinione pubblica americana \u00e8 critica nei confronti sia della decisione iniziale di ricorrere alla forza sia della gestione del conflitto. Questi numeri non dimostrano naturalmente che una guerra sia giusta o sbagliata: le decisioni strategiche non possono essere affidate ai sondaggi. In una democrazia, tuttavia, essi misurano qualcosa che un decisore politico non pu\u00f2 ignorare indefinitamente, ossia la disponibilit\u00e0 della societ\u00e0 a continuare a sostenere il prezzo di una scelta.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Anche il Congresso riflette questa tensione. I tentativi di limitare i poteri presidenziali nella prosecuzione delle ostilit\u00e0 hanno progressivamente raccolto maggiore consenso, fino a mostrare quanto lo spazio politico intorno alla libert\u00e0 d&#8217;azione del presidente si sia ristretto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Siamo abituati a definire il presidente degli Stati Uniti &#8220;l&#8217;uomo pi\u00f9 potente del mondo&#8221;, ma si tratta di un&#8217;espressione suggestiva e, almeno in parte, inesatta. Gli Stati Uniti dispongono di capacit\u00e0 militari, economiche e politiche senza eguali e il loro presidente esercita certamente poteri enormi. Ma quei poteri hanno limiti precisi, perch\u00e9&nbsp;<strong>il presidente degli Stati Uniti non possiede gli Stati Uniti.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La distinzione \u00e8 essenziale. Un presidente deve confrontarsi con il Congresso, con la magistratura, con l&#8217;opinione pubblica, con la stampa, con gli alleati, con i mercati, con gli interessi economici, con le divisioni interne al proprio partito e, periodicamente, con gli elettori.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Si arriva cos\u00ec a uno dei paradossi pi\u00f9 interessanti della democrazia. Un sistema autoritario possiede vantaggi difficili da negare quando deve affrontare una crisi prolungata. Pu\u00f2 decidere rapidamente, mantenere una linea politica anche quando diventa impopolare, controllare l&#8217;informazione molto pi\u00f9 efficacemente, comprimere il dissenso e imporre sacrifici economici alla popolazione senza dover affrontare un&#8217;elezione pochi mesi dopo. Pu\u00f2, in definitiva, concentrare la volont\u00e0 dello Stato in un numero estremamente ridotto di persone.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una democrazia fa quasi esattamente il contrario. Divide il potere, lo sottopone a controlli, consente l&#8217;opposizione, permette alla stampa di criticare il governo, lascia ai cittadini la possibilit\u00e0 di contestare una guerra e costringe il decisore a spiegare e giustificare le proprie scelte. Periodicamente gli ricorda inoltre che il potere che esercita non gli appartiene, ma gli \u00e8 stato soltanto temporaneamente affidato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Tutto questo rende inevitabilmente la democrazia pi\u00f9 lenta e talvolta persino apparentemente meno efficiente. Un comandante militare pu\u00f2 ricevere una missione e utilizzare gli strumenti assegnati per conseguirla; un leader democratico deve invece continuamente verificare se la societ\u00e0 che rappresenta sia ancora disposta a fornirgli quegli strumenti e a sostenere quella missione. In qualche misura, dunque, le sue mani sono legate.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ma siamo sicuri che sia soltanto una debolezza?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quelle mani legate rappresentano precisamente uno dei motivi per cui le democrazie sono state costruite in quel modo. La frammentazione del potere non \u00e8 un incidente del sistema: ne costituisce una delle precauzioni fondamentali. L&#8217;idea stessa della democrazia liberale nasce anche dalla diffidenza nei confronti della concentrazione del potere, perch\u00e9 un uomo pu\u00f2 essere intelligente, coraggioso e lungimirante, pu\u00f2 persino avere ragione quando quasi tutti gli altri hanno torto, ma pu\u00f2 anche sbagliare. E quanto maggiore \u00e8 il potere concentrato nelle sue mani, tanto maggiore sar\u00e0 il prezzo del suo errore.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Da questo punto di vista, ci\u00f2 che rende una democrazia meno efficiente nell&#8217;esercizio immediato della forza \u00e8 anche ci\u00f2 che la protegge dall&#8217;esercizio incontrollato del potere. Il Parlamento che rallenta una decisione pu\u00f2 irritare, un&#8217;opposizione che contesta il governo durante una crisi pu\u00f2 apparire un ostacolo, una stampa che mette in discussione la narrativa ufficiale pu\u00f2 indebolire momentaneamente la coesione nazionale e un&#8217;opinione pubblica che cambia idea pu\u00f2 rendere estremamente difficile mantenere una strategia di lungo periodo. Eppure tutti questi elementi svolgono contemporaneamente un&#8217;altra funzione:&nbsp;<strong>costringono il potere a confrontarsi continuamente con la realt\u00e0.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Naturalmente non garantiscono che vengano prese decisioni giuste. La storia dimostra abbondantemente che anche le democrazie possono iniziare guerre sbagliate, perseverare in errori giganteschi e costruire narrazioni destinate prima o poi a crollare davanti ai fatti. Possiedono per\u00f2 meccanismi attraverso i quali l&#8217;errore pu\u00f2 emergere, essere contestato e, almeno in teoria, corretto. Un&#8217;autocrazia possiede invece un vantaggio formidabile finch\u00e9 il leader ha ragione. Il problema nasce quando ha torto: a quel punto pu\u00f2 continuare a perseguire con straordinaria efficienza una decisione profondamente sbagliata.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\">Quando la potenza non basta<\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Significa allora che Trump abbia gi\u00e0 perso questa guerra? Credo che affermarlo sarebbe prematuro.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Gli Stati Uniti conservano enormi possibilit\u00e0 di influenzare l&#8217;esito del conflitto; l&#8217;Iran ha subito danni gravissimi e sostiene costi economici e militari che non possono essere minimizzati. La pressione americana potrebbe ancora costringere Teheran ad accettare condizioni che oggi rifiuta, cos\u00ec come un negoziato potrebbe produrre un risultato sostanzialmente favorevole a Washington.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sarebbe per\u00f2 altrettanto difficile sostenere oggi che gli Stati Uniti abbiano gi\u00e0 ottenuto una vittoria strategica. Anzi, il fatto che dopo oltre cinque mesi la discussione sia concentrata sulle possibili vie d&#8217;uscita, sulle condizioni per la riapertura di Hormuz e sui margini di un negoziato mostra quanto la situazione sia distante dalla nettezza degli obiettivi annunciati all&#8217;inizio della guerra.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Esiste infatti una differenza fondamentale fra potenza e potere. La potenza \u00e8 la capacit\u00e0 di produrre effetti; il potere \u00e8 la capacit\u00e0 di ottenere comportamenti; la strategia \u00e8 ci\u00f2 che dovrebbe collegare le due cose. Gli Stati Uniti hanno dimostrato una straordinaria capacit\u00e0 di produrre effetti sull&#8217;Iran. La domanda ancora aperta \u00e8 se quegli effetti riusciranno a produrre il comportamento politico desiderato.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ed \u00e8 dentro questa distanza che si trova oggi Donald Trump. Non necessariamente perch\u00e9 sia incapace e neppure perch\u00e9 abbia gi\u00e0 perso, ma perch\u00e9 la domanda decisiva di ogni guerra non \u00e8 mai quanta forza siamo capaci di esercitare. \u00c8 quale situazione politica quella forza sar\u00e0 in grado di produrre.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00c8 proprio questo il paradosso che la guerra tra Stati Uniti e Iran ci sta mostrando. Le democrazie possono apparire deboli proprio perch\u00e9 hanno scelto di non affidare tutta la propria forza a chi temporaneamente le governa. Discutono, esitano, si dividono, cambiano idea, pongono limiti e chiedono conto delle decisioni. Talvolta tutto questo le rende meno rapide e meno efficienti di un&#8217;autocrazia. Ma esiste anche un&#8217;altra possibilit\u00e0: che quella apparente debolezza costituisca una delle loro maggiori forme di forza, perch\u00e9 un sistema che rende difficile a un governante fare tutto ci\u00f2 che vuole rende anche pi\u00f9 difficile che l&#8217;errore di un uomo diventi irreversibilmente il destino di un popolo.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Ed emerge, a questo punto, un curioso parallelismo. All&#8217;interno di uno Stato democratico distribuiamo il potere perch\u00e9 nessun individuo possa decidere da solo per tutti. Nei rapporti tra democrazie alleate dovrebbe valere un principio non troppo diverso: la maggiore potenza di uno Stato non dovrebbe conferirgli automaticamente una maggiore sovranit\u00e0 sulle decisioni degli altri. La stessa cultura del limite che consideriamo essenziale all&#8217;interno delle nostre democrazie dovrebbe trovare maggiore spazio anche nei rapporti fra esse.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La guerra con l&#8217;Iran non \u00e8 conclusa e sarebbe quindi imprudente scriverne gi\u00e0 il verdetto. Non sappiamo ancora se Trump riuscir\u00e0 a trasformare l&#8217;enorme superiorit\u00e0 militare americana in un risultato politico soddisfacente, se Teheran sar\u00e0 infine costretta a cedere o se ci\u00f2 che oggi appare una situazione di stallo sar\u00e0 ricordato, tra qualche anno, come il passaggio necessario verso un nuovo equilibrio regionale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">La partita, dunque, \u00e8 ancora aperta. Proprio per questo vale la pena osservare non soltanto la forza dei pezzi sulla scacchiera, ma anche la qualit\u00e0 delle mosse, le conseguenze che producono e soprattutto il risultato politico verso il quale dovrebbero condurre.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Possiamo allora porci una domanda che va molto oltre Trump, l&#8217;Iran e questa guerra:&nbsp;<strong>quanto potere siamo disposti a consegnare a un uomo affinch\u00e9 possa agire con la massima efficienza, e a quanta efficienza siamo invece disposti a rinunciare per impedire che possa trascinare, da solo, un intero Paese nella direzione sbagliata?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Non esiste una risposta semplice. Ma \u00e8 proprio qui che risiede una delle differenze pi\u00f9 profonde tra forza e leadership.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>La forza consente di iniziare una guerra. La strategia dovrebbe indicare come vincerla. La leadership dovrebbe sapere, prima ancora.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><em>Condivido ci\u00f2 che il mare mi ha insegnato, senza la pretesa di possedere verit\u00e0 assolute. Offro queste riflessioni a chi vorr\u00e0 navigare con me. Chi sentir\u00e0 che questa rotta gli appartiene, salga a bordo. Il mare \u00e8 grande. C\u2019\u00e8 spazio per tutti quelli che hanno il coraggio di partire.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>Paolo Treu<\/em><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Se questi temi ti interessano, puoi approfondirli qui:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u2013 LeaderShip: dove racconto la leadership vissuta, sul mare e nelle decisioni&nbsp;<strong><a href=\"https:\/\/www.linkedin.com\/newsletters\/leadership-7430953035700391936\/?trk=article-ssr-frontend-pulse-lite_little-text-block\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">https:\/\/www.linkedin.com\/newsletters\/leadership-7430953035700391936\/<\/a><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u2013 Mappe del Potere: dove analizzo le dinamiche geopolitiche che influenzano il nostro tempo&nbsp;<strong><a href=\"https:\/\/www.linkedin.com\/newsletters\/mappe-del-potere-7436115065423974400\/?trk=article-ssr-frontend-pulse-lite_little-text-block\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">https:\/\/www.linkedin.com\/newsletters\/mappe-del-potere-7436115065423974400\/<\/a><\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Invito chi fosse interessato agli insegnamenti che mi ha regalato una vita ricca di esperienze e sfide a leggere il mio primo libro&nbsp;<strong>\u201cTu sei un intero oceano in una goccia \u2013 Rompi le pareti della tua prigione\u201d<\/strong>. I proventi, al netto di tasse e spese, sono interamente devoluti a Mitocon OdV, organizzazione impegnata nel sostegno ai pazienti affetti da gravi malattie mitocondriali.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La guerra tra Stati Uniti e Iran mostra quanto sia difficile trasformare la superiorit\u00e0 militare in vittoria politica. E pone interrogativi che riguardano Trump, l&#8217;Europa e le stesse democrazie. C&#8217;\u00e8 qualcosa di apparentemente contraddittorio in ci\u00f2 che sta accadendo tra Stati Uniti e Iran. 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