Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

La dipendenza ha mille volti e può nascere da una sostanza, dal gioco, dal cibo, dal lavoro, ma anche da comportamenti apparentemente innocui. Spesso nasce come un piacere o un’abitudine, ma può trasformarsi in un bisogno difficile da gestire.

Oggi c’è una nuova forma di dipendenza, quella legata ai social network e al loro utilizzo intensivo e spesso nocivo. soprattutto per i i minori, sempre più esposti a piattaforme progettate per catturare la loro attenzione e mantenerla il più a lungo possibile. Per anni una domanda è rimasta priva di risposta: i social network sono soltanto strumenti di comunicazione o sono progettati anche per trattenere gli utenti, soprattutto i più giovani, il più a lungo possibile?

Dagli Stati Uniti arriva una risposta destinata a far discutere anche l’Europa e l’Italia perchè Meta, il colosso guidato da Mark Zuckerberg e proprietario di Facebook e Instagram, ha scelto di chiudere con un accordo una delle più importanti cause americane sulla sicurezza dei minori online. L’azienda era accusata da numerosi Stati di aver progettato le proprie piattaforme in modo da favorire un uso compulsivo da parte di bambini e adolescenti e di non aver fatto abbastanza per proteggerli dai rischi legati all’utilizzo dei social.

L’accordo può vaere oltre 18 miliardi di dollari e prevede non soltanto un esborso economico, ma soprattutto una modifica delle regole con cui i minorenni utilizzeranno Facebook e Instagram negli Stati Uniti. L’intesa dovrà essere formalmente approvata dal giudice federale di Oakland. (Reuters⁠)

La vera novità è il principio che viene affermato: la tutela dei minori può entrare direttamente nel modo in cui un social network viene progettato e fatto funzionare.

Per gli adolescenti americani sono previste impostazioni più restrittive attivate automaticamente: un limite di circa due ore al giorno, blocchi durante la notte, dalle 24 alle 6, disattivazione delle notifiche durante l’orario scolastico, maggiori controlli sull’età e strumenti più incisivi per il controllo dei genitori. Saranno inoltre ridotte alcune funzioni considerate potenzialmente problematiche, come il conteggio pubblico dei “mi piace” e alcuni filtri estetici. (Reuters⁠)

Anche il meccanismo dello scroll infinito, una delle caratteristiche che contribuiscono a mantenere l’utente continuamente dentro la piattaforma, sarà sottoposto a nuove limitazioni e interruzioni. Non verrà però completamente eliminato: il punto è rendere più difficile l’utilizzo compulsivo, non cancellare il modello di funzionamento dei social. (Financial Times⁠)

La questione non è affatto lontana dalle nostre case.

In Italia Internet è ormai parte integrante della vita quotidiana. Nel 2025 l’83,1% della popolazione dai sei anni in su ha utilizzato Internet nei tre mesi precedenti l’indagine Istat. Tra i 15 e i 24 anni la quota supera addirittura il 98%. Lo smartphone è inoltre il principale dispositivo di accesso alla Rete. (Istat⁠)

Ma il dato più interessante, e forse più preoccupante, riguarda proprio il rapporto con i social.

Secondo il Rapporto annuale 2026 dell’Istat, nel 2024 il 5% degli utenti Internet dagli 11 anni in su presentava un profilo di “uso problematico” dei social media, sulla base di comportamenti come la difficoltà a smettere di utilizzare le piattaforme, l’ansia quando ci si disconnette, il bisogno di utilizzare i social sempre di più o le interferenze con lo studio e il lavoro. (Istat⁠)

Ma la media nazionale nasconde un dato molto più significativo: tra i ragazzi di 15-17 anni la percentuale sale all’11,1%, mentre tra i giovani tra 18 e 24 anni raggiunge il 10,5%. E il fenomeno colpisce in modo particolarmente evidente le ragazze adolescenti: nella fascia 15-17 anni l’uso problematico arriva al 15,5%, contro il 7% dei coetanei maschi. (Istat⁠)

Non significa, naturalmente, che chi utilizza molto i social sia automaticamente “dipendente”. L’Istat stesso sottolinea che il rapporto tra uso intenso dei social e benessere psicologico è complesso e che non è possibile stabilire sempre una relazione di causa-effetto: può essere il social a contribuire al disagio, ma può anche essere una condizione di fragilità a spingere un ragazzo verso un uso più intenso delle piattaforme. (Istat⁠)

È però un campanello d’allarme che non può essere ignorato.

Il problema non è più soltanto quanto tempo passano online

La questione, dunque, sta cambiando.

Non si tratta più semplicemente di chiedersi quante ore trascorrono i nostri figli davanti allo smartphone, ma di capire come sono costruite le piattaforme che utilizzano.

Notifiche continue, contenuti personalizzati, sistemi di raccomandazione, ricompense sociali, video brevi e scorrimento praticamente senza fine sono elementi che possono rendere difficile interrompere volontariamente la navigazione.

È qui che la vicenda americana assume un significato più ampio.

Per la prima volta, un accordo di queste dimensioni mette sotto pressione il modello stesso con cui le piattaforme hanno costruito una parte del loro successo: massimizzare l’attenzione dell’utente e mantenerla il più a lungo possibile.

E la domanda diventa inevitabile: se un sistema è progettato per non farci smettere di guardare lo schermo, fino a che punto possiamo parlare di una semplice scelta individuale?

Per ora le nuove regole dell’accordo Meta riguardano gli Stati Uniti e non si applicano automaticamente agli utenti italiani. (Corriere della Sera⁠), tuttavia il problema è già presente anche nel nostro Paese e i numeri dell’Istat lo dimostrano.

L’Italia è di fronte a una scelta che riguarda non soltanto la tecnologia, ma anche la responsabilità degli adulti, della scuola, delle famiglie e delle istituzioni: lasciare che siano le piattaforme a stabilire autonomamente il confine tra intrattenimento e uso nocivo oppure serve urgentemente intervenire prima che quel confine diventi ancora più difficile da riconoscere? Se il futuro dei social passa dalla capacità di catturare l’attenzione dei più giovani, il vero campo di battaglia non sarà più lo smartphone. Sarà la mente di chi lo utilizza