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Una riga dell’intelligenza artificiale dimenticata nel testo di una sentenza mette alla prova il rapporto di fiducia tra chi giudica e chi è giudicato. A Palermo è rimasta la risposta di un’IA chiusa dalle parole «pronto per essere inserito in sentenza». La legge 132 del 2025 riserva al magistrato ogni decisione e il CSM ammette un supporto sotto controllo umano. Il presidente della Corte tributaria di Grosseto ricorda che il giudice risponde comunque di ciò che firma.

Tra lo svolgimento del processo e i motivi della decisione, la sentenza n. 981 della Corte di giustizia tributaria di Palermo ospita un passaggio che non appartiene a nessun giudice. È la risposta di un assistente digitale, rimasta accanto al testo che aveva rielaborato e chiusa dalle parole «pronto per essere inserito in sentenza». Il provvedimento, depositato il 17 febbraio 2026, respinge il ricorso contro un preavviso di fermo amministrativo e compensa le spese. Il merito è ordinario e a rendere singolare il caso resta quella frase, ancora leggibile all’inizio di ottobre.

Quella frase riapre la domanda su chi decida davvero e la legge 132 del 23 settembre 2025 risponde riservando al magistrato ogni decisione sull’applicazione delle norme e sulla valutazione delle prove. La stessa legge lascia in vita lo strumento e ne affida la disciplina al ministero della Giustizia. Il Consiglio superiore della magistratura ha scritto le proprie raccomandazioni l’8 ottobre 2025 e la giustizia tributaria ha seguito il 3 marzo 2026 con una delibera arrivata due settimane dopo la sentenza di Palermo. Entrambe ammettono un supporto sotto controllo umano e tengono lontani dai fascicoli i servizi di uso generale.

Il caso di Palermo arriva mentre le istituzioni cercano di governare l’uso dell’intelligenza artificiale nei tribunali. Le raccomandazioni del Csm chiedono un piano strategico, la certificazione dei sistemi ad alto rischio, sperimentazioni controllate, il monitoraggio degli effetti e la consultazione dell’avvocatura. Uno studio del Cnr pubblicato a luglio sostiene che a governare l’intelligenza artificiale nella giustizia debba essere il ministero insieme alla magistratura e all’avvocatura. In Europa la rete per la formazione giudiziaria EJTN ha inserito nel catalogo 2026 un vertice sul tema e un corso sull’intelligenza artificiale nell’esercizio della giurisdizione, rivolto a giudici, pubblici ministeri e personale degli uffici. Sono iniziative diverse che sembrano muovere dalla stessa premessa, secondo cui a rispondere della sentenza resta il magistrato che la firma.

Intanto a pagare sono le parti e lo mostrano tre decisioni di febbraio 2026. Il Tribunale di Verona ha condannato il 10 febbraio l’autore di un atto di opposizione in cui era rimasto l’invito finale dell’assistente a versare 1.800 euro alla controparte e 1.000 alla Cassa delle ammende. Dieci giorni dopo il Tribunale di Siracusa ha trovato in un atto quattro precedenti della Cassazione inesistenti o difformi dall’originale e ha ravvisato una colpa grave condannando la parte a oltre 14.000 euro. Il 27 febbraio la Cassazione penale ha dichiarato inammissibile un ricorso con richiami probabilmente frutto di allucinazioni informatiche. In tutti e tre i casi la sanzione colpisce l’assenza di controllo sulle fonti.

Sul fronte del giudice il presidente del Consiglio nazionale forense ha chiesto a Capri di scrivere in legge la nullità della sentenza redatta con l’intelligenza artificiale. Il presidente della Corte di giustizia tributaria di Grosseto ha replicato che il giudice risponde comunque di ciò che firma e che una decisione corretta non andrebbe annullata soltanto perché scritta con quell’aiuto. Un’analisi del caso di Palermo propende per la tenuta della sentenza (Il Sole 24 Ore, 5 ottobre 2026) perché il ragionamento è articolato sulle singole cartelle di pagamento e il vizio che conduce alla nullità deve emergere dal testo. In mezzo sta un cittadino che non sceglie chi redige la sua sentenza e che con una nullità automatica ricomincerebbe il processo per una scelta altrui.

Il precedente più istruttivo viene dalla Colombia. Il 30 gennaio 2023 il giudice Juan Manuel Padilla di Cartagena firmò una decisione in cui dichiarava di aver interrogato ChatGPT e di averne inserito le risposte per ridurre i tempi di redazione dopo averne verificato il contenuto. Allora l’uso fu dichiarato nella motivazione e la notizia rimbalzò sulla stampa internazionale. A Palermo l’aiuto è venuto alla luce soltanto per una frase dimenticata e a rispondere della decisione, agli occhi delle parti, resta chi l’ha firmata.

L’immagine di copertina è realizzata con l’AI.

Antonio Di Ieva

Giornalista, stratega editoriale, digitale e social media. Responsabile multimedia e web della rivista “Informazioni della Difesa”, cura i progetti speciali per PRP Media Consulting e PRP Channel. Scrive di geopolitica, difesa, tecnologie emergenti, connettendo ambiti distanti in analisi divenute racconto.