Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

La richiesta del Ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara di identificare e contare gli studenti palestinesi nelle scuole italiane, solleva interrogativi gravi e urgenti. Non solo per ciò che viene chiesto, ma soprattutto per come e in quale contesto politico e storico questa richiesta viene avanzata.

Secondo quanto emerso, alle scuole viene domandato di individuare gli studenti sulla base dell’origine nazionale, senza un progetto educativo dichiarato, senza risorse aggiuntive, senza un quadro normativo trasparente e senza tutele chiare sull’uso dei dati raccolti.

La scuola pubblica statale non può essere trasformata in uno strumento di schedatura indiretta. La sua funzione, sancita dalla nostra Costituzione, è educativa, inclusiva, universalistica. Non deve diventare, un luogo di selezione, classificazione o monitoraggio su base nazionale o etnica.

La richiesta del Ministro, pertanto, assume i contorni di una “schedatura” amministrativa, tanto più inquietante perché realizzata all’interno di un’Istituzione fondata sulla fiducia.

Secondo quanto emerso, alle scuole viene domandato di individuare studenti sulla base dell’origine nazionale, senza un progetto educativo dichiarato, senza risorse aggiuntive, senza un quadro normativo trasparente e senza tutele chiare sull’uso dei dati raccolti. Questo non è un dettaglio tecnico: è il cuore del problema.

Secondo Valditara, lo scopo della rilevazione degli studenti palestinesi nelle scuole italiane è quello di conoscere il numero e la distribuzione di questi alunni sul territorio, per poter attivare misure di accoglienza, integrazione e supporto scolastico, nello stesso modo in cui in passato era stato fatto per gli studenti ucraini dopo l’emergenza legata alla guerra in Ucraina

Da non sottovalutare che questa misura arriva in un momento storico segnato da guerre diffuse, dalla distruzione sistematica della popolazione palestinese a Gaza e nei territori occupati, e da un clima internazionale in cui la solidarietà con il popolo palestinese viene sempre più spesso repressa o criminalizzata.

In questo contesto, chiedere di “contare” gli studenti palestinesi non è un atto neutro. Colpisce soggetti già vulnerabili, bambini e ragazzi e rischia di produrre paura, isolamento, stigmatizzazione.

La memoria storica riporta inevitabilmente alle leggi razziali. Quelle leggi non iniziarono con le deportazioni, ma con elenchi, censimenti, distinzioni amministrative apparentemente innocue. È proprio per evitare il ripetersi di simili derive antidemocratiche che la Repubblica italiana si è dotata di “anticorpi” costituzionali, giuridici e culturali.

Ignorare questi precedenti significa banalizzare la storia e disarmare la democrazia.

Difendere la scuola pubblica significa difendere uno spazio in cui ogni studentessa e ogni studente è prima di tutto una persona, non una categoria geopolitica. Significa rifiutare che l’istruzione venga piegata a logiche di controllo, soprattutto quando a pagarne il prezzo sono i minori.

La scuola deve restare un luogo di conoscenza, di protezione e di emancipazione. Non un terminale amministrativo di politiche opache.

Ogni volta che una proposta politica introduce forme di classificazione delle persone, soprattutto se legate all’origine, al comportamento presunto o a categorie sociali “sensibili”, è inevitabile che si accendano gli allarmi. Non per ideologia, ma per memoria storica. L’Europa del Novecento ci ha insegnato che il confine tra prevenzione e stigmatizzazione può diventare pericolosamente sottile.

Le idee avanzate dal Ministro Valditara sul rafforzamento degli strumenti di controllo e di riconoscimento sollevano proprio questo interrogativo: fino a che punto la sicurezza giustifica la creazione di categorie visibili e riconoscibili? Nessuno sta parlando, ovviamente, di tatuaggi o fasce al braccio, ma evocare quei simboli non è un’esagerazione retorica: è un richiamo a ciò che accade quando si smette di vedere individui e si inizia a vedere “tipi umani”.

La storia dimostra che i sistemi di identificazione speciale finiscono spesso per colpire sempre gli stessi: minoranze, soggetti fragili, chi ha meno strumenti per difendersi. Quando lo Stato legittima l’idea che alcune persone debbano essere riconoscibili “a parte”, il passo verso l’esclusione simbolica è breve.

Il punto non è negare che esistano problemi reali nella convivenza sociale o nella gestione della sicurezza. Il punto è come li si affronta. Politiche efficaci richiedono investimenti, educazione, mediazione, presenza dello Stato sul territorio. Non scorciatoie che rischiano di trasformare la prevenzione in sospetto permanente.

E’ legittimo, anzi doveroso, mantenere uno sguardo critico, non per gridare al totalitarismo, ma per ricordare che la dignità delle persone non può essere un effetto collaterale di nessuna politica pubblica. La sicurezza è un valore, ma lo è anche la memoria. E ignorarla, di solito, è il primo errore

Difendere la scuola pubblica significa difendere uno spazio in cui ogni studentessa e ogni studente è prima di tutto una persona, non una categoria geopolitica. Significa rifiutare che l’istruzione venga piegata a logiche di controllo, soprattutto quando a pagarne il prezzo sono i minori.

La scuola deve restare un luogo di conoscenza, di protezione e di emancipazione. Non un terminale amministrativo di politiche opache.

Su questo non può esserci ambiguità o errore.