Gli interessi dietro le promesse, la debolezza dell’Europa e il futuro che avremmo potuto costruire.
Quando osservo le scelte dei leader occidentali, mi domando quanto spazio rimanga davvero per una strategia capace di guardare oltre l’orizzonte, considerando che chi governa deve quasi sempre misurarsi con la durata del proprio mandato e con la necessità di presentare agli elettori risultati sufficientemente visibili da ottenerne la riconferma. È una condizione che può indurre a far coincidere l’interesse del Paese con il successo della propria stagione politica, cercando di raccogliere in pochi anni ciò che, per maturare senza produrre squilibri e lacerazioni, avrebbe bisogno di tempi ben più lunghi.
In questo quadro, credo che dovremmo interrogarci con maggiore attenzione anche sulle ragioni con le quali vengono giustificate certe iniziative internazionali, soprattutto quando ci vengono presentate come un impegno per portare democrazia, libertà e progresso ad altri popoli. Sono finalità nelle quali è facile riconoscersi e proprio per questo possono offrire una copertura particolarmente efficace a interessi economici e ambizioni di potere che, se dichiarati apertamente, raccoglierebbero probabilmente un consenso assai diverso. L’accesso alle risorse, il controllo delle vie commerciali, l’apertura di nuovi mercati o l’indebolimento di un concorrente acquistano tutt’altro significato agli occhi dell’opinione pubblica quando vengono raccontati come una missione al servizio dell’umanità.
Il punto sul quale vorrei soffermarmi è dunque questo: quando l’obiettivo prevalente è ottenere un vantaggio economico o geopolitico, la trasformazione della società sulla quale si interviene rischia di diventare soprattutto la giustificazione con cui si rende accettabile il perseguimento di quel vantaggio. In una simile prospettiva, comprendere la storia di un popolo, rispettarne la cultura e riconoscerne il diritto a scegliere il proprio percorso diventano esigenze subordinate al risultato che si vuole conseguire, mentre la complessità del Paese viene presa in considerazione soltanto nella misura in cui favorisce oppure ostacola il progetto.
Chi avesse davvero a cuore il futuro di quella popolazione dovrebbe invece accettare anche la possibilità che essa scelga una strada diversa dalla nostra, senza per questo considerarla arretrata, ostile o bisognosa di essere ricondotta entro un modello stabilito altrove. Dovrebbe inoltre avere l’umiltà di chiedersi quanto quel modello, con le sue libertà preziose ma anche con le sue profonde contraddizioni, sia realmente in grado di offrire le risposte che pretende di insegnare agli altri.
È qui che gli interessi di potere si incontrano con la fretta della politica, perché chi vuole accrescere l’influenza del proprio Paese e attribuirsene il merito difficilmente sarà disposto ad attendere i tempi di un processo del quale potrebbe beneficiare il suo successore. Diventa allora forte la tentazione di accelerare gli eventi, forzare gli equilibri e scommettere sulla possibilità di governare le reazioni, anche quando le conseguenze potrebbero protrarsi ben oltre il mandato di chi ha preso quelle decisioni.
E credo che sia proprio da questa distanza, fra il tempo a disposizione di chi vuole raccogliere un successo e il tempo durante il quale interi popoli ne pagheranno il prezzo, che dovremmo partire per rileggere molte delle vicende che ci hanno condotto alla situazione attuale.
Naturalmente la democrazia dispone degli strumenti per elaborare strategie che attraversino più legislature, così come la permanenza al potere per decenni non mette un governante al riparo da errori catastrofici. Il problema riguarda la capacità delle istituzioni e della società di chiedere conto delle conseguenze delle decisioni, senza lasciarsi conquistare soltanto dalla promessa di un successo immediato, e di riconoscere valore anche al lavoro di chi prepara un futuro del quale non potrà attribuirsi personalmente il merito.
L’Afghanistan offre, da questo punto di vista, una lezione sulla quale dovremmo continuare a riflettere. Il rapporto del SIGAR sulla ricostruzione ha individuato, fra le criticità, scadenze irrealistiche e una comprensione insufficiente del contesto locale, mentre il crollo dell’assetto sostenuto dall’Occidente ha mostrato quanto poco la durata di un impegno possa dirci, da sola, sulla solidità di ciò che si sta costruendo. [1] Si può infatti restare vent’anni in un Paese e continuare a pretendere che esso cambi secondo priorità, criteri e tempi stabiliti altrove, rinnovando di governo in governo l’urgenza di dimostrare che il progetto sta funzionando.
Quell’esperienza dovrebbe renderci più esigenti ogni volta che ci viene prospettata la trasformazione di un altro Paese, inducendoci a chiedere quali interessi siano in gioco, quale conoscenza vi sia della società coinvolta e chi si assumerà la responsabilità se le promesse non verranno mantenute. Perché, quando un progetto fallisce, chi lo ha promosso può aver già lasciato l’incarico, mentre chi vive in quel Paese rimane a fare i conti con quanto è stato distrutto, con le aspettative tradite e con gli equilibri che si sono spezzati.
L’Ucraina presenta una storia e responsabilità diverse, che devono essere riconosciute senza ambiguità: la Russia ha scelto la guerra e gli ucraini hanno certamente diritto alla propria sovranità e a decidere il proprio futuro. Proprio la gravità di questa tragedia, tuttavia, dovrebbe spingerci a ricostruire con onestà il percorso che l’ha preceduta, riconoscendo che la condanna dell’aggressione russa non ci esime dall’interrogarci sulle scelte occidentali e sul ruolo che possono aver avuto nel progressivo deterioramento degli equilibri europei.
Nel vertice di Bucarest del 2008, la NATO dichiarò formalmente che Ucraina e Georgia sarebbero diventate membri dell’Alleanza, pur senza fissare una data per la loro adesione; nel 2021 Mosca chiedeva garanzie contro ulteriori allargamenti e dispiegamenti militari. [2][3] Queste posizioni non dimostrano che il conflitto fosse inevitabile o che le pretese russe fossero legittime, ma rendono evidente quanto fosse profonda la divergenza sugli equilibri di sicurezza europei e quanto fosse necessario affrontarla con una visione capace di andare oltre il vantaggio del momento. La distanza fra quelle date mostra inoltre che il problema non può essere ridotto alla velocità di un singolo passaggio, perché anche una sequenza prolungata di decisioni può lasciare irrisolte le contraddizioni dalle quali nascerà una crisi.
Mi domando allora quanto sia stato investito nella costruzione di un equilibrio che tutelasse la libertà degli Stati e riducesse il rischio di una collisione, quali alternative fossero concretamente disponibili e quali segnali siano stati sottovalutati dalle diverse parti. La percezione russa di essere minacciata andava compresa insieme alle paure dei Paesi vicini alla Russia, nella consapevolezza che le percezioni influenzano le decisioni anche quando sono alimentate da diffidenze, propaganda o ambizioni di potere. Prenderle sul serio avrebbe dovuto servire a governare il rischio, senza riconoscere a nessuno il diritto di imporre con le armi la propria volontà.
È proprio sul ruolo dell’Europa che, a mio giudizio, dovremmo soffermarci con maggiore severità, cominciando da un dato che aiuta a comprendere la sproporzione fra le nostre dimensioni e la nostra capacità di incidere sugli eventi. L’Unione europea contava 452 milioni di abitanti all’inizio del 2026, mentre la più recente stima annuale sugli USA ne indicava 341,8 milioni al luglio 2025: pur riferendosi a date distanti sei mesi, il confronto restituisce una differenza di circa 110 milioni di persone, pari al 32% in più. [6][7] Una popolazione europea di queste dimensioni, con il patrimonio economico, industriale, scientifico e culturale che possiede, dovrebbe poter esprimere una capacità di iniziativa politica ben maggiore di quella che riesce a esercitare nelle crisi che riguardano direttamente il suo futuro.
Naturalmente il numero degli abitanti non si traduce automaticamente in potere, tanto più se si confronta uno Stato federale con un’Unione di ventisette Paesi che conservano interessi, priorità e strumenti di politica estera differenti. Ma proprio questa frammentazione rende evidente il limite che dovremmo superare: possediamo risorse considerevoli senza riuscire a trasformarle in una volontà politica comune, e finiamo così per esercitare un’influenza strategica assai inferiore alle nostre possibilità. È una debolezza che considero particolarmente grave quando sono in gioco la pace sul nostro continente, la competitività delle nostre imprese e le condizioni di vita delle nostre popolazioni.
Nella vicenda ucraina, ritengo che l’Europa si sia lasciata trascinare troppo a lungo entro una cornice strategica definita prevalentemente a Washington, senza riuscire a costruire una propria iniziativa capace di tenere insieme il sostegno alla sovranità ucraina e la ricerca di un equilibrio di sicurezza sostenibile. Questo giudizio non assolve i governi europei, che hanno compiuto e condiviso delle scelte, né cancella le ragioni dei Paesi che vedono nella Russia una minaccia diretta; pone però una questione che un’alleanza matura dovrebbe consentire di affrontare apertamente, perché gli interessi europei e quelli americani possono convergere senza coincidere in ogni circostanza. La vicinanza geografica al conflitto e l’esposizione alle sue conseguenze avrebbero dovuto indurci a esercitare una maggiore autonomia di giudizio, assumendoci anche la responsabilità di dissentire dall’alleato quando lo ritenevamo necessario.
Una maggiore autonomia europea dovrebbe manifestarsi anche nella capacità di resistere alle pressioni di Mosca, perché cercare un equilibrio di sicurezza richiede di poter contrastare chi tenta di imporre le proprie condizioni attraverso la forza o l’intimidazione. L’iniziativa diplomatica acquista credibilità quando si accompagna alla capacità di proteggere le popolazioni e le infrastrutture, mantenendo aperta una prospettiva politica che chiarisca quale pace si voglia costruire e attraverso quali condizioni la si ritenga raggiungibile.
La guerra contro l’Iran, avviata dagli Stati Uniti e da Israele il 28 febbraio 2026, ci pone davanti a un altro limite dell’influenza europea, che non è riuscita a scongiurare una scelta della quale subisce a sua volta le conseguenze. [8] Considero profondamente imprudente il ricorso alla forza deciso da Trump e mi domando quale capacità di condizionare quella decisione l’Europa abbia saputo esprimere, attraverso quali strumenti e con quale coesione. Non avevamo il potere di decidere al posto di Washington, ma dovremmo poter valutare se il nostro peso diplomatico ed economico sia stato impiegato fino in fondo per prevenire il conflitto.
Anche il modo in cui l’intervento è stato presentato merita attenzione, perché già nel discorso con cui annunciava le operazioni Trump affiancava l’obiettivo di impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari all’invito rivolto agli iraniani a riprendere il controllo del proprio governo. [8] Nei giorni successivi l’enfasi pubblica si è spostata fra finalità diverse, mentre Reuters documentava l’oscillazione degli obiettivi dichiarati. [9] La questione nucleare, dunque, era presente fin dall’inizio, ma il suo intreccio con la promessa di liberazione della popolazione e con la prospettiva di un cambiamento di regime rende ancora più necessario chiedere quale risultato politico si intendesse realmente conseguire e quale futuro fosse stato immaginato per gli iraniani.
Chi decide un intervento militare dovrebbe inoltre spiegare come immagina il giorno successivo all’uso della forza e su quali elementi fonda la convinzione che la situazione risultante sarà più sicura e più sostenibile di quella che intende modificare, assumendosi la responsabilità di valutare anche le conseguenze che continueranno a prodursi quando il suo mandato sarà terminato.
Vi è poi un paradosso strategico che rischiamo di sottovalutare: una guerra condotta anche per impedire a un Paese di acquisire l’arma nucleare può rafforzare, nei suoi dirigenti, la convinzione che proprio quell’arma rappresenti la garanzia più efficace contro un nuovo attacco e contro la fine del regime. È un possibile effetto della coercizione sul calcolo dell’avversario, che dovrebbe essere considerato prima di decidere come intervenire. Se la lezione ricavata da Teheran fosse che la vulnerabilità agli attacchi dipende anche dall’assenza di un deterrente nucleare, potremmo aver aumentato la motivazione politica a procurarselo, pur avendone eventualmente danneggiato le capacità materiali.
Non trovo convincente, inoltre, dare per scontato che un Iran dotato della bomba la impiegherebbe immediatamente contro Israele, accettando il rischio di una rappresaglia devastante e della propria distruzione. Una simile previsione assume che la leadership iraniana anteponga un attacco suicida alla propria sopravvivenza, ed è un’assunzione che richiede prove, anziché essere trattata come una conseguenza automatica del possesso dell’arma. La logica della deterrenza si fonda proprio sulla possibilità che il costo della risposta scoraggi l’aggressione, e la stessa NATO attribuisce alle proprie capacità nucleari la funzione di preservare la pace, impedire la coercizione e dissuadere gli attacchi. [10]
Questo ragionamento non rende auspicabile la proliferazione né garantisce che la deterrenza funzioni sempre, perché errori di valutazione, escalation e decisioni prese sotto la pressione di una minaccia esistenziale possono produrre esiti catastrofici. [11] Ci obbliga però a considerare anche la possibilità che un’arma venga ricercata per evitare di essere attaccati e a domandarci se una politica di sicurezza credibile, sostenuta da accordi verificabili, possa ridurre quell’incentivo più efficacemente di una successione di minacce e bombardamenti.
Gli attacchi del 6 ottobre contro navi mercantili nella zona economica esclusiva bulgara, la cui responsabilità rimaneva da accertare al momento della stesura, mostrano quanto concretamente il pericolo possa raggiungere persone e attività estranee ai combattimenti. Per gli equipaggi che attraversano quelle acque, il deterioramento degli equilibri internazionali diventa un rischio corso durante il proprio lavoro, mentre per le società che dipendono da quei traffici si traduce in una vulnerabilità che nessuna distanza dal fronte basta a cancellare [12].
Sono vicende diverse, che non possono essere ricondotte a un’unica causa o a una medesima intenzione nascosta, ma che ci obbligano a valutare con maggiore rigore il rapporto fra gli obiettivi dichiarati, gli interessi perseguiti e le conseguenze effettive. Alle conseguenze umane si aggiungono quelle economiche: nel 2022 la drastica riduzione delle forniture russe di gas contribuì a una crisi energetica globale, mentre oggi anche la guerra con l’Iran alimenta tensioni sui prezzi dell’energia sulle quali l’Unione europea ha lanciato un nuovo allarme. [4][5]
Il 5 ottobre, l’amministratore delegato di Saudi Aramco ha stimato che la ricostituzione delle scorte mondiali di petrolio potrebbe richiedere fino a due anni [13], una valutazione che richiama ancora una volta la distanza fra il momento della decisione e la durata delle sue conseguenze. Anche quando le condizioni cominciano a migliorare, ricostruire le riserve e ristabilire la fiducia richiede un tempo durante il quale famiglie e imprese continuano a sostenere il costo della crisi.
È a questo punto che vorrei fermarmi su una domanda che raramente trova spazio nel confronto pubblico: quale Europa avremmo potuto costruire se fossimo riusciti a evitare queste guerre, dedicando alla prevenzione dei conflitti una parte maggiore delle energie politiche e delle risorse che oggi impieghiamo per affrontarne le conseguenze?
Nessuno può descrivere con certezza il mondo che non si è realizzato, e sarebbe ingenuo immaginare che l’assenza di queste guerre avrebbe risolto automaticamente i nostri problemi. L’Europa avrebbe comunque dovuto affrontare le proprie fragilità industriali, demografiche e sociali, così come avrebbe dovuto gestire la dipendenza dall’energia russa, il cui prezzo conveniente non cancellava la vulnerabilità derivante dall’affidarsi in misura rilevante a un unico fornitore.
È però ragionevole immaginare che un contesto meno esposto alle emergenze avrebbe lasciato maggiori possibilità di investimento, scambi più stabili e più spazio per occuparsi di ciò che determina la qualità della vita delle persone. Mi chiedo quante risorse avrebbero potuto sostenere ospedali, scuole, ricerca e infrastrutture, quante imprese avrebbero potuto programmare il proprio futuro con minore incertezza e quante opportunità in più avremmo potuto offrire ai giovani, ai quali chiediamo fiducia mentre troppo spesso consegniamo precarietà e timore del domani.
Quelle risorse non sarebbero finite automaticamente dove servivano, perché sarebbe stata comunque necessaria una scelta politica, ma avremmo avuto maggiori possibilità di compierla. Ed è proprio questa possibilità perduta che dovremmo includere nel bilancio delle decisioni internazionali, insieme alle vite spezzate, alle distruzioni e ai costi che si protrarranno per generazioni.
Se poi volgiamo lo sguardo alle nostre società, con la solitudine, le dipendenze, il disagio giovanile e una vita sempre più assorbita dagli schermi, dovremmo forse chiederci se l’ambizione di indicare agli altri la strada del progresso non richieda prima una maggiore attenzione a ciò che sta accadendo dentro casa nostra. Le libertà conquistate meritano di essere difese anche attraverso la capacità di curare le persone, educarle al discernimento e offrire loro condizioni nelle quali possano sentirsi parte di una comunità, anziché semplici spettatori o consumatori.
È anche in questo che si misura la sicurezza di un Paese, perché la capacità militare concorre a proteggere una società la cui forza dipende anche dalla salute delle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini e dalla possibilità di immaginare un futuro. Chi governa ha il dovere di tenere insieme queste dimensioni, evitando che l’emergenza diventi una condizione permanente nella quale ogni altro bisogno debba continuamente attendere.
Non penso che esista un ritmo naturale della storia capace di garantirci, da solo, un’evoluzione positiva, né che attendere sia sempre la scelta più saggia, perché vi sono pericoli che crescono proprio quando manca il coraggio di affrontarli. Credo però che dovremmo pretendere dai nostri leader la capacità di distinguere l’urgenza reale dalla propria impazienza, accompagnata dall’onestà di dichiarare gli interessi che perseguono e dalla disponibilità a spiegare quali rischi siano disposti ad assumere e su chi ricadranno.
Una leadership all’altezza delle responsabilità che esercita dovrebbe saper accettare che i risultati di una scelta lungimirante maturino quando al governo ci sarà qualcun altro, trovando il senso del proprio lavoro nell’avere preparato condizioni migliori per chi verrà. Perché il tempo di un leader può concludersi con il suo mandato, mentre le conseguenze delle sue decisioni continuano a vivere nella storia dei popoli.
Condivido ciò che il mare mi ha insegnato, senza la pretesa di possedere verità assolute. Offro queste riflessioni a chi vorrà navigare con me. Chi sentirà che questa rotta gli appartiene, salga a bordo. Il mare è grande. C’è spazio per tutti quelli che hanno il coraggio di partire.

Paolo Treu
L’Ammiraglio di Squadra (ris.) Paolo Treu è ex Comandante in Capo della Squadra
Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare italiana.
“MAPPE DEL POTERE”
(https://www.linkedin.com/newsletters/mappe-del-potere-
7436115065423974400/)
“LEADERSHIP”
(https://www.linkedin.com/newsletters/leadership-7430953035700391936/)
PUBBLICAZIONI
Paolo Treu è autore di molte pubblicazioni. L’ultima in ordine di tempo è intitolata
“Tu sei un intero oceano in una goccia – Rompi le pareti della tua prigione” (https://www.amazon.it/sei-intero-oceano-una-goccia/dp/B0DQVLQLS8/ref=cm_cr_arp_d_product_top?ie=UTF8). Il ricavato della vendita del libro sarà interamente devoluto per volontà dell’autore all’Associazione MITOCON (www.mitocon.it) che opera a sostegno dei pazienti
affetti da rare malattie mitocondriali che colpiscono i bambini e le relative
Fonti
[1] SIGAR, What We Need to Learn: Lessons from Twenty Years of Afghanistan Reconstruction, agosto 2021: https://www.sigar.mil/pdf/lessonslearned/SIGAR-21-46-LL.pdf
[2] NATO, Bucharest Summit Declaration, 3 aprile 2008, paragrafo 23: https://www.nato.int/en/about-us/official-texts-and-resources/official-texts/2008/04/03/bucharest-summit-declaration
[3] Reuters, Russia demands NATO roll back from East Europe and stay out of Ukraine, 17 dicembre 2021: https://www.reuters.com/world/russia-unveils-security-guarantees-says-western-response-not-encouraging-2021-12-17/
[4] IEA, Gas Market Report Q1-2023: https://www.oecd.org/en/publications/gas-market-reports/volume-2023/issue-1_cfa3e593-en.html
[5] Reuters, EU warns of energy price crisis, asks countries to consider curbing demand, letter shows, 25 settembre 2026: https://www.reuters.com/business/energy/eu-warns-energy-price-crisis-asks-countries-consider-curbing-demand-letter-shows-2026-09-25/
[6] Eurostat, EU population continued to grow in 2025, 10 luglio 2026. Popolazione residente UE al 1° gennaio 2026: 452,0 milioni. https://ec.europa.eu/eurostat/en/web/products-eurostat-news/w/ddn-20260710-3
[7] U.S. Census Bureau, U.S. Population Growth Slows Due to Historic Decline in Net International Migration, 27 gennaio 2026. Popolazione residente USA al 1° luglio 2025: 341,8 milioni. Differenza calcolata sui dati arrotondati: 110,2 milioni, circa il 32,2%. Le due stime si riferiscono a date diverse. https://cdn.www.census.gov/newsroom/press-releases/2026/population-growth-slows.html
[8] Donald Trump, discorso del 28 febbraio 2026 sull’avvio delle operazioni contro l’Iran, trascrizione del Miller Center, University of Virginia, fonte Casa Bianca. Nel medesimo discorso figurano l’obiettivo antinucleare e l’appello alla popolazione a prendere il controllo del governo. https://millercenter.org/the-presidency/presidential-speeches/february-28-2026-remarks-us-military-operations-against-iran
[9] Reuters, Trump seeks to justify Iran war, but stated objectives shift, 2 marzo 2026, aggiornato il 3 marzo. https://www.reuters.com/world/trump-says-he-ordered-iran-strikes-thwart-tehrans-missile-program-2026-03-02/
[10] NATO, Arms control, disarmament and non-proliferation, sezione sulla finalità delle capacità nucleari dell’Alleanza. https://www.nato.int/en/what-we-do/wider-activities/arms-control-disarmament-and-non-proliferation
[11] SIPRI, Increasing focus on nuclear weapons amid heightened escalation risks—new SIPRI Yearbook out now, giugno 2026. Il ragionamento sul possibile incentivo iraniano alla deterrenza nucleare è un’analisi dell’autore, non un’intenzione accertata della leadership iraniana. https://www.sipri.org/media/press-release/2026/increasing-focus-nuclear-weapons-amid-heightened-escalation-risks-new-sipri-yearbook-out-now
[12] Reuters, Drone sinks ship off Bulgaria, as fears grow about hybrid attacks by Russia, 6 ottobre 2026. Attacchi contro due mercantili nella zona economica esclusiva bulgara; la responsabilità non risultava accertata al momento della notizia.
https://www.reuters.com/world/drones-strike-two-ships-bulgarias-black-sea-zone-president-2026-10-06/
[13] Reuters, Oil market turmoil could last for years, executives say, 5 ottobre 2026. Secondo Amin Nasser, amministratore delegato di Saudi Aramco, ricostituire le scorte petrolifere mondiali utilizzate durante la crisi potrebbe richiedere fino a due anni: si tratta di una stima, non di una durata accertata.
https://www.reuters.com/business/energy/replenishing-crude-fuel-supplies-could-take-two-years-saudi-aramco-ceo-says-2026-10-05/
