Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

(Articolo scritto e pubblicato per la rivista “Informazioni della Difesa”)

“La sindrome cinese”, che colpisce oggi i Paesi artici, non ha nulla che fare con la trama di un famoso film  del 1979, dal titolo omonimo e con un cast stellare, perché non è dovuta al panico e alla psicosi collettiva per un disastro nucleare, ma al timore derivante dalla percezione, da parte della Russia, degli Stati Uniti e dell’Europa, della presenza, sempre più attiva e ingombrante nella regione artica, della Cina che, sebbene non abbia coste che si affacciano sul Mar Glaciale Artico, è presente in quell’area come se ne fosse stata da sempre parte integrante. E’ come se i confini geografici non avessero più senso, mentre una realtà che ci è materialmente molto lontana, ha acquisito, senza accorgercene, la capacità di esserci vicina o addirittura di entrare nelle “nostre case” senza neppure bussare. 

La Cina e le altre potenze mondiali sembra che incarnino il lato oscuro della globalizzazione, generando nella collettività timori anche in un luogo così remoto e incontaminato come l’Artico, per la paura di trasformarlo in un territorio in cui si scontrano ingerenze e rivalità geostrategiche, economiche, politiche e militari.

I primi effetti della trasformazione dell’Artico sono riportati in un recente rapporto del Centre for High North Logistics(CHNL), che rivela come il traffico marittimo sulla “Rotta del Mare del Nord” (NSR), ovvero la via marittima artica che collega l’Europa con l’Asia passando a nord della Russia, è significativamente aumentato in questi ultimi mesi. 

Sulla base del monitoraggio dei movimenti delle navi, forniti dall’osservazione satellitare (AIS), sono stati registrati 52 viaggi di transito completi attraverso la “North Sea Rute”(NSR) così ripartiti: 

17 viaggi completati

10 viaggi in fase di completamento

12 viaggi all’interno della NSR

13 viaggi stati avviati di recente.

Per quanto concerne i carichi trasportati, il rapporto ha evidenziato che il trasferimento di petrolio greggio dalla Russia alla Cina rappresenta oltre la metà di tutti i volumi spediti. Al tempo stesso, lungo la medesima direttrice, è stato rilevato anche un cospicuo incremento del traffico di navi porta containers.

Altre rotte, un tempo permanentemente inaccessibili per la presenza dei “ghiacci eterni”, nei mesi estivi sono divenute navigabili, come la Northwest Passage (Passaggio a Nord-Ovest) che attraversa l’Arcipelago canadese, mentre altre rotte sono divenute accessibili in ogni stagione con l’impiego delle navi rompighiaccio, come nel caso della “TranspolarSea Route” (TSR), la rotta che attraversa il centro dell’Oceano Artico.

A riprova del crescente interesse della Cina per le nuove rotte artiche c’è la partenza della  nave porta container “Istanbul Bridge”, salpata dal porto cinese di Ningbo-Zhoustan per iniziare un tragitto destinato a rivoluzionare il commercio marittimo globale percorrendo la rotta artica per arrivare a Felixstowe, in Gran Bretagna, ma con tappe a Rotterdam, Amburgo e Gdansk. 

Il viaggio della “Istanbul Bridge” evidenzia che Cina di XiJinping vuole giocare un ruolo da protagonista nel commercio globale marittimo, raccogliendo e depositando merci in più località sia in Europa che in Asia, e proprio nel momento in cui i suoi diretti competitors, Stati Uniti, Russia ed Unione Europea, vivono conflitti sanguinosi, in liti sui dazi e in una crescente instabilità politica, economica e sociale.

Un aspetto apparentemente trascurabile, ma viceversa strategicamente e commercialmente molto importante, e’ la scelta dell’armatore cinese di attraversare l’Oceano più settentrionale del Pianeta senza fare scalo nei numerosi porti siberiani della Federazione Russa. Pechino, infatti, tesse buoni rapporti con i Paesi artici e vuole mantenersi equidistante da tutti i soggetti protagonisti della geopolitica in Artico. Ha scelto, infatti, di attraversare l’Oceano più settentrionale del Pianeta evitando, non a caso, gli scali intermedi nei numerosi porti siberiani della Federazione Russa, volendo dimostrare di rispettare le sanzioni internazionali adottate contro Mosca, onde evitare che le ricadute della guerra in Ucraina rischino di ostacolare il progetto del Governo di Pechino di ridisegnare il commercio globale.

Come sottolineato da Emanuela Somalvico, Direttrice dell’Osservatorio Intelligence sull’Artico e da Agata L’avorio, ricercatrice esperta in Relazioni Internazionali nel convegno dal titolo  “La Regione Artica tra sicurezza e nuove minacce” – “alla luce degli effetti del cambiamento climatico e dello spill-over da e verso altri teatri, l’Artico ha subìto una significativa trasformazione, iniziata all’incirca dal 2007 e accelerata nel 2022 con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia (paralisi del Consiglio Artico, adesione nella NATO di Svezia e Finlandia). La regione presenta inedite opportunità economiche e commerciali (estrazione di risorse e apertura di nuove rotte), ma anche minacce convenzionali e ibride derivanti da una crescente presenza delle grandi potenze mondiali”. 

Tra queste spicca la Repubblica Popolare Cinese che, pur non facendo parte degli otto Paesi artici, nonostante i 1500 km che la separano da quei territori, si è autoproclamata “Stato vicino all’Artico” e negli ultimi quindici anni ha aumentato significativamente la sua presenza e la sua influenza in tutta l’area. Gli obiettivi di Pechino nell’Artico sono molteplici e combinano aspetti economici con quelli geopolitici e scientifici, e sono coerenti con la strategia globale del Governo cinese che in quei territori mira a:

a – diversificare le rotte commerciali

b – garantirsi accesso a risorse naturali cruciali

c – rafforzare la propria proiezione scientifica e politica

d- consolidarsi come potenza marittima globale

“La Via della Seta Polare”

Nel processo di estensione della propria area di influenza sull’Artico, la Cina punta a utilizzare il Passaggio a Nord-Est,situato lungo la costa russa e considerandolo di fatto parte della “Via della Seta Polare”, perché in questo modo può ridurre di circa il 30–40% i tempi di navigazione lungo le rotte marittime che collegano l’Asia Nordorientale con l’Europa, rispetto alle rotte tradizionali che transitano attraverso il Canale di Suez.

La “Via della Seta Polare” è considerata una costola della più ampia iniziativa cinese nota come “Nuova Via della Seta” o “Belt and Road Iniziative”, che punta proprio a creare nuovi “corridoi economici”, terrestri e marittimi.

Non è un caso che Pechino stia investendo sui porti e stia dotandosi di nuove navi rompighiaccio e di idonei assetti logistici, con lo scopo di garantirsi un ruolo da protagonista nei futuri corridoi commerciali del nuovo continente artico tra la Cina e l’Europa, sfruttando lo scioglimento del ghiaccio della calotta polare.

Ricerca scientifica e risorse energetiche e minerarie

L’Artico fa gola perché, secondo gli esperti, può contenere fino al 13% del petrolio e fino al 30% del gas naturale non ancora scoperti a livello mondiale, oltre alle miniere ricche di minerali rari e delle ambitissime terre rare.

La Cina, grande importatrice di energia, mira a partecipare anche ai progetti estrattivi in quei territori, soprattutto in partnership con la Russia ed in particolare con i progetti già avviati Yamal LNG e Arctic LNG-2. Ma non solo, perché il Governo cinese sostiene la propria presenza nell’Artico anche attraverso la costruzione e l’operatività di Stazioni di ricerca scientifica e probabilmente non solo per le finalità di studio.

Ne sono un esempio la Base denominata “Grande Muraglia” e quella di Xuanwu, dove si svolgono studi di vario genere, inclusi il monitoraggio delle condizioni ambientali e la ricerca di risorse minerarie. Queste attività sono coordinate dal PolarResearch Istitute of China (PRI) e mirano a posizionare la Repubblica Popolare cinese come una grande potenza scientifica e tecnologica nella regione, evidenziandone la sua importanza sia strategica che commerciale. Pechino, dunque, rivendica un ruolo “legittimo” nell’Artico sia per lo studio degli effetti dei cambiamenti climatici che per le nuove opportunità commerciali e strategiche militari che ne derivano. Non è un caso, infatti, che dal 2013 faccia parte del Consiglio Artico in qualità di Osservatore, consolidando la propria influenza istituzionale.

Il Consiglio Artico

Il Consiglio è un Organismo intergovernativo ad alta cooperazione che promuove la cooperazione, le interazioni e le sfide ambientali, sociali ed economiche nella regione artica.  La presidenza del Consiglio Artico è stabilita a rotazione tra gli Stati membri, e il Presidente dura in carica per un periodo di due anni. Dal mese di maggio del 2025 la Presidenza è affidata alla Danimarca.

Si tratta di un Organismo internazionale al quale, purtroppo, l’Unione Europea non partecipa neppure come Osservatore, e a supportare la presidenza danese c’è la Cinache ha già stipulato accordi bilaterali con la Norvegia e con l’Islanda, ha investito in Siberia partecipando alla costruzione dell’impianto di Yamal, e guarda con rinnovato interesse, e con ovvio disappunto degli Stati Uniti d’America, anche alla Groenlandia.

La Cina da un capo all’altro del mondo

La Cina proietta le mire espansionistiche e la propria influenza anche sul Polo opposto del Pianeta. Nell’Antartide ha installato diverse Stazioni di ricerca scientifica, alle quali alcuni attribuiscono, senza conferme ufficiali, anche scopi militari, nonostante nel 1981 i cinesi fossero stati accusati di svolgere, all’interno delle infrastrutture, insufficienti attività di ricerca scientifica. Le Basi in effetti sembrerebbero ricoprire più un ruolo fisico di occupazione del territorio, che vere e proprie “incubatrici” per coltivare studi e interessi scientifici. 

I nodi verranno al pettine con la revisione del Trattato Antartico del 1959, prevista per il 2048, ma che Russia e Cina, in realtà, vorrebbero anticipare per allentare le attuali restrizioni imposte e nell’ottica di ampliare, ovviamente, la propria area di influenza.

Ipotesi di una nuova “guerra fredda, anzi gelida”

Come accade per altre potenze mondiali, quali gli Stati Uniti, l’India, lo stesso Giappone e ovviamente per i Paesi nordici dell’Europa, la Repubblica Popolare Cinese vede l’Artico come un’area di nuova competizione globale, all’interno della quale vuole assicurarsi un’accesso per esercitare la propria influenza e per non lasciare uno spazio esclusivo ai suoi principali competitors.

E’ di fatto sempre più evidente quanto, la cooperazione con Mosca, sia centrale, ma Pechino sta coltivando buoni rapporti anche con l’Islanda, la Groenlandia e la Norvegia, cercando di bilanciare le alleanze e tenere il proprio piede in più scarpe possibili.

Il territorio artico è diventato negli ultimi anni un punto nevralgico della geopolitica globale. Questo comporta la nascita e il controllo di nuovi traffici commerciali, ma anche l’espressione di capacità militari nel proiettarsi più rapidamente tra gli Oceani. Non è, pertanto, un’esagerazione affermare che l’Artico potrebbe alimentare tensioni trai i grandi blocchi di Occidente e Oriente, paragonabili a quelli del passato anche se in forme nuove.

La Cina, che si autodefinisce “Stato vicino all’Artico”, ha inserito la regione artica nella “Nuova Via della Seta Polare” e ciò porta a un gioco a tre: Russia e Cina da un lato, Occidente dall’altro, con frizioni crescenti e generando un clima di sfida simile alla storica contrapposizione tra Est e Ovest del secolo scorso.

C’è da sperare che l’Artico, che potrebbe avvicinare e ridurre le distanze tra i continenti, non costituisca, viceversa, il pericoloso innesco di una nuova guerra fredda, anzi “gelida”.