Che cosa può aver vissuto Loredana in quei momenti, sapendo di essere in pericolo e cercando disperatamente di salvarsi?
Non possiamo sapere con certezza che cosa abbia provato o pensato minuto per minuto. Possiamo però dire alcune cose, senza trasformarle in certezze che non abbiamo.
Essere immobilizzata, chiusa nel bagagliaio e consapevole che una persona che conosceva la stava portando via contro la sua volontà, può provocare paura estrema, senso di impotenza, panico e disperata ricerca di una possibilità di salvezza. Il fatto che abbia chiamato il 112 è particolarmente significativo: in quel gesto c’è una richiesta concreta di aiuto.
È ragionevole pensare che, nel momento in cui è riuscita a far partire quella chiamata, abbia avuto almeno una speranza che qualcuno potesse trovarla e intervenire.
Non possiamo sapere se Loredana abbia pensato esattamente “adesso qualcuno mi salverà”, ma in una situazione simile è possibile che una persona, aggrappata alla propria sopravvivenza, interpreti ogni cambiamento — un rallentamento, una fermata, un rumore, delle voci — come una possibile occasione di soccorso. La speranza può continuare a esistere anche quando la paura è immensa.
Loredana ha cercato di vivere. Ha cercato aiuto. La sua chiamata al 112 dimostra che, nonostante quello che stava accadendo, ha tentato di affidarsi a qualcuno perché arrivasse a salvarla.
Forse è questo il modo più rispettoso di guardare a quei momenti: ricordando che fino a quando ha potuto, ha cercato una via d’uscita. Il fatto che i soccorsi siano poi arrivati troppo tardi non rende meno importante quel tentativo.
Questo è solo l’ultimo episodio di femminicidio riportato dalle cronache. Ma quante donne staranno chiuse in una casa e in una vita soffocante quanto un bagagliaio, vivendo ogni giorno con la paura che quell’ “uomo” possa arrivare all’apice della sua violenza?
È difficile pensare che non siamo ancora riusciti a trovare soluzioni per questo male della nostra società, nella quale, purtroppo, femminicidi e violenze contro le donne sono all’ordine del giorno.
Le donne, quando trovano il coraggio denunciano, sì, ma la legge non può tutelarle veramente e, anzi, la denuncia può diventare un atto che scatena ancora di più la rabbia di chi ogni giorno le minaccia.
Non abbiamo ancora trovato il modo per proteggerle e per salvarle. E fa male sapere che nessuna nostra “sorella” è davvero al sicuro.
La violenza di genere comincia prima dell’età adulta: cosa sta accadendo tra i più giovani?
La violenza di genere non comincia necessariamente con uno schiaffo, una minaccia o un femminicidio. Spesso nasce molto prima, dentro le prime relazioni sentimentali, attraverso comportamenti che possono apparire innocui, o addirittura essere confusi con manifestazioni d’amore.
La gelosia, il controllo del telefono, la pretesa di sapere in ogni momento dove si trova il partner, il tentativo di decidere come vestirsi o con chi uscire. Sono comportamenti che possono diventare quotidiani e che, soprattutto tra gli adolescenti, rischiano di essere normalizzati.
Nelle relazioni adolescenziali la gelosia può trasformarsi nella richiesta di interrompere amicizie o di evitare determinate persone.
Sono segnali che non dovrebbero essere minimizzati perché sono controllo. E il controllo, quando viene normalizzato, può diventare uno dei primi strumenti attraverso i quali si costruisce una relazione violenta.
Il ruolo dei social
In alcuni casi la violenza può assumere forme ancora più gravi, come la minaccia di diffondere fotografie intime o la condivisione di immagini senza il consenso della persona interessata.
Per le nuove generazioni, dunque, educare alla prevenzione della violenza significa anche insegnare il rispetto dei confini digitali. Il consenso non riguarda soltanto il corpo e i rapporti sessuali: riguarda anche le fotografie, i messaggi, la privacy e la possibilità di scegliere che cosa condividere e con chi.
Educare alle relazioni per interrompere la catena
Se un adolescente impara che amare significa possedere, che essere lasciati è un’umiliazione, che la gelosia giustifica il controllo e che un rifiuto può essere ignorato, alcuni dei meccanismi alla base della violenza possono essere già presenti.
Per questo la prevenzione deve cominciare quando ragazzi e ragazze imparano a vivere le proprie prime relazioni.
Parlare di violenza di genere nelle scuole non significa soltanto spiegare ai ragazzi che cosa è un femminicidio. Significa insegnare a riconoscere i segnali che lo possono precedere: il possesso, l’isolamento, il ricatto, l’umiliazione, la minaccia, il controllo.
Ogni donna uccisa è sulla coscienza di tutti noi
Ogni femminicidio lascia dietro di sé una domanda che non possiamo continuare a rimandare: quanto avremmo potuto fare prima?
Dietro ogni donna uccisa c’è una storia che spesso era già fatta di segnali, paure, richieste di aiuto, minacce, silenzi e solitudini. E quando quella storia finisce con una morte, non possiamo limitarci a raccontare l’ultimo giorno. Dobbiamo avere il coraggio di guardare tutto ciò che è accaduto prima.
Non dovrebbe essere normale che una donna debba essere abbastanza forte da denunciare, abbastanza fortunata da essere creduta e abbastanza protetta da riuscire a sopravvivere mentre aspetta che qualcuno intervenga.
La violenza contro le donne non è un destino inevitabile e il femminicidio non è un gesto improvviso di follia: è l’esito più estremo di una cultura del possesso, del controllo e della sopraffazione che dobbiamo imparare a riconoscere e contrastare molto prima.
Forse il vero cambiamento comincerà quando smetteremo di chiederci soltanto perché una donna non sia riuscita a salvarsi e inizieremo a chiederci, con la stessa forza, perché un uomo abbia pensato di avere il diritto di toglierle la libertà, la dignità e infine la vita.
Perché nessuna donna dovrebbe essere costretta a vivere nella paura. E nessuna morte dovrebbe diventare soltanto l’ennesimo nome dentro un elenco che continuiamo ad aggiornare.
