Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

L’”IMF – International Monetary Fund” (Fondo Monetario Internazionale) è un’Organizzazione internazionale istituita nel 1945, a cui aderiscono 191 Paesi, che si pone l’obiettivo di promuovere la cooperazione monetaria mondiale, facilitare il commercio internazionale, favorire la crescita economica e, in ultimo, ridurre la povertà nel mondo. Ha sede a Washington ed é attualmente diretta da Kristalina Georgieva, un’economista e politica bulgara, già più volte Commissaria europea, Direttrice Generale della Banca Mondiale e in carica nell’attuale posizione dal 2019, su proposta della UE, che sembra avere un debole per i rappresentanti dell’est. E neanche il fisiologico scandalo, che sembra ormai essere indispensabile nel pedigree dei politici contemporanei, l’ha schiodata da tale posto.

Nel 2021, la Georgeva è stata accusata di aver falsato alcuni dati relativi alla Cina, in un importante report della Banca Mondiale, ma non è stato sufficiente per il suo siluramento.

Dopo questo inciso, che serve comunque ad informare chi legge sui leader politici che gestiscono le nostre sorti, è interessante tornare all’IMF che, dallo scorso aprile, ha promosso una sorta di comitato di coordinamento con l’IEA-International Energy Agency e con la stessa World Bank, al fine di cercare di affrontare efficacemente gli effetti economici ed energetici causati dalla guerra in Medio Oriente, che hanno definito come “una delle maggiori perturbazioni dell’offerta energetica della storia recente”. Secondo l’IMF, il sistema internazionale sta soffrendo uno shock energetico che sta causando costi sempre crescenti per energia, trasporti, assicurazioni, inflazione, debito, rendimenti obbligazionari e rischi finanziari. Una piccola apocalisse che, tuttavia, non riesce ad indurre lo stesso sistema internazionale, che se solo lo volesse lo potrebbe fare, a reagire per adottare le misure per una de-escalation, che possa disinnescare questa crisi che non accenna a fermarsi.

Una delle motivazioni che si possono identificare è quella che, a fronte di costi per la guerra che hanno valenza collettiva, perchè patiti da tutti, compresi quelli che l’hanno innescata (USA e Israele), evidentemente sussistono comunque dei benefici derivanti dalla prosecuzione del conflitto che, invece, sono distribuiti in maniera asimmetrica.

Questi vantaggi, che sembrano essere più forti dell’esigenza globale di porre fine alla guerra, riguardano infatti pochi attori, che hanno interessi particolari, che intendono perseguire sino in fondo.

Ad esempio, gli Stati esportatori di energia possono beneficiare dell’aumento dei prezzi, i produttori di armamenti dell’incremento della domanda, altri Stati rafforzano la propria posizione strategica oppure indeboliscono quella di propri avversari oppure sfruttano la situazione per modificare a proprio favore gli equilibri dell’area regionale d’interesse. Aspetti che potrebbero sembrare da accademia di geo-strategia ma che, in realtà, hanno riflessi diretti e concreti sulla potenza e sull’influenza di una Nazione.

Ed ecco perché Washington, Kiev, Mosca, Teheran e Tel Aviv, luoghi in cui in questo momento si tirano i fili dei “giochi di guerra”, stentano a mollare la presa su quelli che vengono considerati veri e propri interessi esistenziali. Mantenimento dell’egemonia mondiale e famelicità energetica, integrità territoriale, credibilità geo-strategica, sopravvivenza del regime e dominio regionale sono probabilmente le principali motivazioni strategiche, rispettivamente attribuibili alle citate cinque Capitali, che le inducono a tenere duro, indipendentemente da quanto possa costare a loro e alla Comunità Internazionale.

E intanto, il sistema globale, che dovrebbe garantire quegli equilibri fondamentali, necessari a tutti per una decente convivenza nel mondo, va sempre più in crisi, nonostante sia sempre più chiaro, a livello collettivo, che i costi di una guerra o, come nella situazione attuale, di più guerre assuma proporzioni sempre più insostenibili.

1Il focus del problema, in questo momento, è che non esiste un centro decisionale universalmente riconosciuto, che abbia la forza e l’autorevolezza di definire ed imporre un percorso di de-escalation. Per motivi diversi, l’ONU è tornato in quel limbo in cui languiva durante la Guerra Fredda, allorché il sistema internazionale era duale, fagocitato da USA e URSS le quali, pur fronteggiandosi in uno sfrenato duello nucleare, si erano spartite gran parte del mondo e, attraverso la gestione delle rispettive aree sotto la loro influenza, garantivano un accettabile equilibrio generale, di cui godevano i Paesi dei due blocchi.

Attualmente, il Sistema Internazionale è invece decisamente più composito e frammentato, perché alle due Superpotenze nucleari si sono affiancate altre potenze mondiali sempre più emergenti, come Cina e India e potenze regionali con grandi aspirazioni come Turchia, Iran, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi. E poi ci sono le Organizzazioni Internazionali più importanti, come l’Unione Europea, potenzialmente forte ma minata dalle sue diverse anime (Francia, Germania, Gran Bretagna e Membri dell’est Europa), la NATO in grado di ruggire, ma con problemi di coesione interna (dualismo Europa-USA) ed i più recenti BRICS, in netta ascesa ma ancora in cerca di una propria definitiva identità.

In un contesto del genere, non solo nessuno è in grado di imporre alcunché ma, secondo l’IMS, gli Stati di “seconda fascia” stanno cercando di sopravvivere alla crisi, non cercando vie di mediazione per risolverla o individuando strategie alternative, ma solo attraverso diversificati stratagemmi per adattarsi alla stessa.

Ricorso alle riserve strategiche, diversificazione energetica, riduzione delle dipendenze, individuazione di nuove rotte di rifornimento, riconfigurazione delle catene logistiche, nuovi sistemi finanziari e anche aumento delle spese militari. Questi sono alcuni dei provvedimenti che, in varia misura a seconda delle possibilità e capacità, i governi soprattutto europei stanno cercando di adottare, senza rendersi conto che fan parte di una perenne misera rincorsa degli eventi e, cosa peggiore, precludono ogni ipotesi di assumere quell’iniziativa che costituisce l’unica prerogativa per assurgere al ruolo di protagonista e, cosa più importante, per riprendere in mano il “pallino del proprio destino”.

E questa è la sindrome che affligge anche l’Unione Europea, relegandola ad un indigente ruolo di vassallaggio non solo nei confronti degli USA o della Russia o della Cina, ma della situazione in generale, perché è sempre un passo indietro rispetto a qualsiasi evento e costantemente costretta a rincorrere affannosamente, perché non è in grado di elaborare una strategia realmente alternativa, sull’onda di una valutazione che i fatti stanno dimostrando. La profonda crisi che sta affliggendo il mondo non sta soltanto distruggendo le risorse, ma in gran parte le sta ridistribuendo e, aspetto ancor più strategico, sta ridisegnando l’ordine internazionale, attraverso una ridistribuzione del potere, che si sta riorganizzando sulla base dei vecchi, ma anche di nuovi parametri.

Il trasferimento della ricchezza verso gli esportatori di energia e di materie prime fondamentali, l’incremento del peso dell’industria della difesa, l’aumento del valore strategico di infrastrutture, intelligence e capacità militari, il dominio sulla IA, la riorganizzazione delle reti commerciali, la redistribuzione dei flussi logistici e, di certo non ultimo, la costituzione di sistemi finanziari alternativi.

In questi giorni si sta parlando di “Nuova Yalta”, un concetto noto tra analisti ed esperti di geo-strategia, che identifica uno scenario in cui un gruppo ristretto di superpotenze si spartisce il controllo sul mondo, ignorando completamente qualsiasi sovranità nazionale dei vari Paesi. Sinora si trattava di un’ipotetica idea, dalla natura molto teorica, ma le cose potrebbero cambiare tra un paio di settimane, allorché a Shenzhen (Cina), il 18/19 novembre ci sarà il Forum APEC-Asia-Pacific Economic Cooperation, a latere del quale, su

La proposta di Putin, si potrebbe tenere un incontro trilaterale tra il Leader russo, Trump e Xi Jinping, durante il quale potrebbero essere messe le basi per una “madre di tutte le intese” per le sorti future del mondo.

E la prima fetta di questa torta da ingurgitare potrebbe essere proprio l’Ucraina, con l’Europa ancora una volta e, forse, definitivamente relegata al ruolo di “lame duck” (anatra zoppa – USA) o di “Zilaohu” (tigre di carta – Cina) o di “Vyedennogo yaytsa ne stoit” (non vale un uovo mangiato – Russia). A Bruxelles rimane la scelta di come appellarsi.

Qualora India e Giappone dovessero risentirsi troppo per un “mondo a tre”, Trump ha già pronta la nuova proposta di un nuovo G5, sostituto del G7, che unirebbe alla triade anche loro. Soluzione che, comunque, vede sempre la UE alla finestra.

Generale Marcello BELLACICCO

Autore del Libro “Noi ci abbiamo creduto” – Diario di 6 mesi di missione in Afghanistan

Disponibile su Amazon https://amzn.eu/d/hBkxyYn

Esperto di Politica Internazionale di cui parla sul suo Canale Youtube “Free

Mind”Disponibile su https://youtube.com/@freemindita?si=3NIJrMVgCbS5tAd1