Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

Dopo Perim, cambiano i rischi della scorta navale. L’Europa deve affiancare alla protezione delle rotte un’iniziativa politica per fermare l’escalation. 

Una nave militare, per quanto moderna e ben comandata, non può trasformare una rotta minacciata in un corridoio invulnerabile. La sua presenza può ridurre il rischio, ma espone anche chi ha il compito di proteggere gli altri.

L’annuncio del Ministro della Difesa Guido Crosetto sulla preparazione di misure navali per proteggere il transito delle navi italiane a Bab el-Mandeb merita quindi una riflessione che vada oltre l’immediato consenso suscitato dall’idea di difendere i nostri interessi.

Il 17 settembre Crosetto ha annunciato, d’intesa con il Capo di Stato Maggiore della Difesa, l’attivazione della Marina per predisporre quanto necessario a «garantire il transito in sicurezza delle navi italiane». La dichiarazione è riportata da Radiocor. È un obiettivo operativo e politico: non equivale, di per sé, a promettere l’assenza assoluta di rischio.

Per correttezza va aggiunto un elemento essenziale. Secondo l’ANSA, il Ministro ha chiesto ai vertici militari una valutazione operativa e di sicurezza, la predisposizione di un piano e una verifica del quadro giuridico per l’eventuale impiego sotto comando nazionale delle capacità già presenti, compresa la necessità di un’autorizzazione parlamentare. Ha espresso l’intenzione di accelerare senza attendere le decisioni di Aspides, ma tempi e modalità non risultavano ancora definiti nel resoconto del 17 settembre. Non sarebbe dunque corretto sostenere che abbia disposto di procedere senza verifiche.

La questione che pongo è un’altra: l’urgenza politica ed economica lascerà a quella valutazione tutto lo spazio necessario, anche qualora suggerisse di rinviare i transiti o di richiedere mezzi e condizioni differenti?

Proteggere un passaggio non significa eliminarne ogni rischio.

Perim: che cosa è cambiato

Il quadro di riferimento è cambiato. L’11 settembre Reuters ha riferito l’arrivo degli Houthi sull’isola di Perim, citando quattro fonti del governo yemenita. Due fonti hanno inoltre riferito il ritiro delle forze governative dall’isola e la conquista houthi della località costiera di Dhubab, che la fronteggia.

Perim, detta anche Mayyun, si trova dentro Bab el-Mandeb. L’analisi ISW-CTP dell’11 settembre considera queste acquisizioni territoriali un ampliamento delle possibilità di minacciare la navigazione. Il cambiamento è soprattutto geografico: la minaccia può essere portata più vicino alle navi in transito.

Perim non aggiunge automaticamente nuovi armamenti all’arsenale houthi: può rendere utilizzabili contro la navigazione sistemi prima troppo distanti. Gli analisti indicano piccoli droni a corto raggio e, dalle nuove posizioni costiere, possibili impieghi dell’artiglieria. Le basi avanzate potrebbero inoltre agevolare l’impiego di mezzi esplosivi di superficie e altre forme di attacco ravvicinato.

La differenza non sarebbe quindi soltanto quantitativa – più attacchi – ma qualitativa: una gamma più ampia di minacce, potenzialmente combinabili. Occorre però distinguere possibilità e schieramenti accertati. L’effettiva capacità dipenderà da armi trasferite, rifornimenti, organizzazione e mantenimento delle posizioni. Non abbiamo elementi sufficienti per affermare che tutti questi mezzi siano già operativi a Perim, né che il possesso dell’isola equivalga al controllo assoluto dello stretto.

I successi di ieri non certificano la sicurezza di domani

La mia conclusione è che questa evoluzione imponga una nuova valutazione, non una semplice conferma di quella precedente.

Non sarebbe corretto ragionare così: abbiamo protetto dei transiti, dunque possiamo continuare a farlo nelle stesse condizioni. È proprio l’eventuale cambiamento delle condizioni a dover essere esaminato.

La valutazione richiesta dal Ministro dovrà misurarsi proprio con questo mutamento: stabilire quali risorse e condizioni rendano sostenibile il passaggio e quali circostanze impongano di sospenderlo.

Non chiedo di pubblicare informazioni operative riservate. Mi domando se la volontà annunciata di accelerare possa creare una pressione sulle decisioni successive. È un rischio da prevenire, non un condizionamento che possiamo affermare sia già avvenuto.

La preparazione di una missione deve poter condurre anche alla conclusione che, in determinate condizioni, quella missione non vada eseguita. La possibilità di rinviare o rinunciare deve rimanere concreta anche dopo un annuncio pubblico.

Il valore di una scorta, i limiti di una promessa

La protezione militare del traffico mercantile non è un’improvvisazione. È una funzione fondamentale delle Marine e viene già svolta nel Mar Rosso dall’operazione europea Aspides, anche con unità italiane. Il contributo della fregata Marceglia alla protezione ravvicinata dei mercantili è documentato dalla stessa missione.

Il problema non è dunque chiedersi se la Marina sappia svolgere questo compito. Il problema è stabilire in quali condizioni il rischio sia accettabile, con quali risorse possa essere contenuto e per quale risultato valga la pena affrontarlo.

Una nave da guerra non è uno scudo impenetrabile. Sensori, sistemi di difesa, munizioni e capacità di gestione degli attacchi hanno limiti. Difendere se stessi e proteggere contemporaneamente altre navi sono problemi diversi.

Non serve sostenere che ogni transito sia destinato a finire male. Sarebbe altrettanto sbagliato quanto promettere che andrà bene. Serve riconoscere che anche una protezione efficace lascia un rischio residuo, le cui conseguenze possono essere gravissime.

La domanda decisiva, allora, non è soltanto: «Possiamo scortare queste navi?».

È anche: «È opportuno farle passare proprio adesso?».

La scelta da compiere prima di salpare

Se un mercantile deve comunque attraversare un’area pericolosa, offrirgli protezione può essere una scelta ragionevole e necessaria.

Se invece la presenza della scorta diventa il motivo per incoraggiarlo a imboccare una rotta che avrebbe evitato, la valutazione cambia. Non stiamo semplicemente riducendo un rischio già assunto: stiamo contribuendo alla decisione di assumerlo.

E quel rischio non riguarda soltanto il valore della nave e del carico. Riguarda gli equipaggi civili, i nostri militari e le conseguenze politiche di un eventuale attacco.

Che cosa accadrebbe se una nave italiana venisse colpita? Quali risposte sarebbero previste? Fino a dove saremmo disposti a spingerci? E con quale obiettivo?

Una rappresaglia non sarebbe automatica né inevitabile. Ma la pressione a reagire potrebbe essere fortissima. Per questo le opzioni devono essere valutate prima, non sotto l’urto delle immagini di una nave in fiamme.

La prudenza non è una resa

Esiste un’obiezione seria: rinunciare al transito significa lasciare che la minaccia condizioni la libertà di navigazione, con costi economici e conseguenze strategiche. Non è un argomento da liquidare.

Ma nemmeno può diventare una formula capace di giustificare qualsiasi esposizione al pericolo.

La scelta non si esaurisce nell’alternativa tra passare subito e arrendersi. Occorre confrontare protezione militare, rotte alternative quando praticabili, cooperazione internazionale e iniziativa diplomatica. Tempi e costi contano. Anche la vita delle persone e il rischio di allargare il conflitto devono entrare nel conto.

Agire sulle cause, non soltanto sulle conseguenze

La risposta più lungimirante, a mio giudizio, non consiste soltanto nell’aggiungere navi militari a uno scenario sempre più pericoloso. Consiste nel costruire una pressione europea coesa, insieme ai partner disponibili, affinché Trump interrompa una conduzione delle iniziative belliche che considero scoordinata e sconsiderata e imbocchi una concreta via negoziale.

Essere alleati non significa assecondare ogni decisione di Washington, salvo poi chiedere ai nostri militari e alle nostre economie di sostenerne le conseguenze. Significa anche saper dire che una determinata strada compromette la sicurezza comune e che occorre cambiarla.

Questo non assolve gli Houthi dalle loro responsabilità, né significa illudersi che una decisione americana basti a rendere sicuro il Mar Rosso. La pressione diplomatica deve coinvolgere anche gli altri protagonisti del conflitto. Ma chiedere moderazione agli avversari senza esercitare alcuna influenza sulle scelte dell’alleato indebolisce la credibilità della nostra iniziativa.

Le conseguenze di un’escalation, inoltre, non si fermano ai confini della regione. Maggiori costi energetici e commerciali, impegni militari prolungati ed eventuali perdite americane rischiano di ritorcersi contro Trump anche negli Stati Uniti, pesando sulle famiglie e alimentando il dissenso politico.

L’Europa non dovrebbe attendere quel contraccolpo. Dovrebbe trovare la coesione necessaria per contribuire a prevenirlo.

La responsabilità di chi decide

Non presumo che il ministro ignori la situazione. Mi aspetto, piuttosto, che la comunicazione politica rispetti la complessità delle valutazioni militari e non trasformi la preparazione di un dispositivo in una rassicurazione anticipata.

La fiducia nella Marina non può diventare un alibi per assegnarle un compito senza commisurare obiettivi, mezzi e rischi.

Il coraggio degli equipaggi non può compensare l’imprudenza delle decisioni.

Prima di autorizzare un passaggio, dobbiamo sapere quali condizioni ne consentano l’attraversamento e quali impongano di rinunciarvi.

Perché la responsabilità di chi decide non è soltanto mandare le navi. È sapere perché mandarle, fino a dove e quando richiamarle.

Proteggere le navi è necessario. Lavorare perché non debbano attraversare una guerra lo è ancora di più.

Condivido ciò che il mare mi ha insegnato, senza la pretesa di possedere verità assolute. Offro queste riflessioni a chi vorrà navigare con me. Chi sentirà che questa rotta gli appartiene, salga a bordo. Il mare è grande. C’è spazio per tutti quelli che hanno il coraggio di partire.

Paolo Treu

L’Ammiraglio di Squadra (ris.) Paolo Treu è ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del
braccio operativo della Marina Militare italiana.
MAPPE DEL POTERE
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LEADERSHIP
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Paolo Treu è autore di molte pubblicazioni. L’ultima in ordine di tempo è intitolata “Tu sei un intero oceano in una goccia – Rompi le pareti della tua prigione”. Il ricavato della vendita del libro sarà interamente devoluto per volontà dell’autore all’Associazione MITOCON (www.mitocon.it) che opera a sostegno dei pazienti affetti da rare malattie mitocondriali che colpiscono i bambini e le relative famiglie.https://amzn.eu/d/09PPCGeE

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