{"id":233448,"date":"2026-09-10T16:15:34","date_gmt":"2026-09-10T16:15:34","guid":{"rendered":"https:\/\/www.townews.it\/?p=233448"},"modified":"2026-09-10T16:26:29","modified_gmt":"2026-09-10T16:26:29","slug":"europa-sullorlo-dellabisso","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.townews.it\/?p=233448","title":{"rendered":"EUROPA SULL&#8217;ORLO DELL&#8217;ABISSO"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong><em>La <a href=\"https:\/\/www.townews.it\/?tag=europa-guerra\" type=\"post_tag\" id=\"214\">guerra<\/a> che non vogliamo chiamare con il suo nome<\/em><\/strong><br>Le dichiarazioni formali appartengono ormai pi\u00f9 alla storia diplomatica che alla realt\u00e0 dei conflitti<br>contemporanei. Le guerre iniziano con l\u2019uso della forza, proseguono attraverso decisioni politiche,<br>apparati militari, intelligence, logistica, industria e informazione, e spesso vengono combattute<br>molto prima che qualcuno trovi il coraggio di chiamarle con il loro nome.<br>\u00c8 ci\u00f2 che sta accadendo in Europa. Continuiamo a ripetere che la Russia \u00e8 in guerra con l\u2019Ucraina e<br>che l\u2019Europa e la NATO si limitano a sostenere il Paese aggredito. Giuridicamente la distinzione ha<br>un fondamento. Strategicamente, per\u00f2, racconta soltanto una parte della realt\u00e0.<br>Senza il sostegno occidentale, l\u2019Ucraina non sarebbe pi\u00f9 in condizione di resistere. Non perch\u00e9 le<br>siano mancati il coraggio, la volont\u00e0 o la capacit\u00e0 di combattere, ma perch\u00e9 nessun Paese sottoposto<br>per anni alla pressione militare di una potenza enormemente pi\u00f9 grande pu\u00f2 sostenere da solo un<br>conflitto industriale di queste dimensioni.<br>Noi europei non siamo semplici spettatori. Siamo entrati nel conflitto, sia pure scegliendo<br>accuratamente forme, limiti e parole che ci consentano di non considerarci belligeranti. \u00c8 una<br>distinzione indispensabile per evitare uno scontro diretto fra potenze nucleari, ma rischia di<br>trasformarsi in una pericolosa finzione se finisce per nascondere a noi stessi la natura di ci\u00f2 che<br>stiamo facendo.<br>Il mito dell\u2019Ucraina che combatte da sola<br>Un sistema d\u2019arma moderno non \u00e8 un oggetto che si deposita alla frontiera insieme a un manuale<br>d\u2019istruzioni. Per combattere occorrono munizioni, addestramento, intelligence, comunicazioni,<br>software, manutenzione, ricambi, infrastrutture logistiche, pianificazione, capacit\u00e0 industriale e<br>finanziamenti continui. Occorre, soprattutto, che tutte queste componenti funzionino insieme.<br>L\u2019Occidente non ha semplicemente consegnato all\u2019Ucraina cannoni, missili, carri armati, sistemi di<br>difesa aerea e velivoli. Ha contribuito a costruire e alimentare l\u2019ecosistema che permette a quelle<br>armi di operare. Ha addestrato decine di migliaia di militari ucraini, organizzato corridoi logistici,<br>coordinato le donazioni, sostenuto la manutenzione, condiviso informazioni, adattato dottrine e<br>procedure e programmato lo sviluppo futuro delle forze armate ucraine.<br>La NATO dispone ormai di un comando dedicato, il NATO Security Assistance and Training for<br>Ukraine, con quartier generale a Wiesbaden, guidato da un generale a tre stelle e collegato a hub<br>logistici sul territorio dell\u2019Alleanza. Il suo compito \u00e8 coordinare equipaggiamenti, addestramento e<br>sviluppo delle capacit\u00e0 ucraine. L\u2019Unione Europea, attraverso la propria missione di assistenza<br>militare, ha addestrato pi\u00f9 di 95.000 soldati ucraini. Non siamo pi\u00f9 davanti a una successione di<br>aiuti occasionali, ma a una struttura organizzata, permanente e sempre pi\u00f9 integrata.<br>Questo non significa sottrarre agli ucraini il merito e il peso della loro resistenza. Sono loro a<br>combattere, a morire, a difendere le proprie citt\u00e0, a scegliere i bersagli e a esercitare il comando<br>delle operazioni. L\u2019Ucraina mette in campo i propri uomini, il proprio territorio e la propria volont\u00e0<br>nazionale. Ma lo fa all\u2019interno di un sistema militare che dipende in misura determinante<br>dall\u2019Occidente.<br>Dire che Kiev combatte da sola, utilizzando semplicemente gli aiuti ricevuti, \u00e8 quindi una<br>rappresentazione comoda ma artificiale. Le armi non combattono da sole. E neppure gli eserciti<br>moderni combattono senza una rete molto pi\u00f9 ampia che li sostenga. Quella rete siamo anche noi.<br>Il diritto internazionale continua a tracciare un confine preciso. Secondo il Comitato internazionale<br>della Croce Rossa, la sola fornitura di armi o equipaggiamenti non rende automaticamente uno<br>Stato parte di un conflitto; la soglia viene superata quando quello Stato ricorre alla forza armata<br>contro l\u2019altro belligerante, partecipando effettivamente alle operazioni militari. Per questo la NATO<br>afferma che il proprio sostegno non la rende, sul piano giuridico, parte della guerra.<br>Ma una definizione giuridica e una valutazione strategica rispondono a domande differenti. La<br>prima stabilisce quali norme e responsabilit\u00e0 siano applicabili. La seconda deve comprendere chi<br>sostiene lo sforzo bellico, chi ne rende possibile la continuit\u00e0 e quali interessi siano realmente in<br>gioco. Sul piano giuridico possiamo non essere belligeranti. Sul piano operativo siamo parte<br>essenziale del sistema che consente all\u2019Ucraina di combattere. Sul piano strategico siamo gi\u00e0<br>schierati contro la Russia.<br>La guerra che arriva nelle nostre case senza attraversare i<br>confini<br>Esiste poi l\u2019altra met\u00e0 della realt\u00e0, quella che rende ancora pi\u00f9 fragile la nostra prudenza linguistica.<br>Non siamo soltanto noi a partecipare indirettamente alla guerra in Ucraina: \u00e8 la Russia ad avere<br>esteso da tempo il confronto al territorio europeo.<br>L\u2019Unione Europea e la NATO riconoscono ufficialmente l\u2019esistenza di una campagna russa fatta di<br>sabotaggi, attacchi informatici, interferenze elettroniche, disinformazione, manipolazione dei<br>processi democratici, pressioni economiche, operazioni clandestine e minacce alle infrastrutture<br>critiche. Mosca non ha bisogno di far avanzare i carri armati oltre la frontiera di un Paese alleato per<br>danneggiare l\u2019Europa. Le basta agire sotto la soglia che potrebbe provocare una risposta militare<br>collettiva.<br>\u00c8 una guerra calibrata. Ogni singolo episodio pu\u00f2 essere presentato come un incidente, un reato<br>comune, un guasto, l\u2019iniziativa di un gruppo autonomo o un fatto dall\u2019attribuzione incerta. \u00c8<br>proprio questa ambiguit\u00e0 a rendere efficace la strategia. Considerati separatamente, gli episodi<br>sembrano insufficienti per parlare di guerra. Osservati insieme, rivelano una campagna coerente:<br>indebolire la coesione europea, alimentare la sfiducia nelle istituzioni, ridurre il sostegno<br>all\u2019Ucraina, intimidire le opinioni pubbliche e dimostrare che le nostre societ\u00e0 possono essere<br>colpite senza che siamo capaci di reagire in modo unitario.<br>La Russia pu\u00f2 dunque considerarci avversari, colpirci e cercare di condizionare le nostre decisioni,<br>mentre noi continuiamo a rassicurarci ripetendo di non essere in guerra. La formula \u00e8 formalmente<br>corretta, ma politicamente anestetizzante.<br>Riconoscere questa realt\u00e0 non significa aderire senza riserve n\u00e9 alla narrazione occidentale n\u00e9 a<br>quella del Cremlino. La storia di questa guerra non comincia il 24 febbraio 2022 e non pu\u00f2 essere<br>ridotta alla semplice contrapposizione fra un aggressore comparso improvvisamente sulla scena e<br>un Occidente intervenuto soltanto per soccorrere l\u2019aggredito.<br>Dopo la caduta del Muro di Berlino, l\u2019Europa non riusc\u00ec a costruire un sistema di sicurezza<br>realmente condiviso. Mentre il Patto di Varsavia si dissolveva, la NATO non soltanto rimase, ma si<br>allarg\u00f2 progressivamente a molti Paesi dell\u2019ex blocco sovietico, fino a includere tre ex repubbliche<br>dell\u2019URSS direttamente confinanti con la Russia. Ma ci\u00f2 che per loro rappresentava una garanzia di<br>sicurezza fu percepito da Mosca come un progressivo accerchiamento. E quando, nel 2008, la<br>NATO dichiar\u00f2 che anche Ucraina e Georgia sarebbero diventate membri dell\u2019Alleanza, quella<br>percezione assunse una dimensione ancora pi\u00f9 concreta.<br>Questo non trasforma automaticamente l\u2019invasione dell\u2019Ucraina in un atto di legittima difesa.<br>L\u2019allargamento di un\u2019alleanza, per quanto discutibile e minaccioso possa essere percepito, non<br>equivale a un attacco armato. La decisione di attraversare i confini con un esercito, bombardare le<br>citt\u00e0 e tentare di imporre con la forza un diverso assetto politico rimane una scelta compiuta dalla<br>Russia, della quale Mosca porta la responsabilit\u00e0.<br>Ma la responsabilit\u00e0 dell\u2019atto finale non esaurisce l\u2019analisi delle cause che lo hanno preceduto. Per<br>comprenderle occorre considerare anche le promesse formulate e poi diversamente interpretate,<br>l\u2019espansione della NATO, il progressivo fallimento del rapporto fra Russia e Occidente, la crisi<br>ucraina del 2014, l\u2019annessione della Crimea, la guerra nel Donbass e il mancato funzionamento<br>degli accordi di Minsk. Presentare tutto il sostegno occidentale come una semplice conseguenza<br>dell\u2019invasione significa dunque eliminare dal racconto la lunga gestazione della contrapposizione.<br>Possiamo allora tenere insieme tre verit\u00e0, senza che l\u2019una cancelli le altre. La Russia ha scelto di<br>invadere l\u2019Ucraina. L\u2019Ucraina ha il diritto di difendersi e di chiedere assistenza. Ma anche<br>l\u2019Occidente ha contribuito, attraverso le proprie decisioni strategiche dopo la fine della Guerra<br>fredda, a costruire il contesto nel quale lo scontro \u00e8 maturato. Questo non significa distribuire le<br>responsabilit\u00e0 in parti uguali. Significa distinguere la responsabilit\u00e0 giuridica dell\u2019aggressione dalla<br>responsabilit\u00e0 politica per non aver saputo &#8211; o voluto &#8211; edificare un ordine europeo nel quale la<br>sicurezza di ciascuno non fosse percepita come una minaccia dagli altri.<br>Negare il primo punto significherebbe assolvere la Russia. Negare l\u2019ultimo significherebbe<br>assolvere noi stessi. Una riflessione credibile deve avere il coraggio di non fare n\u00e9 l\u2019una n\u00e9 l\u2019altra<br>cosa.<br>La finzione che ci impedisce di prepararci<br>I leader europei sanno perfettamente tutto questo. Se evitano la parola \u201cguerra\u201d non \u00e8 perch\u00e9 non<br>comprendano la situazione, ma perch\u00e9 pronunciarla produrrebbe conseguenze politiche, giuridiche e<br>psicologiche difficili da controllare.<br>Significherebbe spiegare ai cittadini che la sicurezza e il benessere ai quali si sono abituati non<br>possono pi\u00f9 essere considerati acquisiti. Imporrebbe di spendere diversamente, ricostituire le scorte,<br>aumentare la produzione militare, proteggere davvero le infrastrutture critiche, rafforzare la<br>resilienza civile e accettare che la deterrenza comporti costi e rischi. Costringerebbe inoltre i<br>governi a parlare con chiarezza degli obiettivi: vogliamo semplicemente impedire che l\u2019Ucraina<br>crolli o vogliamo creare le condizioni perch\u00e9 la Russia non possa ottenere con la forza ci\u00f2 che<br>pretende?<br>Per anni abbiamo fornito a Kiev abbastanza per non soccombere, ma spesso troppo poco e troppo<br>tardi per modificare decisamente il rapporto di forze. Abbiamo celebrato ogni nuova consegna come<br>una svolta, mantenendo per\u00f2 limitazioni, ritardi e incertezze che hanno consentito alla Russia di<br>adattarsi. Abbiamo voluto sostenere l\u2019Ucraina senza apparire coinvolti, indebolire l\u2019aggressione<br>senza provocare l\u2019aggressore, difendere l\u2019ordine europeo continuando a comportarci come se<br>quell\u2019ordine fosse ancora intatto.<br>Questa ambiguit\u00e0 ha avuto una funzione: contenere il rischio di escalation e preservare l\u2019unit\u00e0 fra<br>governi e opinioni pubbliche molto differenti. Non \u00e8 stata necessariamente vigliaccheria. In una<br>contrapposizione fra potenze nucleari, la prudenza non \u00e8 una colpa. Ma la prudenza diventa<br>pericolosa quando impedisce di vedere che anche l\u2019avversario osserva le nostre esitazioni, misura le<br>nostre paure e costruisce su di esse la propria strategia.<br>Il rischio maggiore di questa ambiguit\u00e0 \u00e8 che la guerra sommersa possa improvvisamente emergere.<br>Stiamo camminando sul ciglio di un burrone: basta un errore di calcolo, un\u2019attribuzione sbagliata,<br>un attacco che provochi numerose vittime, un missile caduto nel luogo sbagliato, un sabotaggio<br>particolarmente grave o una reazione sproporzionata perch\u00e9 il confronto indiretto si trasformi in uno<br>scontro aperto.<br>La storia insegna che le guerre non sempre iniziano perch\u00e9 qualcuno le ha volute nella forma che<br>poi assumono. Possono nascere da una sequenza di decisioni ciascuna apparentemente controllabile,<br>fino al momento in cui nessuno riesce pi\u00f9 a controllarne l\u2019insieme. \u00c8 questo il pericolo dell\u2019attuale<br>strategia: ogni passo viene presentato come limitato, proporzionato e incapace di provocare<br>l\u2019escalation. Ma la somma di tanti passi limitati pu\u00f2 condurre esattamente dove tutti dichiarano di<br>non voler arrivare.<br>Se i governi europei considerano davvero la Russia una minaccia diretta e sostengono che la<br>sicurezza dell\u2019Ucraina coincide con quella dell\u2019Europa, dovrebbero preparare i rispettivi Paesi<br>anche all\u2019eventualit\u00e0 che la deterrenza fallisca. In gran parte del continente, invece, la preparazione<br>delle popolazioni rimane incomparabilmente inferiore alla gravit\u00e0 delle dichiarazioni politiche e<br>delle scelte militari compiute.<br>Con alcune significative eccezioni, non esistono reti di rifugi capaci di proteggere una parte<br>consistente della popolazione. Mancano una cultura diffusa della protezione civile, esercitazioni<br>regolari, piani di evacuazione realmente conosciuti, riserve adeguate, sistemi ridondanti di<br>comunicazione e una chiara indicazione di ci\u00f2 che ogni cittadino dovrebbe fare in caso di attacco o<br>di prolungata interruzione dei servizi essenziali. Si parla molto di aumentare la spesa militare, assai<br>meno di come proteggere le persone per le quali quelle forze armate dovrebbero combattere.<br>La stessa vulnerabilit\u00e0 riguarda le infrastrutture critiche: reti energetiche, telecomunicazioni, porti,<br>aeroporti, ferrovie, centri informatici, acquedotti, ospedali, depositi di carburante e collegamenti<br>sottomarini. Proteggerle non significa soltanto sorvegliarle, ma predisporre ridondanze, capacit\u00e0 di<br>riparazione rapida, scorte, fonti alternative di energia, catene di comando resistenti e personale<br>addestrato a operare anche sotto attacco.<br>Particolare attenzione dovrebbe essere riservata alle centrali nucleari. Non si pu\u00f2 affermare che<br>siano prive di protezione: dispongono di sistemi di sicurezza, difese fisiche e procedure di<br>emergenza. Ma una cosa \u00e8 proteggerle da incidenti, guasti o azioni di sabotaggio circoscritte; altra<br>cosa \u00e8 garantirne la sicurezza durante un conflitto prolungato, in presenza di missili, droni, attacchi<br>informatici, interruzioni della rete elettrica e difficolt\u00e0 nel mantenere rifornimenti e personale.<br>L\u2019esperienza ucraina ha dimostrato che l\u2019integrit\u00e0 dell\u2019impianto, l\u2019alimentazione elettrica esterna, il<br>raffreddamento, le comunicazioni e la libert\u00e0 d\u2019azione degli operatori possono diventare<br>simultaneamente vulnerabili. L\u2019Agenzia internazionale per l\u2019energia atomica ha dovuto definire<br>specifici principi di sicurezza nucleare applicabili proprio durante un conflitto armato.<br>Preparare la popolazione non significherebbe seminare il panico. Al contrario, significherebbe<br>ridurlo. Una societ\u00e0 informata, addestrata e protetta \u00e8 meno vulnerabile alla paura, alla<br>disinformazione e al ricatto. Ed \u00e8 anche un elemento della deterrenza: un avversario sar\u00e0 meno<br>incline a colpire una nazione che sa assorbire l\u2019urto, mantenere operative le proprie strutture e<br>continuare a funzionare.<br>Ma una nazione deve anche voler essere difesa<br>La resilienza di un Paese non dipende soltanto dai rifugi, dalle scorte e dalla protezione delle<br>infrastrutture. Dipende anche dalla disponibilit\u00e0 dei cittadini a riconoscere qualcosa per cui valga la<br>pena assumersi responsabilit\u00e0, sopportare sacrifici e, nella circostanza estrema, difendere la propria<br>comunit\u00e0 nazionale.<br>Da questo punto di vista, i dati italiani sono particolarmente inquietanti. Secondo un\u2019indagine<br>pubblicata dal Censis nel luglio 2025, fra gli italiani in et\u00e0 compresa tra i 18 e i 45 anni, soltanto il<br>16 per cento si dichiarerebbe pronto a combattere qualora l\u2019Italia fosse coinvolta direttamente in<br>una guerra e venisse richiamato dalle Forze armate. Il 39 per cento reagirebbe protestando in quanto<br>pacifista, il 19 per cento cercherebbe di sottrarsi alla chiamata e il 26 per cento preferirebbe affidare<br>la difesa a militari professionisti o mercenari stranieri. Un\u2019indagine internazionale condotta da<br>Gallup International alla fine del 2023 aveva gi\u00e0 indicato l\u2019Italia come il Paese con la percentuale<br>pi\u00f9 elevata di risposte negative: il 78 per cento degli intervistati dichiarava che non sarebbe stato<br>disposto a combattere per il proprio Paese.<br>Questi risultati non autorizzano a liquidare gli italiani come codardi n\u00e9 a confondere il rifiuto della<br>guerra con il rifiuto della Patria. Una risposta a un sondaggio non equivale a ci\u00f2 che una persona<br>farebbe realmente davanti a un\u2019aggressione. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile ignorare il<br>segnale. Per decenni abbiamo educato le nostre societ\u00e0 a considerare la pace come una condizione<br>naturale, la sicurezza come un servizio fornito dallo Stato o dagli alleati e la difesa come un<br>compito riservato a una minoranza di professionisti. Non possiamo sorprenderci se, quando torna a<br>manifestarsi la possibilit\u00e0 della guerra, una parte consistente della popolazione non percepisce pi\u00f9 la<br>difesa nazionale come una responsabilit\u00e0 che la riguarda.<br>Anche questa \u00e8 una debolezza strategica. La deterrenza non dipende soltanto dalla quantit\u00e0 delle<br>armi, ma dalla convinzione dell\u2019avversario che una societ\u00e0 sia disposta a resistere, sopportare i costi<br>e difendere ci\u00f2 che considera essenziale. Un Paese pu\u00f2 aumentare la spesa militare e acquistare<br>sistemi tecnologicamente avanzati; ma se dietro quegli strumenti non esiste una comunit\u00e0<br>consapevole di ci\u00f2 che intende proteggere, rischia di costruire un apparato di difesa senza una<br>nazione disposta a sostenerlo.<br>Prepararsi per non dover combattere<br>La contraddizione \u00e8 dunque ancora pi\u00f9 profonda. I governi affermano che ci troviamo davanti alla<br>pi\u00f9 grave minaccia alla sicurezza europea dalla fine della Seconda guerra mondiale, inviano armi,<br>addestrano soldati, riorganizzano i comandi e aumentano le spese militari. Ma, nella maggior parte<br>dei casi, continuano a rivolgersi ai cittadini come se la guerra rimanesse lontana e potesse essere<br>contenuta indefinitamente entro i confini ucraini.<br>Non ci stanno preparando alla guerra che, con le loro stesse parole, ritengono possibile. Non ci<br>stanno preparando materialmente, perch\u00e9 mancano rifugi, scorte, esercitazioni e adeguate protezioni<br>delle infrastrutture. Ma non ci stanno preparando neppure culturalmente e civilmente, perch\u00e9 non<br>spiegano che cosa siamo chiamati a difendere, quali responsabilit\u00e0 comporti la cittadinanza e quale<br>prezzo potrebbe essere necessario sostenere per conservare la libert\u00e0 e la sicurezza di cui godiamo.<br>Non si pu\u00f2 coltivare per decenni l\u2019illusione che la difesa sia un servizio delegabile ad altri e poi<br>pretendere che, davanti al pericolo, nasca improvvisamente una volont\u00e0 collettiva di resistenza. La<br>disponibilit\u00e0 a difendere il proprio Paese non si decreta quando scoppia una guerra: si costruisce<br>prima, attraverso la fiducia nelle istituzioni, la consapevolezza dei rischi, il senso di appartenenza e<br>la convinzione che ci\u00f2 che si \u00e8 chiamati a proteggere meriti davvero di essere difeso.<br>Forse i governi evitano di affrontare tutto questo perch\u00e9 preparare davvero i rispettivi Paesi<br>significherebbe ammettere ci\u00f2 che ancora non vogliono dire: che la linea di separazione fra guerra<br>sommersa e guerra aperta \u00e8 diventata terribilmente sottile.<br>Riconoscere che l\u2019Europa \u00e8 gi\u00e0 dentro la guerra non significa auspicare uno scontro aperto con la<br>Russia. Significa comprendere che il modo migliore per impedirlo \u00e8 rendere credibile la deterrenza<br>e prepararsi seriamente alla possibilit\u00e0 che essa fallisca.<br>La domanda, allora, non \u00e8 se l\u2019Europa debba entrare in guerra. \u00c8 fino a quando potr\u00e0 continuare a<br>fingere di esserne fuori e quanto a lungo riuscir\u00e0 a impedire che la guerra sommersa diventi guerra<br>aperta.<br>La Russia combatte per modificare con la forza l\u2019ordine europeo. L\u2019Ucraina combatte<br>materialmente per impedirglielo. Noi forniamo una parte essenziale degli strumenti con cui lo fa e<br>subiamo, sul nostro territorio, la risposta ibrida di Mosca. Il diritto pu\u00f2 tracciare il confine formale<br>fra assistenza e belligeranza; non pu\u00f2 cancellare la realt\u00e0 strategica.<br>Per essere in guerra non serve dichiararla. Basta farla. E questa guerra, anche se non abbiamo<br>ancora trovato il coraggio di chiamarla con il suo nome, riguarda ormai tutti noi.<br>Proprio per questo la soluzione auspicabile non pu\u00f2 essere il suo prolungamento indefinito, n\u00e9 tanto<br>meno il suo allargamento. Occorre porre immediatamente termine alle ostilit\u00e0 e riaprire la via del<br>negoziato, prima che un errore, un incidente o una decisione irreversibile trascinino l\u2019Europa oltre<br>l\u2019orlo sul quale gi\u00e0 si trova.<br>Far tacere le armi, tuttavia, sar\u00e0 soltanto il primo passo. Occorrer\u00e0 ricostruire i ponti spezzati fra<br>civilt\u00e0 e popolazioni che non hanno voluto questa guerra e non vogliono continuare a pagarne il<br>prezzo. Prepararsi a difendersi \u00e8 necessario per rendere credibile la deterrenza; lavorare per una<br>pace giusta e duratura \u00e8 il compito pi\u00f9 urgente della politica.<br>Con amarezza, per\u00f2, non vedo i cosiddetti leader politici muoversi con la stessa determinazione in<br>questa direzione: li vedo prepararsi alla prosecuzione della guerra assai pi\u00f9 di quanto lavorino alla<br>sua conclusione e alla ricostruzione dei rapporti fra i popoli.<br>Condivido ci\u00f2 che il mare mi ha insegnato, senza la pretesa di possedere verit\u00e0 assolute. Offro<br>queste riflessioni a chi vorr\u00e0 navigare con me. Chi sentir\u00e0 che questa rotta gli appartiene, salga a<br>bordo.<br>Il mare \u00e8 grande. C\u2019\u00e8 spazio per tutti quelli che hanno il coraggio di partire.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large is-resized\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"576\" src=\"https:\/\/www.townews.it\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/FOTO-TREU-1024x576.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-233452\" style=\"width:185px;height:auto\" srcset=\"https:\/\/www.townews.it\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/FOTO-TREU-1024x576.jpeg 1024w, https:\/\/www.townews.it\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/FOTO-TREU-980x551.jpeg 980w, https:\/\/www.townews.it\/wp-content\/uploads\/2026\/09\/FOTO-TREU-480x270.jpeg 480w\" sizes=\"(min-width: 0px) and (max-width: 480px) 480px, (min-width: 481px) and (max-width: 980px) 980px, (min-width: 981px) 1024px, 100vw\" \/><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Paolo Treu<\/strong><br>L\u2019Ammiraglio di Squadra (aus.) Paolo Treu \u00e8 ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del<br>braccio operativo della Marina Militare italiana.<br>\u201c<em>MAPPE DEL POTERE<\/em>\u201d<br>(<a href=\"https:\/\/www.linkedin.com\/newsletters\/mappe-del-potere-7436115065423974400\/\">https:\/\/www.linkedin.com\/newsletters\/mappe-del-potere-7436115065423974400\/<\/a>)<br>\u201c<em>LEADERSHIP<\/em>\u201d<br>(<a href=\"https:\/\/www.linkedin.com\/newsletters\/leadership-7430953035700391936\/\">https:\/\/www.linkedin.com\/newsletters\/leadership-7430953035700391936\/<\/a>)<br>PUBBLICAZIONI<br>Paolo Treu \u00e8 autore di molte pubblicazioni. L\u2019ultima in ordine di tempo \u00e8 intitolata \u201cTu sei un intero<br>oceano in una goccia \u2013 Rompi le pareti della tua prigione\u201d. Il ricavato della vendita del libro sar\u00e0<br>interamente devoluto per volont\u00e0 dell\u2019autore all\u2019Associazione MITOCON (<a href=\"http:\/\/www.mitocon.it\">www.mitocon.it<\/a>) che opera a<br>sostegno dei pazienti affetti da rare malattie mitocondriali che colpiscono i bambini e le relative famiglie.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><a href=\"https:\/\/amzn.eu\/d\/09PPCGeE\">https:\/\/amzn.eu\/d\/09PPCGeE<\/a><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La guerra che non vogliamo chiamare con il suo nomeLe dichiarazioni formali appartengono ormai pi\u00f9 alla storia diplomatica che alla realt\u00e0 dei conflitticontemporanei. 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