Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

La guerra che non vogliamo chiamare con il suo nome
Le dichiarazioni formali appartengono ormai più alla storia diplomatica che alla realtà dei conflitti
contemporanei. Le guerre iniziano con l’uso della forza, proseguono attraverso decisioni politiche,
apparati militari, intelligence, logistica, industria e informazione, e spesso vengono combattute
molto prima che qualcuno trovi il coraggio di chiamarle con il loro nome.
È ciò che sta accadendo in Europa. Continuiamo a ripetere che la Russia è in guerra con l’Ucraina e
che l’Europa e la NATO si limitano a sostenere il Paese aggredito. Giuridicamente la distinzione ha
un fondamento. Strategicamente, però, racconta soltanto una parte della realtà.
Senza il sostegno occidentale, l’Ucraina non sarebbe più in condizione di resistere. Non perché le
siano mancati il coraggio, la volontà o la capacità di combattere, ma perché nessun Paese sottoposto
per anni alla pressione militare di una potenza enormemente più grande può sostenere da solo un
conflitto industriale di queste dimensioni.
Noi europei non siamo semplici spettatori. Siamo entrati nel conflitto, sia pure scegliendo
accuratamente forme, limiti e parole che ci consentano di non considerarci belligeranti. È una
distinzione indispensabile per evitare uno scontro diretto fra potenze nucleari, ma rischia di
trasformarsi in una pericolosa finzione se finisce per nascondere a noi stessi la natura di ciò che
stiamo facendo.
Il mito dell’Ucraina che combatte da sola
Un sistema d’arma moderno non è un oggetto che si deposita alla frontiera insieme a un manuale
d’istruzioni. Per combattere occorrono munizioni, addestramento, intelligence, comunicazioni,
software, manutenzione, ricambi, infrastrutture logistiche, pianificazione, capacità industriale e
finanziamenti continui. Occorre, soprattutto, che tutte queste componenti funzionino insieme.
L’Occidente non ha semplicemente consegnato all’Ucraina cannoni, missili, carri armati, sistemi di
difesa aerea e velivoli. Ha contribuito a costruire e alimentare l’ecosistema che permette a quelle
armi di operare. Ha addestrato decine di migliaia di militari ucraini, organizzato corridoi logistici,
coordinato le donazioni, sostenuto la manutenzione, condiviso informazioni, adattato dottrine e
procedure e programmato lo sviluppo futuro delle forze armate ucraine.
La NATO dispone ormai di un comando dedicato, il NATO Security Assistance and Training for
Ukraine, con quartier generale a Wiesbaden, guidato da un generale a tre stelle e collegato a hub
logistici sul territorio dell’Alleanza. Il suo compito è coordinare equipaggiamenti, addestramento e
sviluppo delle capacità ucraine. L’Unione Europea, attraverso la propria missione di assistenza
militare, ha addestrato più di 95.000 soldati ucraini. Non siamo più davanti a una successione di
aiuti occasionali, ma a una struttura organizzata, permanente e sempre più integrata.
Questo non significa sottrarre agli ucraini il merito e il peso della loro resistenza. Sono loro a
combattere, a morire, a difendere le proprie città, a scegliere i bersagli e a esercitare il comando
delle operazioni. L’Ucraina mette in campo i propri uomini, il proprio territorio e la propria volontà
nazionale. Ma lo fa all’interno di un sistema militare che dipende in misura determinante
dall’Occidente.
Dire che Kiev combatte da sola, utilizzando semplicemente gli aiuti ricevuti, è quindi una
rappresentazione comoda ma artificiale. Le armi non combattono da sole. E neppure gli eserciti
moderni combattono senza una rete molto più ampia che li sostenga. Quella rete siamo anche noi.
Il diritto internazionale continua a tracciare un confine preciso. Secondo il Comitato internazionale
della Croce Rossa, la sola fornitura di armi o equipaggiamenti non rende automaticamente uno
Stato parte di un conflitto; la soglia viene superata quando quello Stato ricorre alla forza armata
contro l’altro belligerante, partecipando effettivamente alle operazioni militari. Per questo la NATO
afferma che il proprio sostegno non la rende, sul piano giuridico, parte della guerra.
Ma una definizione giuridica e una valutazione strategica rispondono a domande differenti. La
prima stabilisce quali norme e responsabilità siano applicabili. La seconda deve comprendere chi
sostiene lo sforzo bellico, chi ne rende possibile la continuità e quali interessi siano realmente in
gioco. Sul piano giuridico possiamo non essere belligeranti. Sul piano operativo siamo parte
essenziale del sistema che consente all’Ucraina di combattere. Sul piano strategico siamo già
schierati contro la Russia.
La guerra che arriva nelle nostre case senza attraversare i
confini
Esiste poi l’altra metà della realtà, quella che rende ancora più fragile la nostra prudenza linguistica.
Non siamo soltanto noi a partecipare indirettamente alla guerra in Ucraina: è la Russia ad avere
esteso da tempo il confronto al territorio europeo.
L’Unione Europea e la NATO riconoscono ufficialmente l’esistenza di una campagna russa fatta di
sabotaggi, attacchi informatici, interferenze elettroniche, disinformazione, manipolazione dei
processi democratici, pressioni economiche, operazioni clandestine e minacce alle infrastrutture
critiche. Mosca non ha bisogno di far avanzare i carri armati oltre la frontiera di un Paese alleato per
danneggiare l’Europa. Le basta agire sotto la soglia che potrebbe provocare una risposta militare
collettiva.
È una guerra calibrata. Ogni singolo episodio può essere presentato come un incidente, un reato
comune, un guasto, l’iniziativa di un gruppo autonomo o un fatto dall’attribuzione incerta. È
proprio questa ambiguità a rendere efficace la strategia. Considerati separatamente, gli episodi
sembrano insufficienti per parlare di guerra. Osservati insieme, rivelano una campagna coerente:
indebolire la coesione europea, alimentare la sfiducia nelle istituzioni, ridurre il sostegno
all’Ucraina, intimidire le opinioni pubbliche e dimostrare che le nostre società possono essere
colpite senza che siamo capaci di reagire in modo unitario.
La Russia può dunque considerarci avversari, colpirci e cercare di condizionare le nostre decisioni,
mentre noi continuiamo a rassicurarci ripetendo di non essere in guerra. La formula è formalmente
corretta, ma politicamente anestetizzante.
Riconoscere questa realtà non significa aderire senza riserve né alla narrazione occidentale né a
quella del Cremlino. La storia di questa guerra non comincia il 24 febbraio 2022 e non può essere
ridotta alla semplice contrapposizione fra un aggressore comparso improvvisamente sulla scena e
un Occidente intervenuto soltanto per soccorrere l’aggredito.
Dopo la caduta del Muro di Berlino, l’Europa non riuscì a costruire un sistema di sicurezza
realmente condiviso. Mentre il Patto di Varsavia si dissolveva, la NATO non soltanto rimase, ma si
allargò progressivamente a molti Paesi dell’ex blocco sovietico, fino a includere tre ex repubbliche
dell’URSS direttamente confinanti con la Russia. Ma ciò che per loro rappresentava una garanzia di
sicurezza fu percepito da Mosca come un progressivo accerchiamento. E quando, nel 2008, la
NATO dichiarò che anche Ucraina e Georgia sarebbero diventate membri dell’Alleanza, quella
percezione assunse una dimensione ancora più concreta.
Questo non trasforma automaticamente l’invasione dell’Ucraina in un atto di legittima difesa.
L’allargamento di un’alleanza, per quanto discutibile e minaccioso possa essere percepito, non
equivale a un attacco armato. La decisione di attraversare i confini con un esercito, bombardare le
città e tentare di imporre con la forza un diverso assetto politico rimane una scelta compiuta dalla
Russia, della quale Mosca porta la responsabilità.
Ma la responsabilità dell’atto finale non esaurisce l’analisi delle cause che lo hanno preceduto. Per
comprenderle occorre considerare anche le promesse formulate e poi diversamente interpretate,
l’espansione della NATO, il progressivo fallimento del rapporto fra Russia e Occidente, la crisi
ucraina del 2014, l’annessione della Crimea, la guerra nel Donbass e il mancato funzionamento
degli accordi di Minsk. Presentare tutto il sostegno occidentale come una semplice conseguenza
dell’invasione significa dunque eliminare dal racconto la lunga gestazione della contrapposizione.
Possiamo allora tenere insieme tre verità, senza che l’una cancelli le altre. La Russia ha scelto di
invadere l’Ucraina. L’Ucraina ha il diritto di difendersi e di chiedere assistenza. Ma anche
l’Occidente ha contribuito, attraverso le proprie decisioni strategiche dopo la fine della Guerra
fredda, a costruire il contesto nel quale lo scontro è maturato. Questo non significa distribuire le
responsabilità in parti uguali. Significa distinguere la responsabilità giuridica dell’aggressione dalla
responsabilità politica per non aver saputo – o voluto – edificare un ordine europeo nel quale la
sicurezza di ciascuno non fosse percepita come una minaccia dagli altri.
Negare il primo punto significherebbe assolvere la Russia. Negare l’ultimo significherebbe
assolvere noi stessi. Una riflessione credibile deve avere il coraggio di non fare né l’una né l’altra
cosa.
La finzione che ci impedisce di prepararci
I leader europei sanno perfettamente tutto questo. Se evitano la parola “guerra” non è perché non
comprendano la situazione, ma perché pronunciarla produrrebbe conseguenze politiche, giuridiche e
psicologiche difficili da controllare.
Significherebbe spiegare ai cittadini che la sicurezza e il benessere ai quali si sono abituati non
possono più essere considerati acquisiti. Imporrebbe di spendere diversamente, ricostituire le scorte,
aumentare la produzione militare, proteggere davvero le infrastrutture critiche, rafforzare la
resilienza civile e accettare che la deterrenza comporti costi e rischi. Costringerebbe inoltre i
governi a parlare con chiarezza degli obiettivi: vogliamo semplicemente impedire che l’Ucraina
crolli o vogliamo creare le condizioni perché la Russia non possa ottenere con la forza ciò che
pretende?
Per anni abbiamo fornito a Kiev abbastanza per non soccombere, ma spesso troppo poco e troppo
tardi per modificare decisamente il rapporto di forze. Abbiamo celebrato ogni nuova consegna come
una svolta, mantenendo però limitazioni, ritardi e incertezze che hanno consentito alla Russia di
adattarsi. Abbiamo voluto sostenere l’Ucraina senza apparire coinvolti, indebolire l’aggressione
senza provocare l’aggressore, difendere l’ordine europeo continuando a comportarci come se
quell’ordine fosse ancora intatto.
Questa ambiguità ha avuto una funzione: contenere il rischio di escalation e preservare l’unità fra
governi e opinioni pubbliche molto differenti. Non è stata necessariamente vigliaccheria. In una
contrapposizione fra potenze nucleari, la prudenza non è una colpa. Ma la prudenza diventa
pericolosa quando impedisce di vedere che anche l’avversario osserva le nostre esitazioni, misura le
nostre paure e costruisce su di esse la propria strategia.
Il rischio maggiore di questa ambiguità è che la guerra sommersa possa improvvisamente emergere.
Stiamo camminando sul ciglio di un burrone: basta un errore di calcolo, un’attribuzione sbagliata,
un attacco che provochi numerose vittime, un missile caduto nel luogo sbagliato, un sabotaggio
particolarmente grave o una reazione sproporzionata perché il confronto indiretto si trasformi in uno
scontro aperto.
La storia insegna che le guerre non sempre iniziano perché qualcuno le ha volute nella forma che
poi assumono. Possono nascere da una sequenza di decisioni ciascuna apparentemente controllabile,
fino al momento in cui nessuno riesce più a controllarne l’insieme. È questo il pericolo dell’attuale
strategia: ogni passo viene presentato come limitato, proporzionato e incapace di provocare
l’escalation. Ma la somma di tanti passi limitati può condurre esattamente dove tutti dichiarano di
non voler arrivare.
Se i governi europei considerano davvero la Russia una minaccia diretta e sostengono che la
sicurezza dell’Ucraina coincide con quella dell’Europa, dovrebbero preparare i rispettivi Paesi
anche all’eventualità che la deterrenza fallisca. In gran parte del continente, invece, la preparazione
delle popolazioni rimane incomparabilmente inferiore alla gravità delle dichiarazioni politiche e
delle scelte militari compiute.
Con alcune significative eccezioni, non esistono reti di rifugi capaci di proteggere una parte
consistente della popolazione. Mancano una cultura diffusa della protezione civile, esercitazioni
regolari, piani di evacuazione realmente conosciuti, riserve adeguate, sistemi ridondanti di
comunicazione e una chiara indicazione di ciò che ogni cittadino dovrebbe fare in caso di attacco o
di prolungata interruzione dei servizi essenziali. Si parla molto di aumentare la spesa militare, assai
meno di come proteggere le persone per le quali quelle forze armate dovrebbero combattere.
La stessa vulnerabilità riguarda le infrastrutture critiche: reti energetiche, telecomunicazioni, porti,
aeroporti, ferrovie, centri informatici, acquedotti, ospedali, depositi di carburante e collegamenti
sottomarini. Proteggerle non significa soltanto sorvegliarle, ma predisporre ridondanze, capacità di
riparazione rapida, scorte, fonti alternative di energia, catene di comando resistenti e personale
addestrato a operare anche sotto attacco.
Particolare attenzione dovrebbe essere riservata alle centrali nucleari. Non si può affermare che
siano prive di protezione: dispongono di sistemi di sicurezza, difese fisiche e procedure di
emergenza. Ma una cosa è proteggerle da incidenti, guasti o azioni di sabotaggio circoscritte; altra
cosa è garantirne la sicurezza durante un conflitto prolungato, in presenza di missili, droni, attacchi
informatici, interruzioni della rete elettrica e difficoltà nel mantenere rifornimenti e personale.
L’esperienza ucraina ha dimostrato che l’integrità dell’impianto, l’alimentazione elettrica esterna, il
raffreddamento, le comunicazioni e la libertà d’azione degli operatori possono diventare
simultaneamente vulnerabili. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha dovuto definire
specifici principi di sicurezza nucleare applicabili proprio durante un conflitto armato.
Preparare la popolazione non significherebbe seminare il panico. Al contrario, significherebbe
ridurlo. Una società informata, addestrata e protetta è meno vulnerabile alla paura, alla
disinformazione e al ricatto. Ed è anche un elemento della deterrenza: un avversario sarà meno
incline a colpire una nazione che sa assorbire l’urto, mantenere operative le proprie strutture e
continuare a funzionare.
Ma una nazione deve anche voler essere difesa
La resilienza di un Paese non dipende soltanto dai rifugi, dalle scorte e dalla protezione delle
infrastrutture. Dipende anche dalla disponibilità dei cittadini a riconoscere qualcosa per cui valga la
pena assumersi responsabilità, sopportare sacrifici e, nella circostanza estrema, difendere la propria
comunità nazionale.
Da questo punto di vista, i dati italiani sono particolarmente inquietanti. Secondo un’indagine
pubblicata dal Censis nel luglio 2025, fra gli italiani in età compresa tra i 18 e i 45 anni, soltanto il
16 per cento si dichiarerebbe pronto a combattere qualora l’Italia fosse coinvolta direttamente in
una guerra e venisse richiamato dalle Forze armate. Il 39 per cento reagirebbe protestando in quanto
pacifista, il 19 per cento cercherebbe di sottrarsi alla chiamata e il 26 per cento preferirebbe affidare
la difesa a militari professionisti o mercenari stranieri. Un’indagine internazionale condotta da
Gallup International alla fine del 2023 aveva già indicato l’Italia come il Paese con la percentuale
più elevata di risposte negative: il 78 per cento degli intervistati dichiarava che non sarebbe stato
disposto a combattere per il proprio Paese.
Questi risultati non autorizzano a liquidare gli italiani come codardi né a confondere il rifiuto della
guerra con il rifiuto della Patria. Una risposta a un sondaggio non equivale a ciò che una persona
farebbe realmente davanti a un’aggressione. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile ignorare il
segnale. Per decenni abbiamo educato le nostre società a considerare la pace come una condizione
naturale, la sicurezza come un servizio fornito dallo Stato o dagli alleati e la difesa come un
compito riservato a una minoranza di professionisti. Non possiamo sorprenderci se, quando torna a
manifestarsi la possibilità della guerra, una parte consistente della popolazione non percepisce più la
difesa nazionale come una responsabilità che la riguarda.
Anche questa è una debolezza strategica. La deterrenza non dipende soltanto dalla quantità delle
armi, ma dalla convinzione dell’avversario che una società sia disposta a resistere, sopportare i costi
e difendere ciò che considera essenziale. Un Paese può aumentare la spesa militare e acquistare
sistemi tecnologicamente avanzati; ma se dietro quegli strumenti non esiste una comunità
consapevole di ciò che intende proteggere, rischia di costruire un apparato di difesa senza una
nazione disposta a sostenerlo.
Prepararsi per non dover combattere
La contraddizione è dunque ancora più profonda. I governi affermano che ci troviamo davanti alla
più grave minaccia alla sicurezza europea dalla fine della Seconda guerra mondiale, inviano armi,
addestrano soldati, riorganizzano i comandi e aumentano le spese militari. Ma, nella maggior parte
dei casi, continuano a rivolgersi ai cittadini come se la guerra rimanesse lontana e potesse essere
contenuta indefinitamente entro i confini ucraini.
Non ci stanno preparando alla guerra che, con le loro stesse parole, ritengono possibile. Non ci
stanno preparando materialmente, perché mancano rifugi, scorte, esercitazioni e adeguate protezioni
delle infrastrutture. Ma non ci stanno preparando neppure culturalmente e civilmente, perché non
spiegano che cosa siamo chiamati a difendere, quali responsabilità comporti la cittadinanza e quale
prezzo potrebbe essere necessario sostenere per conservare la libertà e la sicurezza di cui godiamo.
Non si può coltivare per decenni l’illusione che la difesa sia un servizio delegabile ad altri e poi
pretendere che, davanti al pericolo, nasca improvvisamente una volontà collettiva di resistenza. La
disponibilità a difendere il proprio Paese non si decreta quando scoppia una guerra: si costruisce
prima, attraverso la fiducia nelle istituzioni, la consapevolezza dei rischi, il senso di appartenenza e
la convinzione che ciò che si è chiamati a proteggere meriti davvero di essere difeso.
Forse i governi evitano di affrontare tutto questo perché preparare davvero i rispettivi Paesi
significherebbe ammettere ciò che ancora non vogliono dire: che la linea di separazione fra guerra
sommersa e guerra aperta è diventata terribilmente sottile.
Riconoscere che l’Europa è già dentro la guerra non significa auspicare uno scontro aperto con la
Russia. Significa comprendere che il modo migliore per impedirlo è rendere credibile la deterrenza
e prepararsi seriamente alla possibilità che essa fallisca.
La domanda, allora, non è se l’Europa debba entrare in guerra. È fino a quando potrà continuare a
fingere di esserne fuori e quanto a lungo riuscirà a impedire che la guerra sommersa diventi guerra
aperta.
La Russia combatte per modificare con la forza l’ordine europeo. L’Ucraina combatte
materialmente per impedirglielo. Noi forniamo una parte essenziale degli strumenti con cui lo fa e
subiamo, sul nostro territorio, la risposta ibrida di Mosca. Il diritto può tracciare il confine formale
fra assistenza e belligeranza; non può cancellare la realtà strategica.
Per essere in guerra non serve dichiararla. Basta farla. E questa guerra, anche se non abbiamo
ancora trovato il coraggio di chiamarla con il suo nome, riguarda ormai tutti noi.
Proprio per questo la soluzione auspicabile non può essere il suo prolungamento indefinito, né tanto
meno il suo allargamento. Occorre porre immediatamente termine alle ostilità e riaprire la via del
negoziato, prima che un errore, un incidente o una decisione irreversibile trascinino l’Europa oltre
l’orlo sul quale già si trova.
Far tacere le armi, tuttavia, sarà soltanto il primo passo. Occorrerà ricostruire i ponti spezzati fra
civiltà e popolazioni che non hanno voluto questa guerra e non vogliono continuare a pagarne il
prezzo. Prepararsi a difendersi è necessario per rendere credibile la deterrenza; lavorare per una
pace giusta e duratura è il compito più urgente della politica.
Con amarezza, però, non vedo i cosiddetti leader politici muoversi con la stessa determinazione in
questa direzione: li vedo prepararsi alla prosecuzione della guerra assai più di quanto lavorino alla
sua conclusione e alla ricostruzione dei rapporti fra i popoli.
Condivido ciò che il mare mi ha insegnato, senza la pretesa di possedere verità assolute. Offro
queste riflessioni a chi vorrà navigare con me. Chi sentirà che questa rotta gli appartiene, salga a
bordo.
Il mare è grande. C’è spazio per tutti quelli che hanno il coraggio di partire.

Paolo Treu
L’Ammiraglio di Squadra (aus.) Paolo Treu è ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del
braccio operativo della Marina Militare italiana.
MAPPE DEL POTERE
(https://www.linkedin.com/newsletters/mappe-del-potere-7436115065423974400/)
LEADERSHIP
(https://www.linkedin.com/newsletters/leadership-7430953035700391936/)
PUBBLICAZIONI
Paolo Treu è autore di molte pubblicazioni. L’ultima in ordine di tempo è intitolata “Tu sei un intero
oceano in una goccia – Rompi le pareti della tua prigione”. Il ricavato della vendita del libro sarà
interamente devoluto per volontà dell’autore all’Associazione MITOCON (www.mitocon.it) che opera a
sostegno dei pazienti affetti da rare malattie mitocondriali che colpiscono i bambini e le relative famiglie.

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