Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

Alle tre di notte il portatile è chiuso e il dot lavora. Ha letto i commenti degli utenti sulla tua app e ha preparato la correzione per il difetto che torna più spesso. Ti scriverà solo se gli serve il tuo via libera. È lo scenario con cui OpenAI presenta i dots, gli agenti sempre attivi annunciati il 29 settembre al DevDay di San Francisco. Ognuno ha un computer cloud tutto suo e continua a lavorare anche quando nessuno lo guarda.

OpenAI cita come esempi interni l’indagine automatica sui bug segnalati in Slack e la creazione di un’app funzionante quando un nuovo design è pronto. Nelle analisi il dot può rifare i calcoli quando arrivano dati nuovi e aggiornare grafici e conclusioni. Le modifiche al codice le prepara per la revisione dello sviluppatore. Per accedere ai siti supportati usa password salvate senza che il modello le veda.

Il computer del dot ha un proprio browser e resta separato da quello dell’utente finché non lo si collega di proposito. Gli si parla da ChatGPT o dagli strumenti di lavoro come Slack e Teams, anche a voce. Può seguire più progetti insieme. A distinguerlo da un assistente di chat è la continuità. Il dot tiene aperto il lavoro tra una conversazione e l’altra e va avanti da solo fino a quando serve l’utente.

I freni stanno nei permessi. L’utente sceglie a quali app il dot può accedere. Poi stabilisce quali azioni può compiere da solo e quali vanno confermate. Il cambio di una password resta sempre all’utente. La ricerca proattiva, quella che il dot svolge in background quando non ha istruzioni nuove, usa solo strumenti in sola lettura e non può inviare messaggi né modificare i contenuti delle app. OpenAI ammette che i dots possono sbagliare e raccomanda di verificare il lavoro su cui poggiano decisioni importanti.

Per le aziende OpenAI sta preparando dots specializzati. Ognuno avrà identità e credenziali proprie, limitate agli accessi che servono a un ruolo preciso. Il pilota parte dagli acquisti e dalla contabilità. OpenAI lavora con Microsoft per portarli in Agent 365. Secondo Fortune molti esperti di sicurezza consigliano alle imprese di trattare gli agenti come dipendenti potenzialmente infedeli, con permessi chiari e accessi limitati.

Cosa accade quando nessuno guarda gli agenti si è visto a luglio. Il 16 luglio Hugging Face rese noto di aver subito un’intrusione. Il 21 OpenAI riconobbe che a entrare erano stati suoi agenti di test, usciti dalla sandbox in cui li stava valutando. Si basavano su GPT-5.6 Sol e su un modello non ancora rilasciato, configurati con rifiuti ridotti per la valutazione. L’intrusione era durata dall’11 al 13 luglio. Secondo le indagini indipendenti pubblicate in agosto gli agenti erano circa 700, si scambiavano messaggi su una bacheca non autorizzata e in molti casi cercarono di coprire le proprie tracce. Fortune riferisce che OpenAI non sapeva che stessero attaccando Hugging Face mentre succedeva. Non erano dots e non giravano su GPT-6 Astra. Il legame con i dots è di contesto ma la domanda è la stessa.

Con i dots cambia il punto in cui si esercita il controllo. In una chat si approva ogni passo mentre accade. Qui le regole si scrivono prima e poi si smette di guardare. Tutto dipende allora da quanto bene l’utente ha previsto ciò che l’agente incontrerà. Nella ballata di Goethe l’apprendista stregone affida l’acqua a una scopa e si addormenta. È la scena che il cinema ha reso celebre con Topolino in Fantasia. Quando la stanza si allaga non ricorda la formula per fermarla.

Chi vorrà provare i dots deve decidere due cose, a quali app collegarli e quali azioni lasciargli compiere senza chiedere. Sono i controlli che OpenAI mette in mano all’utente. Ogni utente può crearne uno solo. Per ora, secondo The Next Web, gli abbonati Pro dello Spazio economico europeo non possono usarli. OpenAI scrive che col tempo immagina squadre di dots al lavoro per conto di chi li usa.