Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

Da qualche giorno sono noti i risultati dell’ultimo sondaggio dell’Istituto di Sociologia di Kiev (KIIS), in merito all’opinione degli Ucraini sulla guerra e, soprattutto, su come dovrebbe evolvere la situazione a breve termine. Dal campione di un migliaio di cittadini residenti in aree controllate da Kiev (Capitale compresa), sono emerse informazioni estremamente significative, che sono state superficialmente riassunte dalla maggior parte dei media con il titolo “Gli Ucraini vogliono i negoziati” che, sostanzialmente, rispecchia effettivamente la volontà popolare, ma non la delinea in tutti i suoi aspetti, perchè i quesiti sono stati molteplici e diversificati. Indubbiamente, la risultanza fondamentale è che la popolazione manifesta una palese e comprensibilissima stanchezza per questi 4 terribili anni di guerra, tanto che il 75% è assolutamente favorevole ad avviare, quanto prima, i negoziati con la Russia, senza però accettare a scatola chiusa qualsiasi condizione dettata da Mosca. Quindi una posizione che sembra essere più equilibrata di quella di chi li governa, visto che gli Ucraini, che sono poi quelli che realmente stanno patendo il carico di sangue del conflitto, “sono disposti ad accettare compromessi difficili pur di raggiungere una pace accettabile” (parole del Direttore del KIIS), in cui rientrano anche quelle concessioni territoriali, che l’intransigenza di Zelensky e dei suo sodali europei non prendono neanche in considerazione. E anche se il 62% ha orgogliosamente dichiarato di essere pronto a continuare la resistenza armata che, peraltro non vuole più lunga di sei mesi/un anno, la stessa percentuale degli intervistati accetta l’idea che il nuovo eventuale confine russo-ucraino si identifichi nell’attuale linea del fronte, purché questa concessione costituisca una reale condizione per una pace definitiva.

Quindi, una sensata dignità patriottica coniugata con un sano pragmatismo di sopravvivenza, dimostrato dal fatto che la principale preoccupazione del popolo non è la vittoria, ma è “il dopo”, cioè le garanzie di sicurezza che dovrebbero scongiurare una ripresa della guerra dopo l’auspicato cessate il fuoco. Ma il vero problema per gli Ucraini è che, in questa guerra, la diplomazia è stata volutamente tradita dal binomio Zelensky-UE ed è stata irresponsabilmente lasciata alla mercé di una mente perversa come quella di Trump che, incurante dello scenario “aggressore-aggredito”, ha allacciato un rapporto diretto con Putin, a cui sembra attribuire ben più credito di una leadership ucraina delegittimata e un’ostinata, utopistica e miope Unione Europea che, tra l’altro, non trova un univoco accordo neanche tra i suoi 27 Paesi Membri. E così, mentre i negoziati seri tra le due parti non sono ancora iniziati, gli USA consolidano ulteriormente il loro legame con Mosca, revocando sino al prossimo aprile le sanzioni petrolifere, concordando l’acquisto di significativi quantitativi di risorse energetiche e dimostrando ancora, qualora ce ne fosse bisogno, di non nutrire alcun rispetto per l’Europa e per le sue sofferenze in crescita. D’altra parte, “chi pecora si fa il lupo se la mangia”. Inoltre, continuando a sostenere ostinatamente Zelensky, ormai quasi divinizzato come un suo nume tutelare, la UE rimane anche colpevolmente sorda ai richiami inequivocabili del popolo ucraino per una nuova ventata di democrazia (o di pulizia?!) nel proprio Paese.

Infatti, secondo un altro sondaggio sempre del KIIS, il 67% degli Ucraini vuole un rinnovo della Presidenza, l’83% il rinnovo del Parlamento, il 74% il rinnovo del Governo e, aspetto molto significativo, il 53% ritiene che l’attuale leader, alle prossime elezioni, farebbe meglio a starsene a casa (5% indeciso). Tra l’altro, il 74% del popolo vorrebbe le elezioni solo dopo la fine della guerra. Un orientamento molto significativo, non solo attribuibile ad evidenti problematiche organizzative, ma probabilmente dettato anche da una consapevole sfiducia degli Ucraini verso una realistica credibilità dei risultati, che potrebbero uscire dall’attuale 1 scenario politico, che é frutto del clima corruttivo che ha caratterizzato i governi di Zelensky e, soprattutto, affetto dalle sue epurazioni sia nei confronti degli 11 partiti di opposizione sia verso i suoi antagonisti interni. I primi, accusati di collaborazionismo con la Russia, furono “sospesi” immediatamente dopo l’inizio della guerra, mediante un codicillo nella legge marziale, la stessa che mantiene Zelensky alla guida dell’Ucraina. I secondi, rei di grande popolarità e identificabili soprattutto nelle figure del Generale Valery Zaluzhny (già Capo Forze Armate ucraine) e dell’ex Ministro della Difesa Mykhailo Fedorov, sono stati dimissionati senza alcun pudore, nonostante fossero gli artefici dei pochi successi bellici di Kiev. Ma tutto questo sembra non essere sufficiente a scalfire l’immagine di Zelensky agli occhi dei governanti europei i quali, nonostante queste ultime ore siano freneticamente solcate da dichiarazioni incrociate tra Washington, Kiev e Mosca, in merito ad una presunta tregua per motivazioni energetiche, invece di cercare di vederci chiaro e, magari, sfruttare la situazione per assumere un’iniziativa proattiva ed efficace, non hanno trovato di meglio che varare il 24° pacchetto di sanzioni contro la Russia. E tutti tronfi, lo hanno definito il “padre di tutti i pacchetti”, quello del colpo finale in grado di stendere una volta per tutte l’economia russa. Ci sarebbe da ridergli in faccia a crepapelle, se non fosse che questa politica stantia e controproducente, che ormai si trascina da più di 4 anni, va sempre ed esclusivamente a discapito delle tasche dei Cittadini europei, che sono sempre più vuote. Europei che, pur se per motivi meno drammatici, sono comunque stanchi di tutta questa tragica farsa tanto quanto gli Ucraini. Europei che, in molti sondaggi, hanno chiaramente evidenziato la loro ferrea contrarietà anche alla politica di corsa alle armi e ai reclutamenti di massa, promossa sempre dai soliti noti, che sta succhiando decine di miliardi di euro a discapito di tutte quelle conquiste civili e sociali, che i nostri avi acquisirono anche con il loro sangue.

Ma neanche tutto questo serve per un radicale cambiamento di rotta. Infatti, alle minacce dell’Unione Europea fanno eco i proclami muscolari da “bodybuilder gonfiato da testosterone” dell’altra campana stonata dell’Occidente che è la NATO, che sembra voler far di tutto per arrivare allo scontro fisico con Mosca. D’altra parte, visto che i campanari sono gli stessi, non si può pensare che le due Organizzazioni Internazionali procedano con spartiti diversi.

Ma il vero problema dell’Alleanza Atlantica è che si sente forte come un grosso bodybuilder, ma non considera che la sua dimensione muscolare è frutto di anabolizzanti politici, non di una massa muscolare reale, che solo una vera approvazione popolare le potrebbe dare. Il Segretario Generale della NATO Rutte, come una scheggia impazzita, continua a girare l’Europa a dispensare a destra e a manca sermoni di battaglia contro la Russia, mentre il Presidente del Comitato Militare Ammiraglio Cavo Dragone visita personalmente Kiev, con al seguito tutti i 32 Paesi Membri, per garantire il supporto della NATO all’Ucraina e spiegare la nuova “Theory of Victory” dell’Alleanza. Ma entrambi non vogliono assolutamente considerare che, secondo molteplici sondaggi, in media, solo una trentina di Europei su cento sono disponibili ad imbracciare le armi (in Italia, Nazione dell’Ammiraglio, addirittura sono solo 14).

Tutto questo è frutto della folle ed irrealistica ostinazione politica di una classe dirigente che non intende minimamente considerare che il popolo, che dovrebbe essere il suo datore di lavoro, perché il vero padrone della democrazia, la vede in maniera ben diversa su tutto. E se ci si chiede il perché di tale tracotante ostinazione, una delle risposte più plausibili è quella che, ormai, questa classe dirigente sia costretta a giocare il cosiddetto “tutto per tutto”, in nome della propria sopravvivenza politica. Infatti, si provi ad immaginare se domani, “folgorati sulla via di Damasco”, gli attuali governanti decidessero di ammettere di aver sbagliato. Con tutto quello che l’Europa sta pagando dovrebbero presentare, quanto meno, 2 le dimissioni immediate ed essere automaticamente collocati tra i brocchi della storia. Ma tutto questo è quasi impossibile che si realizzi, perché, visto il minimale senso della dignità e dell’onore che caratterizza l’attuale classe politica europea, il problema non sarebbe tanto l’ignominia storica, quanto piuttosto la parola “dimissioni”.

E allora il futuro dell’Europa può diventare sempre più pericoloso.

Generale di C.A.Marcello Bellacicco

Autore del Libro “Noi ci abbiamo creduto” – Diario di 6 mesi di missione in Afghanistan

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Esperto di Politica Internazionale di cui parla sul suo Canale Youtube “Free

Mind”- Disponibile su https://youtube.com/@freemindita?si=3NIJrMVgCbS5tAd1