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Da Hormuz a Bab el-Mandeb: quando il controllo dei flussi diventa più importante della chiusura

by Fundacja Generazione Ponte

Il 31 marzo 2026 scrivevamo che Hormuz e Bab el-Mandeb non erano semplicemente passaggi geografici. Erano nodi capaci di concentrare flussi, comprimere alternative e trasformare una crisi locale in uno shock sistemico. (https://www.linkedin.com/pulse/choke-points-globali-la-nuova- geografia-del-potere-nowinski-dydmf/ )

Cinque mesi dopo siamo tornati su quella tesi. Il 22 agosto, in Quando lo scenario diventa sistema, abbiamo corretto il modello iniziale costruito attorno a tre scenari: Hormuz riapre, Hormuz rimane instabile, Hormuz esce dal sistema. La realtà aveva già cominciato a suggerire qualcosa di diverso. Gli scenari non si stavano comportando come alternative. Lo Scenario B, instabilità prolungata, stava diventando permanente e iniziava a produrre alcuni degli effetti che avevamo attribuito allo Scenario C, senza che Hormuz dovesse materialmente scomparire dal sistema. (https://www.linkedin.com/pulse/quando-lo-scenario-diventa-sistema-ireneusz-sebastian-nowinski-v9qlf/ )

Oggi dobbiamo aggiungere un altro passaggio. Perché mentre continuiamo a guardare Hormuz, qualcosa è successo dall’altra parte della Penisola Arabica.

Due porte, uno stesso sistema

L’11 settembre gli Houthi hanno conquistato Perim, o Mayyun, l’isola posta nel cuore di Bab el- Mandeb, dopo l’avanzata lungo la costa occidentale dello Yemen e la presa di Mokha. La posizione aumenta sensibilmente la loro capacità di minacciare il traffico attraverso lo stretto. Contemporaneamente Hormuz continua a funzionare sotto forte condizionamento iraniano. Il traffico non è tornato alla normalità e gli armatori continuano a incorporare nelle proprie decisioni il rischio di mine, missili, droni e interdizione. Anche dopo le operazioni statunitensi di sminamento, la percezione di insicurezza continua a condizionare il comportamento commerciale. Presi separatamente sono due dossier. Presi insieme raccontano qualcosa di diverso. A est della Penisola Arabica, l’Iran conserva la capacità di condizionare Hormuz. A ovest, un attore allineato a Teheran ha acquisito una posizione molto più forte intorno a Bab el-Mandeb.

Nel mezzo c’è l’Arabia Saudita.

Ed è proprio questa geometria che merita attenzione, il bypass che incontra un altro chokepoint. Per anni una parte della risposta saudita alla vulnerabilità di Hormuz è stata semplice, costruire ridondanza. La East-West Pipeline permette di portare il greggio dai giacimenti orientali fino a Yanbu, sul Mar Rosso, evitando Hormuz. Era una risposta geografica a una vulnerabilità geografica. Ma quando anche il Mar Rosso diventa uno spazio sottoposto a coercizione, la logica cambia. L’11 settembre un attacco con droni proveniente dall’Iraq ha inoltre provocato la chiusura temporanea proprio della East-West Pipeline, mentre l’avanzata Houthi aumentava contemporaneamente la pressione sulla direttrice del Mar Rosso. Il punto non è che l’Arabia Saudita sia rimasta senza alternative. Il punto è più sottile:

il sistema di bypass sta perdendo parte della propria funzione di bypass. Una rotta alternativa non elimina più necessariamente il rischio. Può semplicemente trasferirlo da un chokepoint all’altro.

Non serve chiudere uno stretto

È qui che il vecchio modello deve essere corretto ancora una volta. Abbiamo a lungo ragionato sui choke points attraverso una domanda quasi binaria, aperto o chiuso? Ma forse è la domanda sbagliata. L’Iran non deve necessariamente chiudere completamente Hormuz per ottenere potere da Hormuz. Gli Houthi non devono necessariamente bloccare completamente Bab el-Mandeb per ottenere potere da Bab el-Mandeb. È sufficiente poter rendere credibile la possibilità dell’interdizione. Da quel momento intervengono altri attori, assicuratori, armatori, compagnie energetiche, mercati finanziari, governi.

Cambiano i premi assicurativi, cambiano le rotte, i tempi, i costi, le scorte, cambiano le decisioni politiche. Il chokepoint continua fisicamente a funzionare, ma il sistema comincia a comportarsi come se la sua disponibilità non fosse più garantita. È esattamente ciò che avevamo osservato ad agosto su Hormuz. Ora quella logica rischia di riprodursi sull’altra porta della Penisola Arabica.

Dal controllo territoriale al controllo dell’incertezza

Qui emerge forse il passaggio più importante. Nel modello geopolitico classico, controllare uno spazio significa occuparlo, presidiarlo, impedirne l’accesso agli altri. Nel sistema che stiamo osservando, può essere sufficiente qualcosa di meno costoso e più flessibile, controllare l’incertezza. Non serve decidere permanentemente chi passa. Serve possedere abbastanza capacità da poter influenzare la decisione di chi vorrebbe passare. È una forma diversa di potere. Il traffico commerciale può continuare. Le navi possono attraversare lo stretto. Nessuna bandiera deve necessariamente essere issata sul mare. Eppure l’attore capace di aumentare o diminuire il rischio possiede una leva negoziale reale. Questo spiega perché sarebbe sbagliato leggere Perim soltanto come conquista territoriale Houthi o Hormuz soltanto come confronto navale iraniano-americano. La questione è la funzione sistemica che quei territori permettono di esercitare.

E ritorna l’Arabia Saudita

Pochi giorni fa, ragionando su Riyadh, siamo arrivati a una conclusione, l’Arabia Saudita non sta scegliendo semplicemente tra vecchie e nuove egemonie. Sta cercando di governare l’instabilità. Ora possiamo vedere quanto questa necessità sia concreta. Riyadh si trova tra due passaggi marittimi sottoposti contemporaneamente a forte pressione. Deve proteggere esportazioni energetiche, Vision 2030, infrastrutture, investimenti e stabilità interna, mentre contemporaneamente evita che il confronto con l’Iran torni alla logica dello scontro frontale. E anche il rapporto con Washington diventa parte del problema. Secondo Reuters, dopo l’avanzata Houthi Riyadh ha chiesto assistenza militare agli Stati Uniti. Washington ha escluso un intervento diretto, offrendo intelligence e supporto al targeting. Non significa che gli Stati Uniti abbiano abbandonato l’Arabia Saudita. Significa qualcosa di più interessante: Riyadh deve calcolare anche il grado di disponibilità del proprio garante mentre calcola il rischio proveniente dai due chokepoint. È precisamente il tipo di ambiente nel quale la diversificazione delle relazioni, la diplomazia con Teheran e la ricerca di interlocutori multipli smettono di sembrare ambiguità e diventano gestione del rischio.

Scenario B non è più soltanto Hormuz

A marzo avevamo scritto:

Scenario A: riapertura e stabilizzazione.

Scenario B: instabilità prolungata e nuovo equilibrio.

Scenario C: uscita dal sistema e shock globale.

Ad agosto avevamo già dovuto correggere quella costruzione, B poteva diventare permanente e produrre conseguenze da C senza arrivare alla chiusura totale di Hormuz. A settembre compare una seconda correzione. Scenario B può propagarsi. L’instabilità di un chokepoint modifica le rotte e aumenta il valore del secondo. L’aumento del valore del secondo aumenta l’incentivo a controllarlo. Il controllo del secondo riduce l’efficacia della ridondanza costruita per compensare il primo. A quel punto non abbiamo più due crisi. Abbiamo un sistema di pressione sui flussi. La geografia non è cambiata. È cambiato il modo di usarla. Hormuz è sempre nello stesso posto, Bab el-Mandeb è sempre nello stesso posto, la Penisola Arabica non si è spostata di un metro. Eppure la sua geografia strategica sta cambiando. Perché nel nuovo sistema internazionale il controllo non coincide necessariamente con il possesso, e l’interdizione non coincide necessariamente con la chiusura. Può bastare la capacità di costringere gli altri ad adattarsi.

A marzo ci chiedevamo cosa sarebbe successo se un chokepoint avesse ceduto. Ad agosto abbiamo scoperto che non doveva necessariamente cedere: bastava che diventasse abbastanza incerto da modificare il comportamento del sistema.

Oggi dobbiamo aggiungere un ultimo elemento.

Quando l’incertezza passa da un chokepoint all’altro, non stiamo più osservando la vulnerabilità di una rotta. Stiamo osservando la costruzione di una geometria della coercizione. E in quella geometria, forse, la domanda decisiva non sarà più chi riesce a chiudere Hormuz o Bab el-Mandeb.

Sarà chi possiede la capacità di lasciarli aperti, alle proprie condizioni.

Ireneusz Sebastian Nowinski

Founder & Strategic metodo Epsilon NOG – Presidente Fondazione Generazione Ponte â€“ Scuola di Limes

ISN GP 12/09/2026 Epsilon-Mc