Si tratta sempre di raccontare una sconfitta della società civile, perché in parte, seppure indirettamente, non possiamo esimerci dal riflettere che ne siamo tutti corresponsabili.
Secondo la Report Card 19 dell’UNICEF Innocenti “Il benessere di bambine, bambini e adolescenti in un mondo imprevedibile”, il suicidio è la quarta causa di morte più comune tra gli adolescenti di età compresa tra i 15 e i 19 anni e i suicidi in questa fascia di età sono sostanzialmente più alti tra i maschi rispetto alle femmine.
Ogni anno nel mondo si tolgono la vita più di 700mila persone, oltre 150mila in Europa e 4mila in Italia. Nel nostro paese l’età media delle persone che si sono tolte la vita, tra il 2024 e il 2025, è di 41 anni.
Sono dati angoscianti anche quelli che provengono dall’OMS secondo cui tra i più giovani, in Europa, il suicidio è la principale causa di morte nella fascia di età compresa tra i 15 e i 29 anni, la seconda in Italia dopo gli incidenti stradali. Parliamo di 400 casi al giorno, 11 nel nostro Paese. Spesso, molto spesso, si tratta di giovani che hanno perso la capacità di sognare e sperare nel proprio futuro.
“Quando un giovane perde la capacità di sognare – aveva dichiarato Papa Francesco – diventa un pensionato della vita’” – un’esortazione affinché i giovani non cedano all’apatia e alla rassegnazione, ma si impegnino con fiducia e a costruire il proprio futuro e un futuro migliore.
Cosa fare allora per riconoscere i segnali di allarme? Bisogna intercettare precocemente il disagio con reti di sostegno efficaci, e questo può fare la differenza e Papa Francesco, per contrastare questa emergenza, aveva proposto la creazione di un “villaggio dell’educazione, uno spazio di condivisione e di impegno comune, dove diverse realtà che possano collaborare per costruire una rete di relazioni umane autentiche e aperte”.
Ma cosa spinge un essere umano, tanto più se in giovane età, a compiere un gesto così estremo? Quanto abbiamo fatto noi, nella nostra quotidianità, per aiutare le persone più fragili e in difficoltà ad allontanarsi dalla convinzione di non poter più uscire dal tunnel, di non essere compresi dai propri familiari e di essere, più in generale, respinti dai propri simili, di essere inadeguati rispetto alla realtà del mondo in cui vivono, a tal punto da convincersi di compiere l’estremo sacrificio per porre fine al proprio disagio e alla sofferenza.
Riflettiamo su noi stessi e chiediamoci quante volte pur avendo visto, abbiamo preferito abbassare lo sguardo o rivolgerlo altrove; su quante volte abbiamo ascoltato e abbiamo fatto finta di non sentire; su quante volte abbiamo letto eppure abbiamo fatto di tutto per voltare pagina e dimenticare in fretta, e soprattutto quante volte abbiamo preferito ignorare chi mostrava segni di fragilità o peggio si è rivolto a noi nella speranza di ricevere solo una parola di conforto e noi, per tutta risposta, abbiamo preferito evitarlo?
È molto probabile che, almeno una volta nella vita, ciascuno di noi si sia comportato così, ovvero abbia preferito assumere un comportamento volutamente freddo e distaccato da ciò che accadeva tutto intorno, omettendo di prestare attenzione a gesti e comportamenti che, viceversa, ci avrebbero dovuto indurre ad agire per scongiurare il peggio.
Spesso abbiamo ritenuto che certi disagi o inaspettate disgrazie potessero riguardare solo gli altri, come se noi fossimo provvisti di uno scudo protettivo in grado di difenderci e lasciarci indenni.
Eppure, chissà quante volte in casa, per strada, al bar, chiacchierando con amici e colleghi di lavoro, ci siamo sentiti in dovere di ribadire l’importanza dell’ascolto degli altri, dell’accettazione delle diversità, della necessaria generosità verso chi ha bisogno di aiuto, senza, però , che alle nostre parole fossimo capaci di far seguire i fatti.
Nell’omelia del giorno di Natale, Papa Leone XIV ha detto ai fedeli riuniti a Piazza San Pietro per celebrare la solenne cerimonia eucaristica con la benedizione Urbi et Orbi, che – “la carne umana ha bisogno di cura, accoglienza e riconoscimento. Cerca mani capaci e menti disposte all’attenzione”.
Qualcuno potrebbe obiettare che nessuno di noi possiede la Grazia di Dio e le virtù dei Santi, ma voglio ricordare a costoro che per compiere azioni e gesti che possono essere di aiuto o di conforto, non occorre essere Dio e tanto meno Santi, ma serve ricordarsi di essere semplici individui capaci anche solo di piccoli gesti, che non hanno proprietà taumaturgiche, ma di certo tengono desta l’attenzione, ci invitano a una maggiore sensibilizzazione, e possono alleviare le sofferenze altrui.
