Il costo del riarmo, il futuro dei giovani e l’urgenza di una corsa alla tregua
Quando osservo la direzione nella quale ci stiamo muovendo, ho sempre più l’impressione che ci venga chiesto di accettare un paradosso: per vivere al sicuro dovremmo abituarci a un mondo progressivamente più pericoloso, nel quale una parte crescente delle nostre risorse viene impegnata a prepararci a una guerra che sembra occupare sempre più spazio nel nostro modo di pensare il futuro. Quasi che la capacità di immaginare una convivenza diversa fosse diventata una debolezza e che il compito della politica si fosse ridotto a stabilire quanto spendere per affrontare ciò che non riesce più, o non si impegna abbastanza, a prevenire.
È una prospettiva che mi preoccupa profondamente, anche perché ho trascorso una parte importante della mia vita nelle Forze Armate e conosco il valore della preparazione, dell’addestramento e della disponibilità di mezzi adeguati. Chi viene chiamato a operare in situazioni difficili deve poter contare su strumenti all’altezza del compito, su una logistica affidabile e su decisioni politiche consapevoli delle conseguenze che possono produrre. L’impreparazione si paga, talvolta con la vita delle persone, e proprio per questo ritengo che la difesa meriti una serietà ben maggiore di quella che si esprime attraverso l’annuncio di una nuova percentuale di spesa.
La domanda riguarda il rapporto fra ciò che possiamo investire, la sicurezza che possiamo realmente ottenere e le esigenze della società che intendiamo proteggere. Se lo sforzo richiesto andasse a scapito dei servizi essenziali e della coesione sociale e risultasse, al tempo stesso, insufficiente a garantire la capacità militare promessa, ci troveremmo davanti a una scelta capace di sommare due vulnerabilità, anziché risolverne una.
Una politica di sicurezza dovrebbe essere valutata sulla sua capacità di proteggere la vita delle persone e di ridurre il rischio di guerra, spiegando come ogni scelta contribuisca a questi obiettivi.
Il riconoscimento della responsabilità della Russia nell’aggressione all’Ucraina non ci esonera da questa valutazione, né può diventare una ragione per sospendere il giudizio sulle decisioni dei nostri governi. Quanto più una crisi è grave, tanto più occorre distinguere fra una risposta efficace, una risposta dettata dalla fretta e una risposta che, pur presentata come inevitabile, potrebbe servire anche interessi diversi da quelli dichiarati.
Prima delle armi, una strategia
Una strategia dovrebbe anzitutto chiarire quali interessi intendiamo proteggere, da quali minacce e con quali priorità, distinguendo ciò che potrebbe accadere da ciò che è più probabile. La difesa del territorio, la protezione delle infrastrutture vitali e la sicurezza delle rotte commerciali presentano esigenze differenti, che richiedono strumenti appropriati e una valutazione delle capacità già disponibili, anche attraverso le nostre alleanze.
Da questa analisi dovrebbero emergere le carenze effettive, verificando se riguardino mezzi, personale, addestramento, scorte o possibilità di impiegare insieme quanto già possediamo. Soltanto a quel punto sarebbe possibile stabilire quanto spendere, per ottenere quali risultati ed entro quali tempi, collegando ogni stanziamento a un’esigenza riconoscibile.
Occorre però chiarire anche l’obiettivo politico al quale questo sforzo dovrebbe contribuire. Se intendiamo rafforzare la deterrenza per scoraggiare un’aggressione, dobbiamo spiegare come quel rafforzamento possa favorire maggiore stabilità e quali iniziative diplomatiche lo accompagnino. Dobbiamo indicare quali comportamenti chiediamo agli avversari di modificare e quali condizioni possano consentire una riduzione della tensione, perché la sicurezza richiede un impegno continuo, ma non può diventare una promessa sottratta a ogni verifica.
Più soldi non significano più difesa
È proprio nello spazio fra la paura diffusa e l’urgenza di dare una risposta che ritengo necessario interrogarsi sul peso degli interessi economici. L’industria della difesa dispone di competenze preziose, offre lavoro e produce tecnologie necessarie alla protezione di un Paese, ma rimane un’attività economica che cerca commesse, ricavi e redditività; sarebbe ingenuo presumere che le sue priorità coincidano sempre e integralmente con quelle della collettività.
Secondo SIPRI, nel 2024 i ricavi militari delle cento maggiori imprese del settore hanno raggiunto 679 miliardi di dollari, con una crescita del 5,9% in termini reali rispetto all’anno precedente. Si tratta di ricavi, non di utili, ma la cifra descrive la dimensione degli interessi coinvolti e rende indispensabile un controllo rigoroso dei rapporti fra chi esprime la domanda pubblica e chi beneficia delle commesse [1].
La mia impressione è che la progressiva assuefazione alla guerra abbia reso più facile presentare come indiscutibili decisioni che, in un diverso clima pubblico, richiederebbero spiegazioni assai più approfondite. Quando la paura occupa tutto lo spazio, il cittadino può essere indotto ad accettare qualsiasi sacrificio purché qualcuno gli prometta protezione, mentre chi chiede di conoscere costi e alternative rischia di essere considerato inconsapevole della minaccia.
Questo non dimostra che il riarmo sia stato costruito dall’industria per arricchirsi, ma rende necessario verificare quanto le pressioni commerciali contribuiscano a orientarlo. Una minaccia reale può offrire anche l’occasione per favorire determinate commesse, rafforzare posizioni di potere e accrescere il prestigio di chi si presenta come indispensabile nella gestione dell’emergenza. I vantaggi possono manifestarsi attraverso il denaro, ma anche attraverso l’influenza, le relazioni e le prospettive di carriera, senza che questi fenomeni debbano essere automaticamente confusi con la corruzione.
Per questa ragione chiederei controlli indipendenti sulla definizione dei fabbisogni, sulle alternative considerate, sulla congruità dei prezzi e sul ruolo di consulenti e intermediari, accompagnati da verifiche dei rapporti economici fra decisori e imprese beneficiarie. Dove emergano anomalie, le autorità competenti dovrebbero poter ricostruire patrimoni, partecipazioni e flussi finanziari, anche all’estero, per accertare eventuali conflitti d’interesse o fenomeni corruttivi attraverso elementi concreti.
Un conto estero, da solo, non prova un illecito; ciò che conta è poter seguire il percorso degli interessi e del denaro senza incontrare zone sottratte alla verifica. La necessaria riservatezza sulle informazioni operative deve poter convivere con il controllo dell’impiego delle risorse pubbliche, perché quanto più grandi sono i sacrifici richiesti ai cittadini, tanto più rigorosa deve essere la responsabilità di chi li decide.
A questa esigenza si aggiunge un problema economico che rischia di compromettere la stessa efficacia del riarmo. Quando molti Paesi cercano contemporaneamente sistemi simili, mentre le capacità produttive richiedono tempo per essere ampliate, l’aumento della domanda può tradursi in rincari e ritardi nelle consegne, assorbendo una parte delle risorse aggiuntive prima che queste diventino capacità disponibili.
Già nel settembre 2023 l’ammiraglio Rob Bauer, allora presidente del Comitato militare NATO, aveva avvertito che i rincari di equipaggiamenti e munizioni potevano impedire agli aumenti della spesa di tradursi in maggiore sicurezza: una preoccupazione espressa da chi aveva piena consapevolezza delle esigenze militari dell’Alleanza [2].
Per comprendere il meccanismo, supponiamo a titolo puramente illustrativo di disporre di cento milioni di euro per acquistare cento missili al costo di un milione ciascuno. Se lo stanziamento sale a centoventi milioni, ma il prezzo unitario raggiunge un milione e duecentocinquantamila euro, i missili acquistabili scendono a novantasei. A parità di caratteristiche e condizioni della fornitura, un aumento del bilancio del 20%, accompagnato da un rincaro del 25%, produce quindi una diminuzione del 4% delle quantità disponibili.
Una buona programmazione e le economie di scala possono contenere questo rischio, ma l’espansione produttiva incontra anche la cautela delle imprese, per le quali nuovi stabilimenti, macchinari e personale specializzato rappresentano investimenti da recuperare nel corso di molti anni. Se gli ordinativi vengono percepiti come il prodotto di una corsa straordinaria, alla quale potrebbe seguire un rallentamento dopo la ricostituzione delle scorte o un cambiamento delle priorità politiche, le aziende possono esitare ad ampliare strutture che domani risulterebbero sovradimensionate.
Per investire cercano quindi garanzie sulla continuità degli acquisti, che i governi possono offrire impegnando una parte dei bilanci futuri in programmi pluriennali. Questi accordi possono essere utili e necessari, ma richiedono una valutazione credibile dei fabbisogni, perché altrimenti si assumono obblighi duraturi sulla spinta dell’emergenza, restringendo per molti anni lo spazio disponibile per altre esigenze.
L’emergenza e gli anni perduti
Anche il tempo trascorso merita una valutazione, perché la guerra in Ucraina, già in corso dal 2014, ha assunto dimensioni ben più ampie nel febbraio 2022 e già il 27 febbraio di quell’anno la Germania annunciò un fondo straordinario da cento miliardi di euro per la Bundeswehr [3]. L’annuncio non dimostra da solo l’efficacia della risposta tedesca, ma indica che la gravità della situazione era riconoscibile fin dall’inizio. Pur tenendo conto delle diverse iniziative nazionali e degli strumenti europei precedenti, resta quindi da spiegare come si sia arrivati alla presentazione del piano ReArm Europe, soltanto nel marzo 2025, con carenze ancora descritte come tanto urgenti da richiedere uno sforzo straordinario [4].
Se la corsa era necessaria, andava preparata per tempo; se nel frattempo sono intervenuti cambiamenti tali da imporre un’accelerazione, questi devono essere spiegati con precisione. L’urgenza attuale potrebbe riflettere anche ritardi e insufficienze delle decisioni precedenti, il cui costo rischia di ricadere sui cittadini senza che siano chiarite le responsabilità.
Il tempo perduto, peraltro, non si recupera con un annuncio, perché fra il finanziamento di un sistema e il suo impiego efficace si sviluppa un percorso che comprende produzione, consegna, addestramento e predisposizione del sostegno logistico. Un mezzo disponibile fra dieci anni può contribuire a un progetto di lungo periodo, ma non risolve una vulnerabilità che consideriamo urgente oggi.
In Europa questo problema si accompagna alla frammentazione degli acquisti e alla duplicazione delle capacità, riconosciute dalle stesse istituzioni dell’Unione, che promuovono approvvigionamenti congiunti per ottenere risparmi e maggiore interoperabilità [4]. Prima di chiedere ulteriori sacrifici, sarebbe corretto spiegare quali inefficienze siano state eliminate e quali resistenze continuino a impedire un impiego più razionale delle risorse.
Il conto che arriva nelle nostre case
Chi ha avuto responsabilità di comando sa inoltre che il prezzo d’acquisto rappresenta soltanto l’inizio dell’impegno. Una nave richiede un equipaggio preparato, manutenzione, munizionamento, ricambi e sostegno logistico, così come un aereo o un reparto terrestre hanno bisogno di un’organizzazione capace di mantenerli operativi nel tempo. Una piattaforma può esistere negli inventari e avere una disponibilità reale assai diversa da quella che il suo semplice possesso lascia immaginare: occorre valutare ciò che siamo in grado di fare, per quanto tempo e in quali condizioni.
Se prendiamo sul serio l’ipotesi di una guerra sul nostro territorio, il conto si estende poi all’intera società. Dovremmo spiegare come proteggere ospedali, reti idriche ed energetiche, trasporti e comunicazioni, prevedendo sistemi di allarme, piani di evacuazione e, dove necessari, rifugi adeguati agli scenari considerati. Dovremmo organizzare l’assistenza a chi non può mettersi in salvo da solo, agli anziani, alle persone con disabilità e ai malati che dipendono da terapie continue.
Molti di questi investimenti sarebbero utili anche nelle calamità naturali e nelle emergenze sanitarie, ma richiederebbero comunque risorse, personale ed esercitazioni. Chi prospetta la guerra ha il dovere di illustrarne il costo complessivo di preparazione, chiarendo quali protezioni siano realisticamente possibili e quali vulnerabilità rimarranno, senza alimentare l’illusione che nuovi armamenti possano mettere al riparo la popolazione da ogni conseguenza.
È proprio l’ampiezza di questo impegno a rendere inevitabile il confronto con le altre esigenze dalle quali dipende la tenuta di una nazione. Vincolare una parte crescente delle risorse pubbliche per molti anni significa stabilire quali bisogni soddisfare, quali rinviare e a chi chiedere ulteriori sacrifici. Anche in assenza di tagli immediatamente riconoscibili, il costo può manifestarsi attraverso servizi che non vengono potenziati, investimenti che rimangono sulla carta, maggiori imposte o debiti che peseranno sui bilanci successivi.
Occorre dichiarare quanto questa scelta inciderà sulla possibilità di curare i cittadini, sostenere la ricerca, migliorare l’istruzione, rendere accessibile un’abitazione e offrire ai giovani condizioni nelle quali costruire una famiglia. Sono investimenti essenziali alla solidità del Paese, perché dalla salute, dalle competenze e dal lavoro dipendono la capacità di produrre benessere e la fiducia che tiene insieme una comunità.
Il prezzo del riarmo comprende anche ciò che, per sostenerlo, rinunciamo a migliorare nella vita delle persone.
A questo costo si aggiunge quello dell’instabilità internazionale, che può raggiungere le nostre case anche quando i combattimenti rimangono lontani. La vulnerabilità delle rotte energetiche e commerciali espone famiglie e imprese a rincari, interruzioni delle forniture e nuove incertezze, mentre lo Stato può essere chiamato a impiegare ulteriori risorse per attenuarne gli effetti. Anche per questo la capacità di ridurre le tensioni attraverso la diplomazia deve entrare nel conto della sicurezza: proteggere una nazione significa anche preservare le condizioni economiche che le consentono di vivere e di finanziare la propria difesa.
Il rischio di perdere la guerra in casa
La disponibilità a sostenere sacrifici dipende dalla fiducia che essi siano necessari, equi e orientati verso un obiettivo comprensibile. Quando peggiorano i servizi e le condizioni di vita, mentre i benefici promessi rimangono lontani, la sensazione di non essere ascoltati può trasformare il disagio in una distanza sempre più profonda dalle istituzioni.
È qui che vedo il rischio di perdere la guerra in casa, logorando la società che dichiariamo di voler difendere. Una nazione nella quale crescono esclusione e sfiducia diventa più fragile anche se dispone di maggiori mezzi militari, perché affrontare una crisi richiede anche la convinzione di avere un destino da condividere e qualcosa da costruire insieme.
Ho l’impressione che chi governa non abbia pienamente compreso quanto sia pericoloso accumulare pressione nel grande pentolone della società, soprattutto quando a sentirsi privati di prospettive sono i giovani. Alle difficoltà di conquistare un’autonomia può aggiungersi la sensazione che le decisioni più importanti vengano prese senza considerarli, pur destinandoli a sostenerne a lungo le conseguenze. La loro insofferenza dovrebbe indurci a interrogarci sulla credibilità delle promesse ricevute e sulle opportunità che stiamo effettivamente offrendo.
Non considero inevitabile una rivolta, ma il malessere lasciato senza risposte può assumere forme sempre più difficili da governare. Continuare ad alimentare il fuoco sotto un pentolone senza preoccuparsi della pressione significa rischiare che il coperchio salti, e sarebbe irresponsabile presumere di poter controllare le conseguenze dopo averne ignorato a lungo le premesse.
I popoli non sono i loro governi
A questa fragilità interna può accompagnarsi un deterioramento dei rapporti internazionali, attraverso una dinamica nella quale ciascuno presenta il proprio riarmo come difensivo e interpreta quello altrui come una minaccia. La risposta dell’uno giustifica così quella dell’altro, mentre gli arsenali crescono insieme alla sensazione di insicurezza.
La deterrenza può contribuire a prevenire un’aggressione, ma richiede una comprensione delle reazioni che le nostre scelte possono provocare e canali di comunicazione capaci di ridurre il rischio di errore. Quando alla crescita della forza si accompagnano la demonizzazione dell’avversario e la convinzione che lo scontro sia inevitabile, anche un incidente o un segnale ambiguo possono essere interpretati nel modo peggiore.
Per questo mi preoccupa il linguaggio con cui interi popoli vengono identificati con le decisioni dei loro governi, come se milioni di persone costituissero un’unica volontà e condividessero nella stessa misura intenzioni, responsabilità e possibilità di scelta. In ogni società c’è chi sostiene il potere, chi lo contesta e chi ne subisce le conseguenze senza poterlo influenzare; dove il dissenso comporta rischi personali, inoltre, il silenzio non può essere automaticamente interpretato come consenso.
Attribuire le responsabilità con precisione significa distinguere chi decide, ordina o contribuisce consapevolmente a un’aggressione da chi viene coinvolto per il solo fatto di appartenere a una comunità nazionale. Una lingua, una cultura o un passaporto non possono diventare una colpa, né possiamo pretendere che ogni cittadino metta in pericolo la propria libertà o la propria famiglia per dimostrarci di non condividere le scelte di chi lo governa.
Quando perdiamo questa distinzione, diventiamo meno capaci di riconoscere la sofferenza degli altri e più disponibili a considerarla meritata o irrilevante. Dietro la parola “nemico” scompaiono famiglie, bambini, anziani e giovani che desiderano vivere proprio come noi, mentre la contrapposizione fra governi si trasforma in un’ostilità fra popolazioni che può sopravvivere ai protagonisti politici che l’hanno alimentata.
Possiamo contrastare un’aggressione e chiedere che i responsabili rispondano delle proprie azioni, conservando la capacità di riconoscere l’umanità di chi vive dall’altra parte. È anche così che si prepara la pace, perché un accordo può interrompere i combattimenti, ma la convivenza richiede fiducia fra persone che continueranno ad abitare lo stesso mondo.
Non idealizzo il passato, nel quale rivalità e conflitti convivevano con gli scambi commerciali, né penso che l’interdipendenza economica garantisca da sola la pace. Ritengo però che la possibilità di parlarsi, negoziare e riconoscere interessi condivisi sia un patrimonio da coltivare, anche attraverso la cultura, la ricerca, gli scambi fra giovani, la cooperazione sanitaria e i rapporti fra comunità.
Questi ponti non sostituiscono gli accordi fra governi, ma aiutano a conservare uno spazio di conoscenza e di futura riconciliazione. Richiedono discernimento, attenzione alla sicurezza e una continuità che superi la prossima scadenza elettorale, perché la fiducia cresce lentamente e può essere distrutta molto più in fretta di quanto sia stata costruita.
È tempo di una corsa alla tregua
Tutto questo mi porta al nocciolo della questione: ritengo che, alla luce dei vincoli di bilancio e delle priorità interne, non possiamo permetterci una corsa al riarmo della portata necessaria a rendere credibile l’intero scenario di preparazione alla guerra che ci viene prospettato, senza compromettere componenti essenziali della nostra sicurezza sociale ed economica.
La credibilità di una capacità militare dipende dalla minaccia, dagli obiettivi, dalle alleanze e dall’efficienza con cui vengono impiegate le risorse, e andrebbe dimostrata attraverso una pianificazione completa. La mia critica riguarda proprio la distanza fra l’ampiezza delle promesse e ciò che possiamo realisticamente finanziare e rendere operativo, nei tempi richiesti, insieme alla protezione della popolazione e alla continuità dei servizi.
Il rischio è di sostenere una spesa enorme per ottenere un risultato comunque insufficiente, troppo limitato per fronteggiare lo scenario evocato e troppo oneroso per una società che deve già rispondere a bisogni urgenti. In queste condizioni, ciò che viene presentato come la soluzione potrebbe rivelarsi un illusorio palliativo: darebbe la sensazione di aver affrontato il problema, mentre lascerebbe aperte le vulnerabilità decisive e ne aggraverebbe altre all’interno dei nostri Paesi.
La mia esperienza mi impedisce di considerare sprecato ogni euro destinato alle Forze Armate. Proprio il rispetto per chi vi serve mi porta però a chiedere che le capacità necessarie siano mantenute, le carenze prioritarie affrontate e gli sprechi eliminati, dentro una strategia che abbia al centro la riduzione del rischio di guerra. Non possiamo affidare agli acquisti il compito di risolvere un problema che richiede anzitutto iniziativa politica.
È una corsa alla tregua, propedeutica a una corsa verso la pace, quella che ritengo debba diventare la nostra priorità.
Una tregua non equivale alla pace e non cancella le responsabilità dell’aggressione, ma può interrompere la perdita quotidiana di vite e aprire lo spazio nel quale affrontare le questioni che alimentano il conflitto. Per avere consistenza deve essere negoziata con le parti coinvolte, prevedere condizioni chiare, meccanismi di verifica e modalità per affrontare le violazioni, evitando che diventi soltanto una pausa destinata a preparare nuovi combattimenti.
Le notizie del 12 ottobre, fra l’annuncio americano di una tregua energetica e le denunce ucraine di nuovi attacchi alle infrastrutture, mostrano quanto sia necessario distinguere una dichiarazione politica da una cessazione delle ostilità effettivamente concordata e rispettata [5]. La corsa alla tregua che invoco richiede proprio questo lavoro: ottenere impegni reciproci verificabili, coinvolgere chi dovrà subirne o beneficiarne le conseguenze e predisporre strumenti capaci di affrontare le violazioni. Chiedere che si fermi la guerra significa chiedere alla politica di costruire le condizioni perché questo avvenga, attraverso un lavoro diplomatico capace di affrontare le resistenze delle parti e di ottenere impegni concreti e verificabili. La difficoltà di raggiungere un accordo dovrebbe rendere questo impegno ancora più urgente, anziché diventare una ragione per rassegnarsi alla prosecuzione dei combattimenti.
La corsa deve riguardare l’urgenza dell’impegno diplomatico e la volontà di fermare la distruzione; costruire una pace durevole richiederà poi pazienza, garanzie credibili e il coinvolgimento di chi dovrà viverne le conseguenze. Non esistono risultati assicurati, ma neppure la prosecuzione della contrapposizione offre certezze, e i suoi costi umani continuano ad accumularsi mentre discutiamo di quelli futuri.
Vorrei vedere un’Europa capace di dedicare a questo obiettivo un’energia politica almeno proporzionata a quella con cui mobilita risorse per gli armamenti, assumendo iniziativa, sostenendo mediazioni e cercando le condizioni per una convivenza che non dipenda da un’emergenza permanente. Una tregua credibile potrebbe aprire la possibilità di ridurre le tensioni e restituire progressivamente spazio agli investimenti nel benessere, senza presumere che vengano meno tutte le esigenze di difesa.
Per compiere questa scelta abbiamo bisogno di una nuova generazione di leader, nuova soprattutto nel modo di pensare e di assumersi responsabilità, capace di riconoscere gli errori, ascoltare il disagio e liberarsi dall’idea che ogni compromesso sia una sconfitta. Il cambiamento deve arrivare dalla politica prima che venga imposto dalla disperazione, restituendole la funzione di costruire le condizioni affinché i popoli possano convivere, cooperare e prosperare.
Sul nostro pianetino, questo piccolo luogo dell’universo che condividiamo, abbiamo già abbastanza fragilità e sfide comuni da affrontare per continuare a consumare fiducia, intelligenze e risorse nella preparazione di nuove distruzioni. La guerra contro il malessere che attraversa le nostre società si vince investendo nelle persone, nelle loro possibilità di realizzarsi e nei legami che consentono di fare squadra anche attraverso le differenze.
È ora di smettere di sacrificare il futuro delle nuove generazioni sull’altare delle ambizioni e degli errori di chi le ha precedute, accettando che la paura diventi il criterio con cui organizzare le loro vite. La responsabilità che dobbiamo assumerci è fermare questa deriva e riaprire una prospettiva nella quale i nostri figli possano tornare a guardare avanti con speranza.
La corsa alla tregua deve cominciare adesso, perché la pace abbia finalmente una strada da percorrere e il nostro futuro torni a essere qualcosa da costruire insieme.
Condivido ciò che il mare mi ha insegnato, senza la pretesa di possedere verità assolute. Offro queste riflessioni a chi vorrà navigare con me. Chi sentirà che questa rotta gli appartiene, salga a bordo. Il mare è grande. C’è spazio per tutti quelli che hanno il coraggio di partire.

Paolo Treu
Se questi temi ti interessano, puoi approfondirli qui:
– LeaderShip: dove racconto la leadership vissuta, sul mare e nelle decisioni https://www.linkedin.com/newsletters/leadership-7430953035700391936/
– Mappe del Potere: dove analizzo le dinamiche geopolitiche che influenzano il nostro tempo https://www.linkedin.com/newsletters/mappe-del-potere-7436115065423974400/
Invito chi fosse interessato agli insegnamenti che mi ha regalato una vita ricca di esperienze e sfide a leggere il mio primo libro “Tu sei un intero oceano in una goccia – Rompi le pareti della tua prigione”. I proventi, al netto di tasse e spese, sono interamente devoluti a Mitocon OdV, organizzazione impegnata nel sostegno ai pazienti affetti da gravi malattie mitocondriali.
Fonti
- SIPRI, The SIPRI Top 100 Arms-producing and Military Services Companies, 2024, dicembre 2025.
- Reuters, Rising ammunition prices set back NATO efforts to boost security, official says, 16–17 settembre 2023.
- Governo federale tedesco, dichiarazione di Olaf Scholz del 27 febbraio 2022.
- Consiglio dell’Unione europea, Common defence procurement.
- Reuters, Kyiv says Russia hits energy targets despite Trump ceasefire announcement, 12 ottobre 2026.
