A Pippo Baudo, commemorato e celebrato in apertura di questa edizione del Festival, non piacque la definizione che l’allora Presidente della Rai affibbiò ai suoi programmi, accusandoli di essere troppo “nazionalpopolari“. Ma poco più avanti lo stesso Baudo comprese che proprio perchè erano nazionalpopolari riscuotevano un ininterrotto successo di pubblico, divenendo egli stesso garante della tradizione in termini di eleganza e linguaggio comprensibile e gradito a tutti, ma anche indomito modernizzatore, che cercava di portare nei suoi programmi tutte le nuove tendenze, nazionali e internazionali, del mercato della comunicazione.
In questa edizione del Festival di Sanremo si sente bisogno della nazionalpopolarità perchè si respira un’aria di assoluta uniformità, rigorosa osservanza di un copione probabilmente “medicato” e priva di verve, tanto che Carlo Conti sembra solo apparentemente quello di sempre, ma non è così. Si percepisce che dirige il Festival col rigore professionale che lo contraddistingue, ma senza scosse e in modo quasi distaccato. Da perfetto professionista quale è, sembra quasi che abbia pensato e detto all’editore: ” lo volete così e lo faccio come volete voi“.
Il Festival della “Città dei fiori” però non è un programma qualunque, perchè è l’appuntamento di spettacolo e televisivo più importante dell’intero anno, in cui milioni di italiani davanti alla TV, si aspetterebbero un grande show nazional popolare, ricco di personalità di grande notorietà, momenti di sana spensieratezza, anche con qualche errore o un pò d’improvvisazione. Ma Conti, sembra, invece, affrontare il palco, il pubblico dell’Ariston, quello della TV e dei social, con una calma che in certi momenti sfiora addirittura un’insolita indifferenza.
Qualcuno ha scritto che “nessuno pensava che Conti avrebbe rivoluzionato tutto, perchè lui è quello che segue rigorosamente le regole e porta a casa il risultato, senza mai esagerare. Il suo approccio è sempre stato quello di chi mira a fare il proprio lavoro, senza strafare”.
Se andiamo indietro di qualche anno, vediamo che nella sua passata esperienza del 2015, Conti è chiamato dai vertici aziendali a mettere le mani su un Festival reduce da un’edizione poco brillante. Lui rimette ordine nella grande, anzi immensa, macchina artistica, tecnica e organizzativa del Festival. Dieci anni dopo, però, si trova a gestire un’eredità non facile lasciatagli dalle “dirompenti” edizioni di Amadeus, che aveva coraggiosamente trasformato Sanremo, persino durante il periodo del Covid, in una festa continua, attrattiva anche per i giovani, e lasciando a Conti un’impresa difficile da eguagliare.
Eppure nel primo Festival, anche Conti aveva avuto un po’ di coraggio, scegliendo come compagni di viaggio una giovanissima Arisa ed Emma Marrone, e aveva puntato su momenti iconici come il ritorno di Albano, oggi eliminato, e Romina, e aveva saputo valorizzare personaggi come Virginia Raffaele e aveva gestito momenti internazionali e polemiche con una certa leggerezza. Perchè Sanremo è Sanremo e non può essere solo una gara canora.
Oggi, invece, la conduzione sembra essere segnata da una freddezza che non fa parte della personalità di Conti, che si è sempre distinto per il rispetto della scaletta, ma che oggi sembra quasi essere prigioniero di indicazioni e decisioni che forse gli stanno troppo strette e lo tengono frenato, come fosse dentro una gabbia. In realtà tutto funziona alla perfezione, ma senza sorprese secondo lo standard di qualità della Rai: si susseguono le esibizioni una dopo l’altra, ma sembrerebbe di avvertire la voglia di fare in fretta e chiudere tutto il prima possibile.
Il confronto con Amadeus che coinvolgeva, scaldava il pubblico e trasmetteva la voglia di condividere la serata,,con Conti appare lontano.
L’impressione finale è che questa edizione lasci una sensazione di noia e di vuoto di contenuti, e la stessa scelta di moltiplicare i co-conduttori sembra più che una scelta artistica, senza nulla togliere al valore delle personalità prescelte, uno strumento per riempire i brevi tempi morti tra una canzone e l’altra.
