Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

Il Ministro della Difesa Crosetto non aveva ancora finito di dichiarare l’intenzione di valutare un eventuale impiego in autonomia di navi della Marina Militare nel Mar Rosso, che arrivava la notizia che un altro Eurofighter dell’Aeronautica Militare, rischierato presso la Base di Ta’if in Arabia Saudita era stato danneggiato, a seguito di un attacco notturno degli Houthi, movimento sciita yemenita alleato dell’Iran.

Secondo la versione ufficiale del Ministero della Difesa, il velivolo si trova in tale base nell’ambito dell’Operazione “Inhrent Resolve” che, però, di fatto può considerarsi ormai finita da tempo, in quanto rivolta al contrasto dello Stato Islamico dell’Isis (in Iraq e Siria) che non esiste più dal 2019. In realtà, l’aereo colpito, insieme ad altri tre dello stesso tipo e ad assetti di difesa aerea SamP/T e radar si trovano in Arabia Saudita e nel Kuwait per concorrere alla sicurezza dello spazio aereo di tali Paesi “contro qualsiasi atto ostile”, quindi anche nell’ambito della guerra che li sta coinvolgendo contro l’Iran ed i suoi “proxi”, tra cui i temibilissimi Houthi. E per una corretta informazione dei Cittadini, che hanno diritto di sapere come vengono spese le loro tasse e impiegati i loro soldati, è giusto anche rammentare che, in questo intervento a favore di Nazioni definite dal Governo come partner (quindi non alleate NATO e neanche UE), sinora l’Italia ha già perso un drone da più di 40 milioni di dollari, subito il danneggiamento di un primo Eurofighter ma, soprattutto, sta seriamente correndo i rischi che derivano dalla sostanziale partecipazione ad una guerra, pur non avendola mai dichiarata ad alcuno.

Pertanto, questa citazione della “Inhrent Resolve”, volendo essere benevoli può essere considerata una grave svista da parte del Ministero della Difesa, ma applicando il famoso detto “a pensar male si fa peccato ma..”, assume le più realistiche sembianze di un misero escamotage tecnico-burocratico, che annebbia la reale missione delle unità italiane, in una regione che sta diventando sempre più problematica e pericolosa, in nome di interessi nazionali, ripetutamente citati dal governo, ma di non immediata comprensione.

E la situazione in quest’area sta peggiorando di giorno in giorno, soprattutto dopo i clamorosi successi militari conseguiti dagli Houthi nelle settimane scorse, a danno delle forze governative yemenite e dei loro alleati sauditi che, da anni e senza grandi risultati, stanno combattendo contro questo movimento sciita filo-iraniano. Con operazioni rapide ed efficaci, hanno occupato la costa sud-occidentale dello Yemen, compresi il porto di Mocha e le isole di Perim e di Kamaran, acquisendo così la possibilità di dominare direttamente lo Stretto di Bab al-Mandab, uno dei corridoi energetici più importanti al mondo che, nella Regione, fa coppia con quello di Hormuz. Sull’onda del successo le milizie sciite hanno anche condotto attacchi diretti al territorio saudita colpendo, con droni e missili balistici città, infrastrutture energetiche e basi militari, tra cui appunto quella dell’Eurofighter italiano che, a detta degli stessi Houthi, non costituiva un obiettivo.

Il blocco di Bad al-Mandab avrebbe conseguenze dirette sul traffico marittimo di Suez, con riflessi su tutta l’economia mondiale, soprattutto quella europea, compresa quella italiana.

Tuttavia, nell’ultimo periodo, nonostante il deterioramento degli eventi, a parte quelle saudite e quelle dirette verso Israele, gli Houthi non hanno impedito ad alcuna nave il passaggio, nemmeno alle americane, tanto è vero che gli USA non hanno dato seguito alla richiesta di aiuto fatta immediatamente da Riyad, evitando di intervenire con i soliti bombardamenti.

Questo perché, molto probabilmente, sussiste una consapevolezza comune e trasversale dei danni estremi che ne potrebbero derivare. Trump si rende conto che, oltre ai gravi problemi dovuti ad Hormuz, non si possono aggiungere anche questi, perché significherebbe tirare troppo la corda con i già bistrattati alleati europei, facendo anche il gioco di Teheran che, nella guerra con Washington, ha dimostrato di non temere assolutamente la spiralizzazione del conflitto. Dall’altra parte, gli Houthi non hanno interesse ad adottare iniziative così pesanti, senza coordinarsi con l’Iran che li rifornisce e che, pochi giorni fa, ha giusto ricevuto un chiaro invito dalla Cina a “riaprire quanto prima lo Stretto di Hormuz”. E si sa che Pechino sta supportando Teheran con rifornimenti ed intelligence, che non conviene perdere in quanto sinora determinanti nell’andamento della sua guerra contro Washington e Tel Aviv.

L’Unione Europea è presente nel Mar Rosso con la missione diplomatico-militare “Aspides”, avviata nel febbraio 2024 sulla base di una Risoluzione ONU del gennaio precedente, con il compito di tutelare la libertà di navigazione sulle linee marittime del Mar Rosso, compreso lo Stretto di Bab el-Mandab. Dopo un buon inizio con 7/8 navi disponibili, attualmente,

Aspides dispone solo di 2/3 navi di 1^ linea (cacciatorpediniere o Fregate), tra cui la Fregata italiana “Bergamini”, a cui si sono aggiunti i 2 Cacciamine “Rimini” e “Crotone”. E’ una forza limitata che, comunque, ha sinora garantito circa 2.500 scorte in due anni (su circa 20.000 passaggi nel biennio) e che, quando è stato necessario, è efficacemente intervenuta contro i droni degli Houthi. Peraltro, va evidenziato che le 4 azioni di fuoco sinora effettuate (due da parte della nave italiana “Caio Duilio”) risalgono ai primi mesi di missione. Infatti, dopo il picco di attacchi del 2024, nel 2025 si è registrata una netta flessione generale dell’84%, tranne che per le solite navi saudite o dirette verso Israele, che sono state perseguitate anche quest’anno.

Secondo il Governo italiano, nell’ultimo periodo, l’attività di Aspides si sarebbe inopportunamente ridotta, probabilmente soprattutto a causa della carenza organica di unità navali, per cui avrebbe ripetutamente, ma inutilmente chiesto una significativa rivitalizzazione della missione, sino ad arrivare allo strappo provocatorio di questi giorni, che ha visto la decisione dell’Italia di valutare l’avvio di una iniziativa nazionale autonoma che, per ora, si è tradotta nella prima missione di scorta della Fregata Bergamini ad una nave italiana.

Ma perché tanta agitazione dalle parti del Ministero della Difesa italiano? Indubbiamente, le ultime evoluzioni della guerra tra gli Houthi e la coalizione yemenita-saudita possono aver incrementato le preoccupazioni che, peraltro, non sono suffragate da notizie di attacchi del movimento sciita a navi occidentali. Piuttosto, appare più plausibile che il motivo scatenante possa individuarsi anche nelle pressioni esercitate dagli armatori nazionali sul governo (come riportato da TG RAI), per ottenere una tutela diretta in mare alle proprie navi, durante la navigazione attraverso il rischioso passaggio di Bab el-Mandab. Questo perché la presenza di una scorta militare, oltre a garantire una maggiore sicurezza, riduce drasticamente i costi di assicurazione, soprattutto per quanto riguarda i premi per il rischio di guerra i quali, da un normale 0.1% del valore totale della nave, possono arrivare al 3%, in caso di navigazione priva di scorta.

Inoltre c’è di mezzo l’Arabia Saudita. Nelle ultime ore, Kaja Kallas (Alto Rappresentante UE per gli esteri) ha risposto alle sollecitazioni italiane affermando “potenziare la missione, Paesi UE partecipino”, ma ha anche aggiunto “Gli attacchi degli Houthi contro l’Arabia Saudita sono inaccettabili e compromettono l’economia globale”, schierandosi così inequivocabilmente con Riyad e dimostrando ancora una volta di navigare a vista. Infatti, ha saltato a pie pari il fatto che il conflitto con gli Houthi ha più di 10 anni e che l’Arabia Saudita, nel 2015, guidò una coalizione che intervenne nella guerra civile yemenita, a favore del governo. Un confronto interno avviatosi nel 2004, con le rivendicazioni più o meno pacifiche degli Houthi (35% della popolazione yemenita) per un maggiore riconoscimento, sfociate poi in scontri armati sempre più violenti che, sinora, hanno causato quasi mezzo milione di morti (in gran parte civili) e per le cui parti in lotta (Arabia Saudita compresa) si potrebbe usare la frase, slang ma efficace, “il più sano ha la lebbra”.

E in tale contesto di tutela saudita, si inseriscono anche i citati “interessi nazionali” del

Governo italiano, che lo hanno indotto ad inviare assetti militari nel Mar Rosso e a valutare, pur in un’ottica europea, di inviarne altri, perché il Ministro Crosetto ha prospettato alla UE la disponibilità ad incrementare sino a 4 le unità navali italiane per Aspides, purchè gli altri Paesi Membri paghino. Si arriverebbe in tal modo ad una presenza nazionale di un certo livello sotto l’egida dell’Europa, ma che potrebbe comunque essere “deviata” verso esigenze nazionali qualora ce ne fosse bisogno (es. rinforzo agli assetti in Arabia Saudita e Kuwait), come fatto in questi giorni proprio con la Fregata “Bergamini”.

D’altra parte, l’integrità dell’Arabia Saudita non può che stare molto a cuore all’Italia, perché giusto poco più di un anno fa è stato firmato dalla Premier Meloni un accordo di partenariato strategico del valore complessivo di circa 10 miliardi di dollari, con impegni nei settori della Difesa (3 mld), energetico e dello sviluppo tecnologico ma, soprattutto, con la SACE-Servizi Assicurativi Commercio Estero, gruppo assicurativo finanziario controllato dal Ministero del Tesoro e delle Finanze, che ha sottoscritto operazioni finanziarie per l’ammontare di 6,6 mld., compreso il progetto di una megalopoli di nome Neom (3 mld.).

Il Ministro Crosetto, ha enfaticamente e demagogicamente affermato che “Quando una rotta marittima viene interrotta, le merci arrivano in ritardo, i costi aumentano e crescono i prezzi per famiglie e imprese. E ogni crisi economica colpisce soprattutto le persone più fragili, mettendo a rischio la coesione sociale e la stabilità del Paese”, ma molto probabilmente le sue vere preoccupazioni sono di ben altra natura, visto che Roma ha deciso di puntare forte su Riyad, anche se sempre con i soliti “soldi di Pantalone”.

Intanto, gli Houthi ci han tenuto a dichiarare “Non siamo in guerra con l’Italia..” e sin qui va tutto bene “…ma ci chiediamo cosa ci fanno gli aerei italiani in Arabia Saudita a sostegno della guerra di Riyad contro di noi” e qui le cose si complicano, perché la domanda è assolutamente lecita e non si può di certo rispondere “per tutelare le persone più fragili”.

Generale Marcello Bellacicco

Autore del Libro “Noi ci abbiamo creduto” – Diario di 6 mesi di missione in Afghanistan

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Esperto di Politica Internazionale di cui parla sul suo Canale Youtube “Free Mind” – Disponibile su https://youtube.com/@freemindita?si=3NIJrMVgCbS5tAd1