Quando la forza tattica apre la strada alla sconfitta strategica
C’è un momento, in ogni conflitto, in cui il rumore delle armi copre tutto il resto. È un momento quasi ipnotico, nel quale le immagini scorrono senza sosta, le dichiarazioni si accavallano e le mappe si riempiono di colori che sembrano restituire una realtà finalmente chiara, quasi ordinata, come se la complessità del mondo potesse essere ridotta a pochi segni su uno schermo. È il momento in cui si parla di vittorie, di obiettivi colpiti, di deterrenza ristabilita, e il linguaggio si semplifica fino a diventare binario, privo di sfumature, incapace di contenere dubbi. È il momento in cui qualcuno colpisce e dichiara di aver vinto, e per un attimo quella dichiarazione appare plausibile, perché la forza è visibile, concreta, misurabile, mentre tutto ciò che verrà dopo resta ancora indistinto. Ed è proprio in quell’istante, quando la percezione della vittoria sembra più solida, che bisognerebbe fermarsi, sottrarsi alla seduzione dell’immediatezza e tornare a guardare il tempo lungo.
Perché la storia restituisce sempre la stessa lezione: la guerra non finisce quando finiscono i combattimenti. Finisce, forse, molto dopo, quando si ricompone un ordine riconosciuto come tale, quando si stabilizza un equilibrio che non sia solo il risultato momentaneo di un rapporto di forza, quando le conseguenze smettono di generare nuove tensioni. Ma questo accade sempre più raramente, perché ogni azione militare non esaurisce i suoi effetti nel momento in cui viene compiuta: si inserisce in un sistema fragile in cui ogni colpo produce onde che si propagano ben oltre il punto d’impatto, attraversando economie, società, alleanze e percezioni. È in questo scarto tra ciò che appare e ciò che accade che si annida l’errore più grave: confondere una vittoria tattica con un avanzamento strategico, per scoprire, troppo tardi, che le sue conseguenze stanno già lavorando in direzione opposta.
La tentazione della vittoria immediata
Le azioni condotte dall’amministrazione di Donald Trump e dal governo di Benjamin Netanyahu possono essere rivendicate come un successo militare nel breve periodo. Ma è un successo che porta con sé un prezzo umanitario devastante, destinato a trasformarsi, nel tempo, in un fallimento strategico.
Colpire, degradare capacità, mostrare forza: sono dimensioni che appartengono alla grammatica dell’azione militare e che, quando eseguite con efficacia, producono risultati visibili, immediatamente comunicabili, difficili da contestare. È la parte della guerra che si lascia misurare e raccontare, e che tende a imporsi nel dibattito pubblico come misura del successo.
Da un punto di vista tattico, tutto questo è difficilmente negabile. La capacità di infliggere danno, colpire nodi sensibili e imporre un segnale di forza rientra pienamente nella logica operativa di chi decide di usare lo strumento militare.
È qui che si manifesta la tentazione: scambiare la chiarezza del risultato immediato con la solidità di un esito strategico.
Perché la strategia non si misura nel breve periodo, ma nella capacità di trasformare un’azione in un ordine, un colpo in stabilità, una dimostrazione di forza in un equilibrio che regga nel tempo.
Si misura soprattutto nelle conseguenze, cioè in ciò che accade dopo che l’azione è stata compiuta e che, proprio perché meno visibile, tende a essere sottovalutato.
L’errore classico: colpire senza governare il dopo
Ogni azione militare apre una domanda che viene sistematicamente elusa: che cosa succede dopo?
Non dopo il singolo colpo o l’operazione, ma dopo la guerra nel suo complesso, quando si deve passare dalla distruzione alla costruzione: quale equilibrio politico emerge, quale leadership è in grado di stabilizzare il sistema, quale ordine si riesce a costruire sulle macerie lasciate dal conflitto.
È una domanda antica quanto la guerra stessa, eppure continua a essere ignorata, come dimostrano molti interventi recenti, dall’Iraq alla Libia e oltre, nei quali alla distruzione non è seguita una costruzione altrettanto efficace.
Oggi, osservando le dinamiche attuali, questa domanda continua a non trovare una risposta credibile. Questo non significa che non esista alcun piano, perché i livelli decisionali più alti possono custodire elementi non immediatamente visibili all’esterno.
Significa però che non emerge una strategia politica coerente con l’intensità delle azioni intraprese, né un disegno capace di accompagnare l’uso della forza verso un esito stabile e riconoscibile.
È una differenza sostanziale, perché segna il passaggio tra un’azione che produce effetti e una strategia che costruisce risultati.
Ed è proprio in questo scarto che si colloca il punto più critico dell’intera vicenda.
La guerra non è più quella di una volta
C’è un’illusione pericolosa che riaffiora ciclicamente: l’idea che la guerra possa essere letta come un evento lineare, una sequenza ordinata nella quale si colpisce, si vince e si torna a casa, come se il conflitto avesse un inizio, uno svolgimento controllabile e una fine definita.
Era una visione già fragile nel Novecento. Oggi è semplicemente sbagliata, perché non tiene conto della natura del sistema nel quale le guerre si sviluppano.
Viviamo in un contesto interconnesso, interdipendente e non lineare, nel quale nessun attore è realmente isolato e nessuna conseguenza resta confinata.
In un sistema di questo tipo, ogni azione militare genera effetti che vanno ben oltre il campo di battaglia e si manifestano immediatamente in ambiti un tempo considerati periferici: i mercati energetici entrano sotto pressione, le economie assorbono shock, le alleanze vengono messe alla prova, mentre le opinioni pubbliche si radicalizzano, influenzando a loro volta le scelte politiche.
Tutto questo avviene simultaneamente e si alimenta reciprocamente, rendendo impossibile separare il piano militare da quello economico, politico e sociale.
Per questo, oggi più che mai, la guerra non si combatte soltanto sul terreno, ma dentro il sistema globale. E chi continua a interpretarla come una sequenza lineare rischia di comprendere ciò che accade nell’immediato, senza riuscire a governare ciò che accade dopo.
Energia, economia, instabilità: il conto arriva subito
Quando si colpiscono nodi sensibili come quelli energetici, gli effetti non sono differiti né mediati da processi lenti, ma si manifestano con rapidità. Bastano pochi giorni per vedere i prezzi salire, le filiere entrare sotto pressione e gli equilibri iniziare a incrinarsi.
L’energia, in un sistema globale interdipendente, è uno snodo vitale, e ogni perturbazione si propaga immediatamente lungo l’intera catena economica, colpendo anche attori lontani dal teatro delle operazioni.
L’Europa paga un prezzo elevato, in termini economici e di stabilità, mentre i Paesi del Golfo entrano in una fase di tensione crescente, costretti a gestire rischi di sicurezza e pressioni sui mercati. Nel frattempo, l’economia globale assorbe un nuovo shock che si aggiunge a quelli già presenti, aumentando l’incertezza sistemica.
È qui che emerge un punto politico fondamentale, spesso sottovalutato: gli alleati si trovano a sostenere costi significativi per scelte che non hanno contribuito a determinare e che talvolta non condividono pienamente.
Nel breve periodo, questo squilibrio può essere assorbito in nome della solidarietà o della necessità. Ma nel tempo produce un effetto corrosivo, perché introduce una frattura tra responsabilità e conseguenze che mina la fiducia reciproca.
Un’alleanza si rafforza quando costi e decisioni sono condivisi. Quando invece i costi vengono distribuiti senza una reale partecipazione alle scelte, l’alleanza non si consolida, ma si indebolisce, spesso in modo silenzioso, fino a diventare evidente nel momento meno opportuno.
La frattura dell’Occidente
La frattura che si sta aprendo all’interno del blocco occidentale è uno degli effetti più rilevanti e sottovalutati. Non nasce da un singolo episodio, ma da un accumulo di scelte, percezioni e interessi sempre più divergenti. Non si tratta di differenze contingenti, ma di una distanza che si manifesta su più livelli – politico, strategico e operativo – e che emerge nella difficoltà di costruire una linea comune, nella perdita di coordinamento e nella divergenza degli obiettivi.
Quando gli alleati iniziano a prendere le distanze, anche solo sul piano del linguaggio, quando emergono distinguo e cautele che evitano l’allineamento pieno, significa che qualcosa si è già incrinato. Nelle relazioni internazionali, ciò che non viene detto con chiarezza è spesso più significativo di ciò che viene dichiarato apertamente.
E quando prende forma, anche implicitamente, l’idea che “questa non è la nostra guerra”, si supera una soglia critica: quella oltre la quale un’alleanza smette di essere un destino condiviso e diventa un vincolo da gestire, se non da ridimensionare.
Ma questa non è la frattura più pericolosa.
Ce n’è un’altra, più profonda: la distanza crescente tra opinione pubblica e leadership politica all’interno dei paesi alleati.
Una parte sempre più ampia dei cittadini percepisce ciò che accade non come una scelta condivisa, ma come una decisione subita, trasformando questa percezione in disallineamento, sfiducia e, in alcuni casi, opposizione.
Quando una leadership non esercita alcuna reale capacità di influenza né prova a orientare o contenere iniziative con conseguenze globali, il problema non è più solo geopolitico: diventa politico e, soprattutto, democratico.
Non è solo una questione di divergenze tra alleati, ma una frattura tra chi decide e chi ne subisce gli effetti.
In queste condizioni, la credibilità di una leadership non si misura nella capacità di colpire o imporre una linea, perché la forza, da sola, non genera coesione. Se non è accompagnata da una visione condivisa e da un reale coinvolgimento politico, rischia di accentuare le distanze, rendere visibili le asimmetrie e trasformare l’alleanza in una struttura formale, priva di consenso. La vera misura della leadership è la capacità di tenere insieme un sistema di alleanze senza perdere il legame con le proprie società, armonizzando interessi diversi e trasformando la forza in coesione, non in frattura. Quando questo non accade, la crisi non è più solo tra Stati, ma dentro l’Occidente stesso. E a quel punto, la frattura non è più un rischio futuro, ma una realtà già in atto.
Chi osserva davvero sta vincendo?
Mentre l’Occidente si divide, altri attori non hanno bisogno di esporsi né di assumere iniziative spettacolari. In una fase come questa, per alcuni la scelta più efficace non è intervenire, ma osservare, lasciando che siano gli avversari a consumare da soli parte della propria forza, credibilità e coesione. È in questi passaggi che si comprende come la competizione globale non premi sempre chi agisce di più, ma chi sa attendere meglio.
La Cina, in particolare, non ha bisogno di entrare direttamente nel conflitto per trarne vantaggio. Le basta assistere all’approfondirsi delle fratture occidentali, presentarsi come attore più prevedibile e sfruttare l’instabilità generata da altri per rafforzare la propria posizione diplomatica, commerciale ed energetica. Pechino si propone come forza di stabilizzazione, chiedendo la fine delle operazioni nel Golfo e offrendo cooperazione energetica ai paesi asiatici colpiti dalla crisi, utilizzando il disordine altrui per ampliare il proprio raggio d’influenza.
Ogni frattura interna al blocco occidentale apre uno spazio politico che altri possono occupare. Se il coordinamento si indebolisce e la leadership americana appare più impulsiva che ordinatrice, per Pechino questo non è solo un episodio, ma un’opportunità strategica: non tanto per costruire subito un nuovo ordine, quanto per apparire più affidabile, paziente e capace di pensare nel tempo lungo.
Anche la Russia, con strumenti e finalità diverse, beneficia di un sistema che si destabilizza da solo. In un contesto segnato da prezzi energetici più alti, tensioni sulle rotte e difficoltà occidentali nel mantenere una linea comune, Mosca recupera margini economici e geopolitici che altrimenti sarebbero stati più difficili da riaprire.
Reuters riferisce già che la guerra con l’Iran sta aumentando la domanda per le esportazioni energetiche russe, segno che il caos nel Golfo può trasformarsi, indirettamente, in ossigeno per un attore che l’Occidente avrebbe voluto comprimere.
In questo quadro, emerge una dinamica che merita attenzione: l’Iran potrebbe progressivamente assumere, per la Russia, un ruolo non troppo distante da quello che l’Ucraina rappresenta per l’Occidente, ossia uno spazio di confronto indiretto in cui logorare l’avversario senza esporsi direttamente.
Non è una simmetria perfetta né un disegno dichiarato, ma una convergenza di interessi che, se consolidata, rischia di trasformare un conflitto regionale in un ulteriore livello della competizione sistemica tra potenze. È qui che emerge una delle verità più scomode della politica di potenza contemporanea: non sempre si vince imponendo la propria volontà. Talvolta si vince lasciando che l’altro sbagli, disperda risorse e consumi alleanze, trasformando un vantaggio militare momentaneo in un logoramento politico di lungo periodo.
In un mondo interdipendente, e sempre più segnato da forme di confronto indiretto, l’errore strategico dell’avversario può valere quanto, e talvolta più, di una propria iniziativa brillante. Ed è per questo che, mentre qualcuno proclama la vittoria sul terreno, altri possono permettersi il lusso più redditizio di tutti: aspettare.
La memoria del conflitto: la vera eredità della guerra
Le guerre moderne non producono soltanto distruzione fisica, infrastrutture compromesse o equilibri geopolitici alterati. Producono memoria. Una memoria che si radica nelle famiglie colpite, nelle comunità ferite, nelle generazioni che crescono dentro il segno del conflitto, interiorizzando esperienze che non possono essere archiviate come semplici eventi del passato. Questa memoria non scompare con la fine delle operazioni militari né si dissolve con la firma di accordi. Si sedimenta e si trasmette, diventando parte di un’identità collettiva che continua a produrre effetti anche quando il conflitto sembra formalmente concluso. È qui che emerge una distinzione che troppo spesso viene ignorata: quella tra cessate il fuoco e pace. Il cessate il fuoco interrompe le operazioni militari. La pace, quella reale, è un processo infinitamente più complesso, che richiede tempo, riconoscimento, elaborazione e, soprattutto, una trasformazione profonda della coscienza collettiva.
Dopo conflitti segnati da distruzione diffusa, perdite umane e umiliazioni percepite come ingiuste, non basta fermare le armi per ricostruire un equilibrio. Perché la memoria resta, e con essa restano le ferite che continuano a vivere sotto la superficie. È allora legittimo chiedersi non quando finiranno le ostilità, ma quanto tempo sarà necessario perché si possa parlare davvero di pace. Non anni. Generazioni.
Perché la pace non si firma. Si costruisce lentamente. E quando la memoria del conflitto si radica così in profondità, il suo orizzonte si allontana ben oltre quello delle decisioni politiche che lo hanno generato. Nel tempo, questa stratificazione può alimentare instabilità cronica, radicalizzazione e spirali di vendetta che si riattivano anche a distanza di anni, spesso fuori dal controllo degli attori che hanno originato il conflitto. Non è un processo automatico né inevitabile, ma è un rischio reale, che cresce con l’ampiezza e l’intensità degli effetti prodotti. Più si allargano gli attori colpiti, più aumenta il bacino del risentimento e la probabilità che quella memoria diventi un fattore attivo, capace di influenzare comportamenti e decisioni future. Ignorare questo elemento significa limitarsi a valutare la guerra per ciò che distrugge nell’immediato, senza considerare ciò che continuerà a generare nel tempo.
A quel punto la domanda diventa inevitabile: quale futuro pensano di costruirsi gli Stati Uniti e Israele, se contribuiscono ad ampliare, giorno dopo giorno, il perimetro dell’ostilità nei propri confronti?
E quale responsabilità ricade sui loro alleati, che non esercitano alcuna reale azione di contenimento e finiscono per avallarle, trasformando il silenzio in una forma di partecipazione?
Perché la superiorità militare può colpire obiettivi, neutralizzare minacce e imporre condizioni sul terreno. Ma non cancella la memoria dei popoli.
E quando il conflitto lascia dietro di sé morte, distruzione e umiliazione, ciò che si accumula non è soltanto maceria materiale, ma una riserva di rancore destinata a rigenerarsi nel tempo.
Ci sono individui che non hanno più nulla da perdere.
Ci sono comunità che non dimenticano.
Ci sono contesti culturali nei quali la vendetta non è un impulso episodico, ma una forma lunga della memoria.
In un mondo globalizzato, tutto questo non resta confinato nei territori di guerra: si muove, si diffonde, attraversa frontiere, si insinua in spazi lontani da quelli in cui ha avuto origine. È allora legittimo chiedersi quante sedi diplomatiche, infrastrutture simboliche, cittadini e interessi dei Paesi ritenuti corresponsabili potranno diventare, negli anni a venire, bersagli della rabbia sedimentata. La vera cecità strategica dell’approccio escalatorio è proprio questa: ritenere che la superiorità militare basti a garantire sicurezza, mentre si stanno forse moltiplicando, su scala globale, le condizioni del suo contrario.
Perché si può anche vincere una guerra. Ma se nel farlo si seminano le condizioni del conflitto successivo, non si è costruita sicurezza.
Si è solo spostato il problema più avanti nel tempo.
E il tempo, in geopolitica, presenta sempre il conto.
E quando lo fa, non guarda in faccia nessuno.
La variabile che non si compra
C’è un elemento che sfugge a qualsiasi bilancio, rapporto di forza o comparazione tecnica. È la volontà di combattere. Quando si mettono a confronto due attori, si tende a contare: mezzi, capacità, tecnologia, superiorità operativa. È un riflesso naturale, perché ciò che è misurabile rassicura e dà l’illusione di poter prevedere l’esito di uno scontro.
Ma la guerra non è mai stata soltanto questo.
Esiste una dimensione che non compare nelle tabelle, che non si compra e non può essere prodotta industrialmente: la disponibilità a combattere fino alle estreme conseguenze, fino al sacrificio di sé. Questo altera radicalmente i termini del confronto. Perché quando un attore è disposto a perdere tutto, anche la deterrenza cambia natura. La superiorità tecnologica resta, ma il rapporto tra costo e beneficio, tra minaccia e reazione, smette di funzionare secondo schemi lineari. È qui che si manifesta uno degli errori più frequenti nelle analisi strategiche: valutare gli avversari come se condividessero la stessa scala di valori, la stessa percezione del rischio, la stessa idea di vittoria e di sconfitta. Questo errore nasce da una visione materialistica che considera reale solo ciò che è visibile e misurabile, e che proprio per questo fatica a comprendere ciò che non si vede ma che spesso decide l’esito dei conflitti: la volontà.
In alcuni contesti, il sacrificio non è una perdita, ma un compimento. Il martirio non è solo un atto estremo, ma un evento carico di valore simbolico e, per chi lo vive, anche spirituale. Trasforma la morte in legittimazione, il sacrificio in continuità, l’individuo in messaggio.
Ed è qui che la distanza diventa incolmabile.
Perché quando questa differenza non viene compresa, la superiorità materiale può bastare a vincere uno scontro, ma non a piegare la volontà dell’avversario. Perché ci sono guerre in cui si combatte per vincere, e altre in cui si combatte per non cedere. E tra le due, la seconda è quasi sempre la più difficile da chiudere.
Il fronte interno: la guerra che torna a casa
C’è un livello meno visibile ma decisivo: il fronte interno.
Ogni decisione di aprire un conflitto o entrare in una dinamica di escalation non si esaurisce nel rapporto con avversari e alleati, ma torna inevitabilmente a casa, dove incontra la realtà del consenso, della percezione e della sostenibilità politica. Chi decide di usare la forza tende a ragionare in termini di efficacia operativa e di messaggio verso l’esterno, ma nel tempo deve fare i conti con una variabile meno controllabile: il sentimento dell’opinione pubblica. Finché i risultati appaiono chiari, rapidi e poco costosi, il consenso può reggere, talvolta rafforzarsi. Ma quando il conflitto si prolunga, i costi aumentano e le conseguenze entrano nella vita quotidiana, quella percezione cambia rapidamente.
L’aumento dei prezzi dell’energia, le tensioni economiche e l’incertezza non restano concetti astratti: entrano nelle case, influenzano le scelte e modificano gli umori. A questo si aggiunge la percezione dell’isolamento. Quando gli alleati prendono le distanze e si incrina l’idea di un fronte compatto, l’opinione pubblica inizia a porsi domande che vanno oltre il merito del conflitto: non solo se sia giusto o necessario, ma se sia stato gestito con lungimiranza o se abbia esposto il Paese a rischi evitabili.
La frattura esterna si riflette così all’interno, diventando un fattore di pressione politica che può erodere il consenso anche più rapidamente dei costi economici.
Non è un’ipotesi teorica. È una dinamica già in atto.
Le recenti dichiarazioni di Donald Trump, che ha aperto un fronte interno contro i Democratici mentre crescono tensioni anche all’interno del Partito Repubblicano, segnalano un passaggio critico: quello in cui il conflitto smette di unire e inizia a dividere. E quando questo accade, la guerra non è più solo fuori dai confini. È già rientrata in casa. È una dinamica che la storia ha già mostrato più volte: la forza proiettata all’esterno deve essere sostenibile all’interno, altrimenti si trasforma in vulnerabilità.
Per questo, quando si analizza una scelta di guerra, non basta chiedersi se sia efficace sul piano militare o coerente sul piano strategico. Bisogna domandarsi se sia sostenibile nel tempo dal punto di vista del consenso, perché è lì che spesso si decide l’esito finale.
E quando il fronte interno si incrina, anche la posizione esterna, per quanto inizialmente forte, finisce per indebolirsi.
La vittoria degli sconfitti
Ciò che appare come un successo nel breve periodo non coincide necessariamente con un avanzamento reale sul piano strategico. Si può parlare di una vittoria visibile, comunicabile, facilmente riconoscibile nel momento in cui avviene, ma non per questo destinata a durare. Una vittoria che, colpendo un obiettivo, non riesce a trasformare quell’azione in un equilibrio stabile e che, nel tempo, può contenere già le condizioni della propria sconfitta.
Si può anche vincere, ed è giusto riconoscerlo, perché negare l’evidenza non rafforza un’analisi. Ma la strategia non si esaurisce nel momento della vittoria: ciò che conta è ciò che accade dopo, quando l’azione lascia spazio alle sue conseguenze, dentro e fuori dai confini.
A quel punto le domande cambiano natura. Il sistema è più stabile o più fragile? Gli alleati sono più compatti o più divisi? Il nemico è stato indebolito o si è radicalizzato? Il fronte interno è più coeso o più esposto a tensioni? La posizione complessiva è più solida o più vulnerabile nel tempo?
Se le risposte non sono favorevoli, quella vittoria rischia di essere solo una fase transitoria, che non consolida un risultato ma apre una dinamica più instabile. E in questo caso, più che aver vinto, si è semplicemente iniziato a perdere con qualche passo di ritardo.
Conclusione
Colpire è facile, perché appartiene all’immediatezza dell’azione, quella che si vede, si misura e si racconta. Governare le conseguenze è la vera sfida, perché richiede visione, tempo e la capacità di muoversi dentro dinamiche che non seguono una logica semplice.
Oggi il rischio non è perdere sul campo, ma qualcosa di più sottile: vincere nel momento sbagliato e perdere nel tempo giusto, quando gli effetti dell’azione iniziano a ridefinire gli equilibri in modo meno favorevole. È il rischio di confondere la forza con la strategia, l’impatto con il risultato, il successo immediato con la capacità di costruire un ordine che regga nel tempo.
Nella competizione globale non vince chi colpisce di più, ma chi riesce a sostenere nel tempo le conseguenze delle proprie scelte. E tra queste conseguenze ce n’è una spesso sottovalutata: la memoria dei popoli, che non si dissolve con la fine delle operazioni, ma continua a generare effetti e ostilità nel tempo.
Ma c’è anche un’altra dimensione, ancora più decisiva, che sfugge a ogni logica puramente materiale: la volontà. Quella che non si misura, non si compra e non si esaurisce con la perdita materiale. Quando un attore è disposto a spingersi fino al sacrificio, il confronto smette di essere una semplice comparazione di mezzi e capacità. Diventa qualcosa di più profondo, nel quale la superiorità materiale può vincere lo scontro, ma non necessariamente piegare la volontà dell’avversario. È in questo scarto tra ciò che si vede e ciò che davvero conta che si consumano gli errori più gravi.Quando questa dimensione viene ignorata, la vittoria smette di essere tale e diventa il modo più rapido per arrivare a una sconfitta che, nel momento stesso in cui si è dichiarato il successo, era già iniziata.
Perché una guerra può essere vinta sul campo e perduta nella storia.
Paolo Treu
L’Ammiraglio di Squadra (aus.) Paolo Treu è ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare italiana.
“MAPPE DEL POTERE”
(https://www.linkedin.com/newsletters/mappe-del-potere-7436115065423974400/)
“LEADERSHIP”
(https://www.linkedin.com/newsletters/leadership-7430953035700391936/)
PUBBLICAZIONI
Paolo Treu è autore di molte pubblicazioni. L’ultima in ordine di tempo è intitolata “Tu sei un intero oceano in una goccia – Rompi le pareti della tua prigione”. Il ricavato della vendita del libro sarà interamente devoluto per volontà dell’autore all’Associazione MITOCON (www.mitocon.it) che opera a sostegno dei pazienti affetti da rare malattie mitocondriali che colpiscono i bambini e le relative famiglie.
