di Massimiliano D’Elia per PRP Cnannel
La guerra in Ucraina sta cambiando il modo in cui la NATO pensa alla difesa del proprio territorio. Per decenni, dopo la fine della Guerra fredda, l’attenzione europea si era spostata verso missioni expeditionary, operazioni fuori area e capacità destinate soprattutto alla proiezione della forza. Oggi, lungo il fianco orientale dell’Alleanza, il problema è tornato a essere molto più concreto: come impedire a una forza avversaria di attraversare un territorio, come rallentarla e come creare le condizioni per colpirla prima che possa raggiungere i propri obiettivi.
È in questo contesto che stanno tornando le fortificazioni.
Un recente studio dell’International Institute for Strategic Studies descrive la ricostruzione di sistemi di fortificazione e counter-mobility nei Paesi orientali della NATO come un fenomeno di scala non osservata dalla fine della Guerra fredda. Polonia e Paesi baltici stanno sviluppando infrastrutture destinate a ostacolare il movimento di una forza avversaria e a creare una maggiore profondità difensiva.
La prima impressione potrebbe essere quella di un ritorno al passato, non è così. Le fortificazioni del XXI secolo non possono essere interpretate come semplici linee di trincee o barriere fisiche, ma si misurano in base alla loro efficacia.
Una barriera anticarro, per esempio, acquista valore soltanto se esiste una capacità in grado di individuare il movimento delle forze che cercano di aggirarla. Un’area preparata può rallentare un’avanzata, ma deve essere collegata a sistemi di sorveglianza e a capacità di fuoco. Una posizione difensiva può diventare vulnerabile se l’avversario riesce a individuarla attraverso droni e sensori prima ancora che inizi l’attacco.
È qui che la guerra in Ucraina ha modificato la percezione della minaccia.
Il campo di battaglia è diventato molto più trasparente. Piccoli droni, sensori terrestri, immagini satellitari e sistemi di guerra elettronica permettono di osservare movimenti che un tempo potevano rimanere nascosti molto più a lungo. La difesa del territorio deve quindi essere progettata tenendo conto non soltanto della capacità di resistere a un attacco, ma anche della capacità di evitare di essere individuata e colpita.
La fortificazione torna così a essere una componente di un sistema più grande.
La NATO deve contemporaneamente poter osservare il terreno, rallentare una possibile avanzata, proteggere le proprie unità, mantenere aperte le linee logistiche e concentrare il fuoco dove necessario. A tutto questo si aggiunge una dimensione diventata centrale negli ultimi anni: la difesa contro i sistemi senza pilota.
Gli episodi registrati nelle ultime settimane nello spazio aereo dei Paesi baltici rendono evidente quanto il problema sia ormai intrecciato. Il 15 settembre Eurofighter italiani hanno intercettato e neutralizzato un drone entrato nello spazio aereo lituano; pochi giorni prima, un altro allarme aveva provocato lo scramble di un caccia NATO sopra Vilnius, salvo poi scoprire che la traccia radar era riconducibile a uno stormo di uccelli.
Anche questo secondo episodio è significativo perché una difesa moderna deve essere capace di reagire rapidamente senza trasformare ogni segnale in una minaccia. La velocità della risposta deve quindi essere accompagnata dalla capacità di identificazione e classificazione.
La questione diventa ancora più complessa quando si considera il rapporto fra costo dell’attacco e costo della difesa.
L’esperienza ucraina sta spingendo gli eserciti europei a cercare sistemi più numerosi e meno costosi per affrontare minacce che possono essere prodotte in massa. Reuters ha evidenziato proprio questo cambiamento nella pianificazione europea: la guerra sta aumentando la domanda di arsenali missilistici più grandi e di sistemi intercettori economicamente più sostenibili rispetto alle soluzioni di fascia più alta.
È una trasformazione importante perché mette in discussione una delle idee tradizionali della superiorità militare. Per anni la qualità tecnologica della piattaforma è stata considerata uno dei principali indicatori della capacità di combattimento. Oggi diventa altrettanto importante la possibilità di produrre, rifornire e sostituire rapidamente ciò che viene consumato.
Il problema non riguarda soltanto i missili, ma anche munizioni, droni, sensori, sistemi di guerra elettronica, intercettori e componenti industriali. In una guerra prolungata, la disponibilità iniziale di una capacità può essere meno importante della possibilità di mantenerla operativa nel tempo.
È questa la ragione per cui il ritorno delle fortificazioni deve essere letto insieme alla trasformazione dell’industria della difesa europea.
L’IISS sottolinea anche che l’Europa sta cercando di rafforzare la propria autonomia nel settore della difesa e di recuperare capacità produttive che erano state ridotte dopo la fine della Guerra fredda.
Il terreno e l’industria diventano quindi due facce dello stesso problema.
Una linea difensiva può essere costruita in pochi anni, ma per essere efficace deve essere sostenuta da munizioni, mezzi, personale, manutenzione e infrastrutture. E tutto questo richiede una base industriale capace di garantire continuità.
La nuova difesa del fianco Est nasce dunque dall’integrazione di più livelli.
Il primo è il territorio, con fortificazioni, ostacoli e infrastrutture protette.
Il secondo è la sorveglianza, con radar, sensori, droni e capacità spaziali.
Il terzo è il fuoco, che comprende artiglieria, missili e sistemi a maggiore precisione.
Il quarto è la difesa aerea, chiamata a proteggere forze e infrastrutture da droni, missili e velivoli.
Il quinto è la guerra elettronica, sempre più importante per disturbare sensori e collegamenti dell’avversario.
Il sesto è la logistica, perché nessuna linea difensiva può resistere se non riesce a ricevere rapidamente uomini, munizioni, carburante e pezzi di ricambio.
Questa architettura modifica anche il significato della military mobility. Se l’obiettivo di una difesa è rallentare l’avversario, quello delle forze NATO è riuscire a spostare rapidamente i propri rinforzi verso il punto minacciato.
Il problema diventa quindi una competizione fra due movimenti: impedire all’avversario di avanzare e consentire alle proprie forze di arrivare dove servono.
Per l’Italia il tema della sicurezza del fianco orientale è una responsabilità collettiva dell’Alleanza e le Forze Armate italiane partecipano ai dispositivi NATO di sorveglianza e difesa nell’area. Ma esiste anche una dimensione industriale: la crescente domanda europea di difesa aerea, missili, sensori, sistemi autonomi e capacità di contrasto ai droni coinvolge direttamente anche l’industria della difesa nazionale.
Il punto non è quindi che l’Europa stia semplicemente tornando a costruire bunker ma è che la guerra contemporanea sta riportando al centro la difesa del territorio, ma con strumenti completamente diversi da quelli del passato.
Immagine di copertina realizzata con l’AI.

Massimiliano D’Elia
Direttore Editoriale di PRP Channel
