Quando la politica perde il timone, la leadership diventa l’unica rotta possibile.
Negli ultimi mesi la scena internazionale mostra segnali che inquietano molti osservatori: governi che oscillano, alleanze che si incrinano, decisioni strategiche continuamente rinviate.
In Europa la politica appare spesso incerta, incapace di assumere una direzione chiara proprio mentre il mondo entra in una fase di crescente instabilità.
Negli Stati Uniti, alcune scelte e dichiarazioni contribuiscono ad alimentare un clima di imprevedibilità strategica che rende ancora più difficile orientarsi.
In questo contesto si diffonde una sensazione pericolosa: quella di un sistema che procede senza un vero timone, lasciando che siano gli eventi a decidere la rotta.
Ma la storia – e l’esperienza del comando – insegnano una cosa molto semplice: nei momenti di tempesta la differenza non la fanno la potenza o la grandezza della nave, ma la qualità di chi ne ha il comando. Prima la decisione. Poi ordini chiari e disciplina nell’esecuzione.
È una lezione che ho visto confermata molte volte durante la mia carriera operativa, e che emerse con particolare chiarezza durante la campagna del 30° Gruppo Navale “Sistema Paese in Movimento”.
La fragilità della politica
Mentre il 30° Gruppo Navale si preparava a prendere il mare per rappresentare l’Italia nel mondo, la politica sembrava navigare soprattutto nelle proprie incertezze.
Il governo guidato da Enrico Letta era nato appena pochi mesi prima, nell’aprile 2013, come soluzione di emergenza dopo elezioni che avevano prodotto uno dei parlamenti più frammentati della storia repubblicana. La maggioranza che lo sosteneva – fondata sulle cosiddette “larghe intese” tra forze politiche tradizionalmente contrapposte – rappresentava più un equilibrio necessario che una vera convergenza strategica.
La fragilità di quell’assetto si manifestò quasi subito. Nell’autunno dello stesso anno il governo attraversò una crisi politica molto dura: i ministri del partito guidato da Silvio Berlusconi annunciarono le dimissioni, aprendo uno scontro parlamentare che rischiò di far cadere l’esecutivo. Il governo sopravvisse grazie a un voto di fiducia, ma il clima politico rimase segnato da diffidenze reciproche, rivalità interne e continui calcoli tattici.
Era questo il contesto nel quale prese forma la partenza della campagna navale.
Da una parte vi era un pezzo dello Stato che guardava lontano. La Marina Militare si preparava infatti a rilanciare l’Italia attraverso una visione moderna di Sistema Paese, capace di mettere insieme diplomazia, industria, cooperazione, capacità aeronavali e assistenza umanitaria. Era un progetto sostenuto dal sistema diplomatico, dal mondo industriale e da quello della solidarietà autentica, fatta di interventi concreti e non di slogan.
Dall’altra parte vi era una politica con lo sguardo basso, ripiegata sulle proprie dinamiche interne, sulle contese di leadership e su equilibri parlamentari che cambiavano di settimana in settimana. In questo scarto tra la visione di chi guardava al mondo e le esitazioni di chi governava maturò il contesto nel quale si sviluppò l’ostilità contro la campagna navale, destinata nel giro di poche settimane a diventare sempre più rumorosa.
Una missione concepita per rappresentare il Paese stava dunque prendendo il mare proprio mentre l’Italia politica appariva ripiegata su sé stessa. Mentre donne e uomini in uniforme si preparavano a portare nel Mediterraneo, nel Golfo Persico e in Africa un’innovativa combinazione di capacità, una parte significativa della politica sembrava incapace di coglierne il valore strategico.
La storia avrebbe chiarito rapidamente quanto fosse fragile quell’equilibrio politico: nel febbraio 2014 il governo sarebbe caduto, sostituito da quello guidato da Matteo Renzi. Ma in quei giorni tutto questo apparteneva ancora al futuro. E, come spesso accade nella storia italiana, mentre la politica discuteva, esitava e si divideva, il mare aveva già preso la sua decisione.
Per comprendere ciò che accadde alla vigilia di quel giorno è necessario tenere presente proprio quel contesto.
Una missione di tale portata avrebbe meritato il sostegno visibile delle istituzioni. E invece, come spesso accade quando la politica si smarrisce nelle proprie convenienze, quel momento finì per rivelare la distanza che talvolta separa le ambizioni del Paese reale dalle esitazioni del suo vertice politico.
Intanto il personale – militare e civile – destinato a far parte del 30° Gruppo Navale stava entrando nel vivo della campagna. A bordo si lavorava senza sosta per completare gli ultimi approntamenti: verifiche tecniche, controlli, addestramenti e preparativi si susseguivano con il ritmo intenso che precede ogni lunga missione.
Ognuno cercava di sistemare anche le ultime questioni familiari che, proprio in quei giorni, sembravano moltiplicarsi: incombenze pratiche, problemi da risolvere prima di una lunghissima assenza.
Era il momento in cui la dimensione operativa e quella personale si incontravano, e in cui il peso della partenza cominciava davvero a farsi sentire.
Tutti, però, avevano piena consapevolezza della portata di quella missione. Percepivano chiaramente che si trattava di qualcosa di straordinario, destinato a dare lustro al Paese e alla Marina, e probabilmente a rimanere nella storia come un’esperienza difficilmente ripetibile.
La consapevolezza di questa responsabilità dava un senso profondo al sacrificio richiesto. Lo spirito di servizio trovava in quella missione una ragione forte per alimentarsi e per superare le inevitabili difficoltà personali e familiari.
La polemica contro la missione
Eppure, proprio mentre l’approntamento entrava nella fase finale, all’orizzonte montò una burrasca inattesa. Alla titubanza iniziale si sostituì rapidamente una crescente ostilità verso la campagna.
Non si trattava di critiche strategiche, né di obiezioni sul piano operativo o logistico, che sarebbero state legittime e forse perfino utili. Si trattava invece di contestazioni ideologiche, provenienti da ambienti diversi ma sorprendentemente convergenti: da una parte il cosiddetto pacifismo religioso, dall’altra quello laico legato alla cultura del disarmo unilaterale. Due mondi lontani, ma accomunati dall’ostilità verso una missione che nasceva anche con una forte componente umanitaria e di cooperazione internazionale.
L’8 novembre 2013 alcune frange del pacifismo religioso descrissero la campagna come il viaggio di navi da guerra mandate “a promuovere il made in Italy”, con a bordo aziende del settore della difesa, riducendo la missione a una sorta di “fiera bellica viaggiante” o di “vendita porta a porta” di armi. Si contestava inoltre il fatto che le navi avrebbero fatto scalo in aree segnate da guerre, tensioni e repressioni, ignorando che l’iniziativa nasceva anche per rafforzare i rapporti istituzionali, promuovere le eccellenze italiane e offrire attività concrete di cooperazione e assistenza umanitaria.
Il nodo centrale della polemica stava nella presunta incompatibilità tra dimensione militare, presenza industriale e finalità umanitarie. Secondo alcuni critici, questa “mescolanza” avrebbe addirittura eroso lo spazio umanitario, come se la cooperazione internazionale e l’assistenza sanitaria potessero essere screditate dalla sola presenza di una nave militare.
Le contestazioni arrivarono a livelli che oggi appaiono quasi paradossali. C’era chi sosteneva che l’Italia, in quanto Paese la cui Costituzione afferma di “ripudiare la guerra”, non avrebbe dovuto neppure dotarsi di una portaerei, come se la difesa nazionale e la partecipazione responsabile alla sicurezza internazionale fossero in contraddizione con i principi costituzionali.
In quel dibattito si perdevano di vista due evidenze elementari. La prima è che la realtà delle missioni navali contemporanee è molto più complessa delle categorie ideologiche con cui si cercava di descriverla. Vivevamo allora, e viviamo ancora oggi, in un mondo attraversato da tensioni geopolitiche, conflitti regionali, pirateria, traffici illegali e crisi umanitarie. Pensare di affrontare tutto questo attraverso il disarmo unilaterale non è pacifismo: è una pericolosa illusione. La storia insegna che il disarmo produce pace solo quando è reciproco e verificabile; quando è unilaterale, produce solo vulnerabilità.
Il secondo dato riguarda il commercio delle armi, tema sul quale il dibattito pubblico scivola facilmente nella semplificazione. Se l’Italia decidesse di non fornire sistemi a un determinato Paese africano, quel Paese troverebbe rapidamente altri fornitori, spesso meno trasparenti e meno rigorosi sul piano politico ed etico. La differenza è che, quando il fornitore è un Paese come l’Italia, esiste anche una relazione di responsabilità: se il quadro politico degenera o quei sistemi vengono impiegati impropriamente, il supporto tecnico e logistico può essere interrotto, rendendoli progressivamente inutilizzabili. Con altri fornitori questo, quasi sempre, non accade.
La sicurezza internazionale non nasce dunque dalla rinuncia unilaterale alla difesa, ma da un equilibrio di responsabilità, deterrenza e cooperazione.
A rendere ancora più stridenti quelle polemiche era però un altro aspetto, ben più concreto. Il Cavour era dotato di due sale operatorie avanzate, strutture sanitarie di altissimo livello capaci di sostenere anche interventi chirurgici complessi. Grazie a quelle capacità era possibile operare bambini africani affetti da gravi patologie, offrendo cure gratuite che in molti di quei Paesi risultavano difficilmente accessibili.
In sostanza, una nave militare italiana avrebbe portato medicina, chirurgia specialistica, assistenza sanitaria e speranza. Eppure, secondo alcuni, proprio quella missione non avrebbe dovuto svolgersi.
La logica di quelle contestazioni conduceva a un esito paradossale: per evitare che l’azione umanitaria fosse “contaminata” dalla presenza di una nave militare, si sarebbe dovuto rinunciare proprio all’aiuto concreto che quella nave era in grado di offrire. In sostanza, il Cavour avrebbe dovuto circumnavigare l’Africa senza mettere a disposizione le proprie capacità mediche solo perché, oltre a essere un ospedale mobile, era anche una nave militare.
In una simile posizione si coglie chiaramente il segno di un’astrazione ideologica che smarrisce la realtà più semplice: la persona concreta. Quando si parla di bambini da operare, di vite da salvare e di cure che altrimenti non esisterebbero, la distinzione tra nave militare e nave civile perde gran parte del suo significato. Resta una sola domanda: aiutare oppure no.
Quei bambini non erano un concetto filosofico. Erano vite reali. La loro sofferenza non era materia da dibattito teorico: chiedeva risposte.
Ed è qui che emerge un ulteriore paradosso, ancora più sorprendente quando proveniva da ambienti che si richiamavano alla tradizione cristiana. Il cuore del messaggio cristiano è l’aiuto al prossimo, soprattutto quando è più fragile. La parabola del Buon Samaritano non chiede quale sia la natura dello strumento con cui si presta soccorso; chiede semplicemente se si è disposti ad aiutare.
Quando una nave, anche militare, può salvare, curare, operare, assistere, il problema non è la natura dello scafo o la bandiera che issa. Il problema è se qualcuno abbia il coraggio di usarla per fare il bene.
In mare la distinzione tra missione militare e missione umanitaria spesso si dissolve davanti alla realtà delle emergenze. Un elicottero che salva un naufrago non si domanda se il ponte da cui decolla sia civile o militare. Una sala operatoria che salva un bambino non perde valore perché si trova su una nave della Marina.
La campagna “Sistema Paese in movimento” nasceva proprio da questa idea: che uno Stato responsabile debba saper usare tutte le proprie capacità — diplomatiche, industriali, militari e umanitarie — per costruire ponti, non muri.
Chi osserva il mondo dalla distanza delle teorie può permettersi il lusso della purezza ideologica. Chi naviga sa che la realtà è diversa. E sa anche che, quando si tratta di salvare una vita, la cosa peggiore che si possa fare è restare fermi per paura di sporcarsi le mani con la realtà.
Quando la politica si ritrae
Non fu tuttavia la polemica ideologica l’aspetto più sorprendente di quella vicenda. Le critiche di alcuni ambienti pacifisti, per quanto rumorose, rientravano in un confronto politico che, in una democrazia, può essere perfino fisiologico.
Più singolare fu invece l’atteggiamento della politica.
La campagna “Sistema Paese in movimento” era stata presentata come un’iniziativa capace di promuovere l’Italia nel mondo. Eppure, proprio mentre le polemiche crescevano, la politica sembrò progressivamente ritrarsi.
Le interrogazioni parlamentari si moltiplicarono, le critiche aumentarono e il dibattito pubblico si accese, concentrandosi sul Ministro della Difesa del tempo, chiamato a chiarire l’iniziativa in Parlamento e rimasto a lungo in silenzio pubblico di fronte alle accuse.
In Italia accade spesso così: quando qualcuno prova a muoversi, a rompere l’inerzia, la prima reazione è il sospetto. Poi le energie vengono spese per smontare l’opera altrui, per zavorrare l’iniziativa, per mettere bastoni fra le ruote. Se in questo Paese lavorassimo tutti come una grande squadra, come un immenso equipaggio, quanto grandi saremmo?
La nostra idea era semplice e radicale insieme: portare nel mondo un’Italia capace di coniugare tecnologia, industria, diplomazia e cooperazione umanitaria. Hard power e soft power che si incontrano. Una nave da guerra che diventa anche ospedale, piattaforma di dialogo, strumento di solidarietà
Ciò che per noi era visione, per altri diventò provocazione.
In realtà, in quella fase, la difesa più chiara di un’iniziativa concepita per sostenere l’Italia non venne dal mondo politico.
Venne dalla Marina.
Perché il mare non conosce le “larghe intese”.
Quando una missione deve partire non esistono compromessi infiniti né decisioni rinviate. Esiste una rotta da seguire, una responsabilità da assumere e una catena di comando che deve funzionare senza esitazioni.
Ed è proprio in queste condizioni che la leadership smette di essere una parola e diventa una pratica quotidiana.
In quel rumoroso silenzio fu il Capo di Stato Maggiore della Marina a difendere pubblicamente il senso strategico della campagna e a respingere accuse che, in molti casi, si fondavano su rappresentazioni distorte della realtà.
L’idea della campagna era sua, e una sua marcia indietro sarebbe stata paradossale. Troppe volte avevo visto, in passato, superiori alzare bandiera bianca quando la battaglia si faceva dura. Io non ero disposto a farlo. Ero pronto a combatterla fino alla fine, insieme ai miei equipaggi e ai miei collaboratori.
Quella volta la Marina non avrebbe aggirato la tempesta.
Si sarebbe fatta tempesta.
Questa è la mia Marina.
A seguito di quella che non è eccessivo definire una ritirata tanto prudente quanto imbarazzata, a presiedere la cerimonia di partenza del Gruppo Navale a Civitavecchia – località scelta proprio per agevolare la presenza delle autorità politiche – fu il Capo di Stato Maggiore della Marina.
La politica, semplicemente, non c’era. E quella poca presente era accuratamente nascosta.
È difficile non cogliere il paradosso: una missione concepita per promuovere l’Italia si trovò a salpare senza il sostegno visibile di quella stessa politica che avrebbe dovuto rappresentare il Paese.
Davanti ai nostri occhi si manifestava una fragilità della leadership politica che, purtroppo, non era nuova. La tendenza a preoccuparsi più dello starnuto di qualche elettore rumoroso che dell’oltraggio implicito nell’abbandonare i militari in partenza per servire lo Stato.
Perché dietro quella scelta c’erano oltre milleduecento persone che si preparavano a lasciare il proprio focolare domestico, e c’erano famiglie che accettavano quella separazione nella convinzione che quel sacrificio avesse un significato alto: promuovere l’Italia nel mondo.
Quando la politica si ritrae proprio nel momento in cui lo Stato prende il mare, il messaggio che arriva a chi parte – e a chi resta a casa – è inevitabilmente amaro.
In momenti come quello diventa impossibile non distinguere tra istituzioni e persone che temporaneamente le occupano. Le istituzioni sono l’ossatura dello Stato; i loro rappresentanti sono donne e uomini, quindi fallibili. Talvolta anche gravemente.
Criticare comportamenti, decisioni o degenerazioni interne non significa delegittimare l’istituzione. Significa, al contrario, difenderla.
È un errore – e spesso anche una scorciatoia retorica – trasformare ogni critica ai vertici in un attacco all’organo che essi rappresentano. Le istituzioni sono più grandi dei singoli e sopravvivono proprio perché non appartengono a chi le esercita temporaneamente.
In democrazia non esistono ruoli intoccabili. Esistono ruoli che richiedono standard più elevati.
Difendere un’istituzione non significa sospendere il giudizio sui suoi rappresentanti. Significa, piuttosto, pretendere da loro integrità, misura e senso di responsabilità all’altezza della funzione che sono chiamati a esercitare.
Quando la politica arretra, però, il mare non si ferma. E qualcuno deve comunque assumersi la responsabilità della rotta.
Comandare nella tempesta
Ormai avevo capito cosa fosse la politica, al punto da essere diventato non solo apartitico, ma anche apolitico, nel senso che non approvavo il modo di fare politica di cui avevo evidenza. Per me la politica era tutt’altra cosa.
Mi riconoscevo nelle riflessioni di Marco Aurelio, l’ultimo grande imperatore-filosofo di Roma, che ci ha lasciato nelle Meditationes qualcosa di molto più prezioso di un trattato di filosofia: un manuale di buon governo dell’anima e della società.
In un’epoca di potere urlato e di leadership apparente, le sue parole tornano come una bussola silenziosa, capace di riportarci all’essenza del comando: servire, non dominare.
Risuonano ancora oggi, con una semplicità disarmante:
“Ricevuto il potere, guarda dentro di te e impara a non diventare diverso da ciò che eri”.
“Ciò che non giova all’alveare non giova neppure all’ape”.
“Sii severo con te stesso, indulgente con gli altri”.
“Non fare nulla contro la tua coscienza, anche se tutti lo fanno”.
Marco Aurelio ci insegna che il buon governo comincia dall’interno di sé stessi. Solo chi sa dominare il proprio ego può guidare gli altri senza diventarne schiavo.
Perché la vera forza, ieri come oggi, nasce dall’equilibrio tra cuore e ragione, tra virtù e compassione.
Essere uomo fra uomini, per il bene comune, nella consapevolezza che la nostra vita è un soffio nel grande respiro del cosmo.
Governare, come comandare, è innanzitutto un atto d’amore verso ciò di cui si è responsabili.
Anche per questo le accuse che ci venivano rivolte apparivano ancora più stridenti.
E con quella bussola interiore, affrontammo anche il rumore che ci circondava.
Eravamo stati accusati di tutto.
“Venditori di armi”.
“Esportatori di morte”.
“Un’operazione di facciata”.
“Una portaerei non può fare del bene”.
L’assenza della politica, quindi, non mi sorprese e, in tutta onestà, non me ne dolsi nemmeno. Ciò che invece mi doleva era la carenza di rispetto nei confronti del mio personale e delle sue famiglie. Non si meritavano di essere trattati così nel momento in cui partivano per una missione colma di sacrifici e non scevra da rischi.
Il dolore ha sempre un’altra faccia, anche se spesso viene trascurata. In quel dolore compresi quanto amavo il mio personale. Era un amore che non tutti riuscivano a comprendere immediatamente, perché era un amore severo.
Non ero il classico ammiraglio amicone, uno di quelli che, per colmare le proprie carenze di carattere o di competenza, facevano i simpaticoni. Potevano sembrare molto alla mano, molto gradevoli, ma quando scoppiava la burrasca non era bello averli al timone.
Come un padre severo, dal mio personale ho sempre preteso il massimo. Non per durezza gratuita, ma perché volevo vederlo crescere, evolvere, acquisire capacità, prestazioni e professionalità sempre maggiori.
D’altra parte si trattava di donne e uomini chiamati ad affrontare operazioni impegnative, talvolta anche la guerra. In quelle circostanze essere al massimo delle proprie capacità poteva fare la differenza tra vivere e morire, tra tornare a casa ed essere ricordati.
Sono sempre stato un ferreo sostenitore del merito. Ho cercato di premiare i risultati e i sacrifici, dimostrandomi al tempo stesso molto poco tollerante verso la malafede e la cialtroneria.
Quando ho dovuto ricorrere a punizioni o a rimproveri verbali – le cosiddette pesciate, nel gergo marinaresco – la mia intenzione è sempre stata quella di colpire l’azione sbagliata, non la persona che l’aveva commessa.
Ai miei dipendenti dicevo spesso una cosa molto semplice: se mi vedevano adirato per certi loro comportamenti non dovevano preoccuparsi, perché evidentemente li ritenevo capaci di porre rimedio e avevo fiducia che avrebbero imparato dai loro errori. Avrebbero invece dovuto preoccuparsi se fossi rimasto calmo. Perché la mia tranquillità, in quel caso, sarebbe stata il segno della convinzione che da loro non avrei potuto ottenere nulla di meglio.
Ricordo che, a distanza di svariati anni, fui avvicinato da un sottufficiale che desiderava ringraziarmi per averlo severamente punito per una mancanza che aveva commesso, perché da quell’episodio aveva tratto insegnamenti importanti. Dovevo essere stato piuttosto duro, perché rimase molto sorpreso nel vedere che io non ricordassi il fatto. Non volli che mi spiegasse i dettagli e gli dissi semplicemente di stare tranquillo: di lui ricordavo soltanto un validissimo collaboratore. In quell’occasione me l’ero presa con il suo comportamento, non con lui come persona, e dopo il mio sfogo avevo immediatamente archiviato la questione.
La voce del mare
Da poco era terminata la conferenza stampa nell’hangar della portaerei. Avevo illustrato tutti i dettagli della campagna, sottolineandone il livello di ambizione e il valore strategico nell’interesse della nostra amata Italia. Lo avevo fatto con orgoglio, con soddisfazione, ma soprattutto con chiarezza e trasparenza.
Finalmente mi trovavo sul maestoso ponte di volo del Cavour. L’aria era fredda ma portava con sé il profumo del mare e il sapore dell’avventura.
Una nutrita rappresentanza delle donne e degli uomini imbarcati era schierata di fronte a me, pronta per la rassegna. Il Capo di Stato Maggiore iniziò a marciare con passo deciso, il volto rivolto verso il personale, l’espressione seria e lo sguardo penetrante. Io lo seguivo leggermente defilato sul suo lato destro, incrociando gli sguardi di quanti mi avrebbero accompagnato in quell’impresa.
Erano sguardi che trasmettevano preoccupazione e insieme desiderio di cogliere la sfida. Volti giovani e altri segnati dall’esperienza.
Nessuno di loro meritava di sentirsi parte di un’operazione ambigua. Avevano bisogno di una cosa sola: chiarezza morale.
Sapevo che, quando ci saremmo liberati dai cavi di ormeggio – quei cordoni ombelicali che ci trattenevano alla madre Patria – tutto sarebbe diventato più semplice. L’attenzione si sarebbe spostata interamente sulla missione. Il mare, con i suoi orizzonti lontani, ci avrebbe spinti a guardare oltre. E i nostri cuori si sarebbero sincronizzati con il ritmo delle onde.
In quei momenti il comandante non può permettersi esitazioni interiori. Il dubbio strategico è sano; l’incertezza etica è corrosiva. Se non sei intimamente convinto della bontà della missione, la tua fragilità si trasmette all’equipaggio con una velocità impressionante.
La leadership, quando nasce sotto accusa, non consiste nel rispondere a ogni critica. Consiste piuttosto nel chiedersi, in solitudine, se ciò che si sta facendo è coerente con i propri valori.
Se la risposta è sì, allora si parte.
Si parte anche se il consenso è fragile, anche se il clima è ostile, anche se il sostegno pubblico è incerto. Non si governa cercando approvazione immediata; si governa assumendosi il rischio della decisione.
Non avevo bisogno di incoraggiamenti e nemmeno di chiarimenti. Ero pronto a servire il Paese e la Marina, ma soprattutto il personale che avrebbe condiviso con me quella straordinaria avventura. Lo avrei fatto dedicando tutto me stesso, senza risparmio e con il mio severo amore.
Accadde però qualcosa che non mi aspettavo.
Al termine della cerimonia il Capo di Stato Maggiore puntò verso di me, tese la mano destra alla quale si unì la mia in una stretta indimenticabile. Il suo volto, fino a quel momento cupo, si illuminò con un sorriso che si incontrò con il mio. Alla fiducia incondizionata che mi trasmise in silenzio con quel gesto, risposi con una muta promessa: saremmo tornati vincitori.
La voce del mare ci chiamava. Quella stessa voce che qualche anno dopo trovò spazio nell’Inno della Squadra Navale “Arma la prora!”, che commissionai al Maestro Capitano di Vascello Antonio Barbagallo, direttore della Banda Musicale della Marina.
“La voce del mare chiama i suoi eroi,
il suono nel vento, una sfida in lealtà.
La voce del mare nei marinai, sostegno, forza e virtù per un cielo blu”.
Condivido ciò che il mare mi ha insegnato, senza la pretesa di possedere verità assolute. Offro queste riflessioni a chi vorrà navigare con me. Chi sentirà che questa rotta gli appartiene, mi segua.
Paolo Treu
Paolo Treu
L’Ammiraglio di Squadra (aus.) Paolo Treu è ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare italiana.
“MAPPE DEL POTERE”
(https://www.linkedin.com/newsletters/mappe-del-potere-7436115065423974400/)
“LEADERSHIP”
(https://www.linkedin.com/newsletters/leadership-7430953035700391936/)
PUBBLICAZIONI
Paolo Treu è autore di molte pubblicazioni. L’ultima in ordine di tempo è intitolata “Tu sei un intero oceano in una goccia – Rompi le pareti della tua prigione”. Il ricavato della vendita del libro sarà interamente devoluto per volontà dell’autore all’Associazione MITOCON (www.mitocon.it) che opera a sostegno dei pazienti affetti da rare malattie mitocondriali che colpiscono i bambini e le relative famiglie.
