Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

Un sabato tra punto a croce, tagliatelle e i motori di Sant’Agata Bolognese

Le mani che ogni mattina tengono in piedi un paese, più del nome scritto sul cancello d’ingresso della fabbrica

La sveglia suona che fuori è ancora buio. Gli occhi impastati il caffè trangugiato in piedi davanti al lavandino. Rita e Stefania hanno un appuntamento con ricamo e punto a croce a Formigine per una mostra dedicata a questa arte. Io e Pino siamo gli accompagnatori ufficiali della giornata, complice quasi quattro ore e mezza di autostrada percorse a turno tra un caffè e l’altro.

Le lasciamo davanti ai loro telai carichi di schemi e crocette e subito arrivati a Sant’Agata Bolognese ci fermiamo a pranzo, a pochi metri dai cancelli della fabbrica e del museo. Tagliatelle fatte in casa tagliere di salumi gnocco fritto ancora caldo. È lì seduto al tavolo che capisco dove siamo arrivati davvero. La stessa mano che tira la sfoglia in una cucina di paese monta un motore V12 a poche decine di metri di distanza dietro una linea di assemblaggio. È la stessa pazienza, lo stesso orgoglio antico del gesto ripetuto bene, a tenere in piedi Sant’Agata Bolognese molto più del nome scritto sul cancello.

Il Museo Lamborghini si apre su due piani di luce bianca. Al piano terra la 350 GT racconta un debutto quasi artigianale, poche centinaia di esemplari costruiti a mano in un capannone appena finito. Poi la Miura, che nel 1966 sposta il motore dietro il guidatore e cambia per sempre l’idea di macchina sportiva. Davanti a una Miura del 1968, azzurra glitterata, due posti scoperti, con i fari truccati come grandi occhi dalle ciglia lunghe e il mascara, mi viene in mente un’immagine di una ragazza in minigonna stivali bianchi al ginocchio golfino di cashmire basco e foulard, che la guida allegra per le strade di Londra. È lì intatta nella mia mente. Subito dopo il mio sguardo se la ritrova su una foto appesa al muro, simile ma con quella macchina in fiera e cinque ragazze abbigliate esattamente allo stesso modo intorno alla vettura e un gruppo di ragazzi che ammirano loro e quella macchina insieme. Basta spostarsi di pochi passi perché quella stessa leggerezza anni Sessanta ceda il posto a un’altra idea di potenza. Le linee dell’Espada si allungano come per farsi perdonare la propria grandezza, la Jarama racconta un tentativo più sobrio di gran turismo, l’Urraco strizza l’occhio a chi voleva una Lamborghini più accessibile senza rinunciare al carattere. Poi arriva la Countach, squadrata, tagliente, portiere che si aprono verso l’alto come ali. Sembra ancora oggi disegnata per un futuro che non è arrivato. È in questo scarto, tra le forme morbide di poco prima e questa geometria, che si misura quanto in fretta, a Sant’Agata, l’idea di bellezza sapesse reinventarsi da un modello all’altro. Un albero genealogico enorme copre una parete intera con tutti i modelli mai usciti da questa fabbrica, dal primo prototipo invenduto fino alle ultime ibride.

Ma il museo racconta solo la metà della storia. L’altra metà cammina fuori dai vetri delle vetrine. A Sant’Agata Bolognese lavorano migliaia di persone tra stabilimento e indotto, tecnici operai fornitori di piccole officine che vivono di quello che esce dai cancelli della fabbrica. Non sono comparse di un marchio, sono la ragione per cui il marchio esiste ancora qui e non altrove. Il lusso che si vede scintillare sotto le luci del museo nasce ogni mattina dalle stesse mani che la sera tornano a casa in un paese di poche migliaia di abitanti.

I trattori del dopoguerra nascevano da mezzi militari recuperati e riadattati. C’è una linea diretta che arriva fino alla supercar esposta oggi sotto vetro. È la stessa Italia che dopo la guerra non aveva quasi nulla e ha rimesso in piedi tutto con le mani, prima i campi poi le strade poi i motori. Quella stessa Italia oggi si chiama Motor Valley e continua a esistere grazie a chi ogni giorno stringe un bullone, non grazie a un logo su un catalogo patinato.

Torniamo a Formigine nel tardo pomeriggio. Rita e Stefania ci aspettano con le buste già in mano, filati colorati e un paio di schemi nuovi, comprati dopo aver girato ogni banco della mostra almeno tre volte, tanto che tutti gli espositori ormai le riconoscono e le salutano. Ci raccontano ogni acquisto con lo stesso entusiasmo con cui io e Pino, sulla strada di ritorno, continuiamo a scorrere le foto delle auto sul telefono e a raccontarci a vicenda quello che abbiamo appena visto, come se il museo non fosse ancora finito. Loro escono da una fiera d’artigianato con le mani piene di fili. Noi usciamo da una fabbrica dove il meglio della meccanica italiana si costruisce ancora a mano, un pezzo alla volta, con la sensazione di aver toccato qualcosa che ci rende orgogliosi di essere di questo paese. Occhi diversi che guardano cose diverse ma ugualmente intensamente innamorati della nostra bellissima Italia.

Antonio Di Ieva

Giornalista, stratega editoriale, digitale e social media. Responsabile multimedia e web della rivista “Informazioni della Difesa”, cura i progetti speciali per PRP Media Consulting e PRP Channel. Scrive di geopolitica, difesa, tecnologie emergenti, connettendo ambiti distanti in analisi divenute racconto.