I cittadini europei non leggeranno il rapporto che il 28 settembre i Ministri della Difesa hanno accolto a Bruxelles. L’Agenzia Europea per la Difesa lo ha scritto per i Governi e non ne prevede la diffusione pubblica. I numeri che lo accompagnano sono invece noti. Nel 2025 i ventisette Stati dell’Unione hanno speso 418 miliardi di euro in difesa, pari al 2,2% del prodotto interno lordo, un quinto in più dell’anno prima.
Ventitré Stati su ventisette hanno speso almeno il 2% del prodotto interno lordo. Gli altri quattro sono i Paesi dell’Unione che non fanno parte della NATO. Fissata dall’Alleanza nel 2014, quella soglia è diventata il minimo che quasi tutti ormai superano. Nel 2021 la spesa complessiva era di 218 miliardi secondo il servizio studi del Parlamento Europeo. In quattro anni è quasi raddoppiata e l’Agenzia prevede per il 2026 altri 36 miliardi. Il totale sarebbe di 454, il 2,4% del PIL.
Poi c’è il modo di spendere. Nel 2025 solo il 24% degli acquisti di equipaggiamenti è stato collaborativo. Il parametro dell’Agenzia è il 35%. La Roadmap al 2030 chiede di arrivare al 40% entro la fine del 2027. Chi compra da solo compra diverso. Munizioni e sistemi di comunicazione non intercambiabili producono eserciti che spendono di più senza diventare più facili da schierare insieme.
Gli acquisti di equipaggiamenti sono saliti a 115 miliardi. La ricerca e sviluppo si ferma a 17 miliardi, il 4% della spesa. Si compra quasi sette volte quel che si inventa. L’Agenzia attribuisce il divario alla frammentazione e alla scarsa integrazione dei programmi, che ostacolano il passaggio dal laboratorio alla capacità schierabile.
Un bilancio si alza con un voto. Un intercettore o una fregata richiedono anni. Secondo quanto riportato da Reuters, il sommario esecutivo del rapporto giudica insufficienti i piani nazionali per chiudere entro il 2030 le carenze in cinque ambiti che vanno dalla difesa aerea ai droni. Nello stesso tempo l’Agenzia rivendica progressi significativi nei droni e nel settore marittimo. «Ora dobbiamo concentrarci su come colmare davvero quelle lacune» (Kaja Kallas, Alta rappresentante dell’Unione, 28 settembre, traduzione dall’inglese). Una settimana prima Kallas aveva detto che la missione Aspides nel Mar Rosso dispone di sei navi e ne servirebbero più di dieci.
Il confronto con gli Stati Uniti, che nel 2025 hanno speso circa 920 miliardi di euro, regge solo come ordine di grandezza perché le definizioni di spesa non coincidono. Washington spende comunque più del doppio. Per l’Agenzia l’Ucraina è un partner particolarmente importante, perché la sua esperienza sul campo e la sua capacità industriale possono accorciare i tempi.
Nel gennaio del 1930 il Parlamento francese approvò per le fortificazioni lungo il confine con la Germania uno stanziamento di 2,9 miliardi di franchi. La spesa finale, secondo le stime, arrivò tra i cinque e i sette miliardi. I Comandi consideravano la foresta delle Ardenne una barriera che i carri armati non avrebbero attraversato. Nel maggio del 1940 i tedeschi ci passarono con i carri armati.
Per il 2029 l’Agenzia stima che la spesa possa arrivare a 547 miliardi. Rispetto al 2025 sarebbe un aumento del 31% in quattro anni. A quel ritmo il collo di bottiglia si sposta sulle linee di produzione e sul personale che le fa funzionare.
I leader discuteranno il rapporto il 15 e 16 ottobre al Consiglio Europeo. Secondo la Roadmap i contratti per colmare le carenze critiche devono essere firmati e finanziati entro la fine del 2028. Le forniture pagate con il programma SAFE sono attese entro la fine del 2030.

Antonio Di Ieva
Giornalista, stratega editoriale, digitale e social media. Responsabile multimedia e web della rivista “Informazioni della Difesa”, cura i progetti speciali per PRP Media Consulting e PRP Channel. Scrive di geopolitica, difesa, tecnologie emergenti, connettendo ambiti distanti in analisi divenute racconto.
