Santa Barbara, nel tempo dell’imprevisto
Era il 4 dicembre 2013. Avevamo lasciato alle spalle Abu Dhabi e la navigazione ci offrì l’occasione di festeggiare Santa Barbara, Patrona della Marina Militare. Eravamo nelle condizioni migliori: gli equipaggi potevano vivere quell’evento nel guscio della propria nave, in “famiglia”, lontani dalla pressante routine delle incessanti attività in porto.
Ma prima di proseguire, vale la pena fermarsi per comprendere cosa rappresenti davvero questa coraggiosa icona.
Per chi vive il mare, non è una figura distante o semplicemente simbolica. È una presenza che accompagna. Silenziosa, ma concreta. Una di quelle presenze che non si evocano con le parole, ma che si riconoscono nei momenti in cui il tempo accelera e ogni cosa si riduce all’essenziale.
La sua storia parla di fedeltà. Di una giovane donna che sceglie di non piegarsi, che resta ancorata alla propria verità fino alle estreme conseguenze. E proprio per questo, nella tradizione, diventa la protettrice di chi vive accanto al rischio improvviso, di chi sa che tutto può cambiare in un istante: gli artiglieri, gli uomini del fuoco, i marinai.
Per chi è in operazione, Santa Barbara non è mai una devozione formale. È un riferimento interiore, un punto fermo quando l’imprevisto irrompe senza preavviso. Il fulmine che la rappresenta non è solo un simbolo: è la realtà che ogni marinaio conosce. Un incendio a bordo, un’esplosione, un’avaria che spezza la linearità delle cose. In mare non esiste gradualità. Esiste un prima e un dopo. E tra quei due istanti si gioca tutto. In quei momenti non vince il più forte. Vince chi resta lucido. Chi riesce a continuare a pensare mentre tutto accelera. Chi mantiene il controllo di sé quando la situazione sembra sfuggire. Santa Barbara, per il marinaio, è anche questo: il richiamo al sangue freddo, alla capacità di governare prima di tutto se stessi.
Ma c’è qualcosa di ancora più profondo. Nei momenti critici, la nave smette di essere un insieme di individui. Diventa un organismo unico, in cui ogni gesto, ogni decisione, ogni esitazione ha un effetto sugli altri. La fiducia reciproca, costruita nel tempo, emerge con forza. Non si crea nell’emergenza. Si rivela nell’emergenza. E in questo, la figura di Santa Barbara richiama proprio quella coesione silenziosa che tiene insieme un equipaggio quando le condizioni si fanno difficili.
La paura, naturalmente, c’è. Sempre. Sarebbe illusorio negarlo. Ma il marinaio impara presto che non è l’assenza di paura a fare la differenza. È la capacità di governarla. Di continuare a fare ciò che deve essere fatto, anche quando ogni istinto suggerirebbe il contrario. È lì che si traccia il confine tra paura e dovere.
Comandare sotto pressione
Se si guarda a Santa Barbara con occhi operativi, emerge una lezione di leadership straordinaria, quasi inattesa per chi si ferma alla superficie della tradizione. È, prima di tutto, una lezione di coerenza. Non cede, non si adatta per convenienza. E allo stesso modo, chi guida non può permettersi di adattare i propri valori alle circostanze. In mare, l’incoerenza non resta nascosta. Si paga. E spesso si paga subito.
È anche una lezione sulla preparazione all’imprevisto. Si è portati a pensare che la leadership si eserciti quando tutto funziona. In realtà, si rivela quando qualcosa si rompe. E in quel momento non c’è spazio per costruire ciò che non si è preparato prima. Ogni gesto, ogni procedura, ogni decisione affonda le radici in ciò che è stato fatto nei giorni, nei mesi, negli anni precedenti.
C’è poi il tema della responsabilità sotto pressione. Nel momento critico, qualcuno deve decidere. Sempre. E quella decisione deve essere presa con informazioni incomplete, in tempi ridotti, sotto stress. È qui che si misura davvero la leadership: nella dignità della decisione presa nel caos, quando non esistono soluzioni perfette, ma solo scelte necessarie.
E ancora, la leadership come servizio. È una verità antica del mare: il comandante non è sopra l’equipaggio, è al suo servizio. Protegge, guida, si assume il peso delle decisioni. Sta davanti, per dare l’esempio e farsi seguire, non sopra. Sta dietro, per spingere tutti a essere protagonisti e ad assumersi le proprie responsabilità. E questo non è uno slogan. È una responsabilità concreta, che emerge soprattutto quando le condizioni si fanno difficili.
Infine, la lezione forse più profonda: la leadership è esempio silenzioso. Nei momenti critici non sono le parole a guidare. È ciò che si è fatto prima. È la credibilità costruita giorno dopo giorno. È la fiducia che gli altri ripongono in chi guida, perché sanno, senza bisogno di dirlo, cosa aspettarsi. Per questo Santa Barbara non è solo una patrona. È un promemoria permanente. Ricorda che il rischio è parte del mestiere. Che la paura è umana. Che la lucidità è una scelta. E che la leadership non si misura quando tutto è sotto controllo.Si misura quando non lo è più.
Tra sacralità e goliardia
Le celebrazioni cominciarono con la tradizionale Santa Messa in hangar, celebrata dal cappellano di bordo. Un momento che conferisce alla giornata un significato profondo e richiama a raccolta gli equipaggi intorno a Santa Barbara, la cui immagine è presente su ogni nave.
È una messa particolare. Non solo per il contesto, ma per ciò che rappresenta. È trasversale: riesce a riunire credenti e non credenti, dal comandante al più giovane dei marinai. Perché, al di là della fede individuale, richiama tutti a qualcosa di più grande.
È un momento in cui la nave si ferma, almeno interiormente. Il rumore delle attività lascia spazio al raccoglimento. E in quel silenzio condiviso si rafforza un senso di appartenenza che va oltre i ruoli, oltre i gradi, oltre le differenze.
Perché prima ancora di essere un equipaggio, si è una comunità. E momenti come questo lo ricordano a tutti.
Accanto alla dimensione più solenne e spirituale, la tradizione di Santa Barbara nella Marina Militare ha sempre custodito anche un’anima più leggera, profondamente umana. Una dimensione fatta di goliardia e tradizione marinara, che non è mai superficialità, ma un modo antico e intelligente per allentare la tensione della vita di bordo.
In passato, e in parte ancora oggi, non era raro assistere a momenti di inversione simbolica dei ruoli. I più giovani, i sottufficiali, prendevano scherzosamente il posto dei superiori vestedone il grado, dando vita a una sorta di “carnevale” marinaro. Non era una messa in discussione dell’autorità, ma una sua conferma indiretta: solo dove la gerarchia è solida e riconosciuta, ci si può permettere di sospenderla per un momento, senza metterla in pericolo.La giornata trova poi uno dei suoi momenti più significativi nel pranzo di corpo. Un momento conviviale, atteso, in cui l’equipaggio si ritrova unito, senza barriere, in una dimensione quasi familiare. Attorno a quel tavolo si intrecciano racconti, canti, scherzi.
Una goliardia che può apparire spregiudicata, a tratti sopra le righe, ma che in realtà risponde a un bisogno profondo: ricompattare il gruppo, rafforzare i legami, creare quella fiducia reciproca che, nei momenti difficili, fa la differenza. Ed è proprio qui che questa tradizione rivela il suo valore più profondo in termini di leadership. Perché la leadership non si costruisce solo con ordini e procedure, ma nella qualità delle relazioni. Nei legami che si creano quando la pressione si allenta e le persone si mostrano per ciò che sono. In quei momenti il comandante osserva, ascolta, comprende. E soprattutto costruisce quel capitale invisibile fatto di fiducia, rispetto e appartenenza, che nessuna direttiva può imporre.
È una parentesi rispetto al rigore quotidiano, certo. Ma non una rottura. Piuttosto un equilibrio. Perché la vita di bordo è fatta di disciplina, procedure, responsabilità. Ma è fatta anche di donne e uomini che devono saper vivere insieme, sostenersi, conoscersi davvero. E un equipaggio che si conosce davvero è un equipaggio che, quando serve, reagisce come un unico organismo.
In questo senso, anche la goliardia diventa uno strumento di comando. Non indebolisce la leadership, la rafforza. Perché crea coesione, abbassa le distanze inutili, rende autentico il rapporto tra chi guida e chi è guidato.
E quando arriva il momento critico, quella coesione si trasforma in efficacia operativa.
In questo equilibrio si coglie forse il senso più autentico della celebrazione: un momento in cui la sacralità della patrona e il rigore militare incontrano lo spirito popolare della gente di mare. Dove la tradizione non è solo memoria, ma strumento vivo per mantenere coesa una comunità che, quando serve, deve essere pronta ad affrontare l’imprevisto come un unico organismo.Giusto il tempo di festeggiare.
E un nuovo porto si presentava sulla prua del Cavour.
Manama, crocevia fragile
All’orizzonte, lentamente, cominciò a prendere forma Manama. Era una città che portava ancora addosso i segni, visibili e invisibili, delle tensioni che avevano attraversato il Bahrain negli anni immediatamente precedenti. Non era una città da leggere solo in superficie. Richiedeva attenzione, sensibilità, capacità di cogliere ciò che non veniva detto.
Dal mare, tuttavia, appariva composta. Ordinata. Quasi sospesa tra due dimensioni: quella di una capitale moderna del Golfo, con le sue architetture verticali e i simboli di una crescita recente, e quella più profonda di un crocevia storico di commerci e relazioni.
Manama, anche allora, restava prima di tutto un porto. E i porti hanno memoria lunga. Qui, ben prima del petrolio, passavano le rotte delle perle, dei tessuti, delle spezie. Qui si incontravano mondi diversi, in un equilibrio delicato fatto di scambi e di reciproco riconoscimento.
Ma nel 2013 quell’equilibrio appariva più fragile. La città viveva una fase di transizione, in cui modernità, tradizione e tensioni interne convivevano senza essersi ancora ricomposte. Non era qualcosa che si coglieva apertamente entrando in porto. Era piuttosto una percezione. Un sottofondo.
Per un equipaggio in missione, questo cambiava il modo di vivere lo scalo. Non era solo una sosta operativa o diplomatica. Era anche un momento di attenzione. Di ascolto. Di rispetto per un contesto complesso, in cui ogni presenza straniera, anche la più amichevole, si inseriva in un equilibrio delicato. Eppure, proprio in questo, Manama confermava la sua natura più autentica. Un luogo di passaggio, certo, ma anche un punto di osservazione privilegiato su una regione in trasformazione. Un luogo in cui si percepiva quanto il mare continui a unire, anche quando a terra emergono divisioni.
Mentre ci avvicinavamo alla banchina, la sensazione era chiara: non stavamo entrando semplicemente in una città del Golfo, ma in uno spazio complesso, stratificato, dove storia, politica e vita quotidiana si intrecciavano in modo silenzioso, ma profondo. E proprio in questo spazio, accanto alla dimensione operativa e diplomatica, cominciò a emergere un altro livello, più delicato.
Un raggio di luce dal centro
Dopo i successi raccolti nei porti precedenti, quella missione iniziava a produrre effetti anche sul piano politico e, durante quella sosta, vi fu la visita del Viceministro degli Affari Esteri, presente in Bahrain per l’evento “Manama Dialogue”. Durante un’assemblea nell’hangar del Cavour, di fronte alle rappresentanze di tutti gli equipaggi, si creò un momento particolare. Non era solo una visita istituzionale. Era, in qualche modo, un segnale. Un tentativo di ricucire, almeno sul piano simbolico, quella distanza che si era percepita alla partenza.
L’autorità proferì parole molto belle e incoraggianti, che ricomposero in parte quella frattura. Fra ciò che disse mi piace condividere queste parole:
“Sono molto contento di potervi dire che i feedback riportati a seguito di questa prima parte di percorso sono i risultati di una storia raccontata con successo. Una scommessa importante, che sino ad ora è stata onorata al pieno delle possibilità e che è stata dunque vinta. Tutto ciò è stato possibile grazie all’intero sistema che sostiene questa operazione ma soprattutto grazie a voi, al vostro impegno, alla vostra responsabilità, enorme professionalità e qualità del vostro lavoro. […] Desidero ringraziarvi e ringraziare coloro i quali hanno la più alta responsabilità di questa importante missione, e farvi sentire dal profondo del cuore quanto il Paese intero vi sia grato per quello che state facendo e quanto sostiene questa importante, innovativa ed eccezionale vetrina itinerante, che rappresenta ciò che siamo noi e ciò che possiamo essere. Sono convinto che siamo capaci di uscire da due delle malattie croniche che affliggono il nostro dibattito pubblico: sentirsi dei ‘giganti’ che potrebbero fare qualsiasi cosa o sentirsi i ‘nani’ delle nostre paure. Molte volte sento all’estero che l’Italia non racconta bene se stessa, che si sente sempre come Calimero ma così non è”.
Parole importanti. Parole che riconoscevano il valore di quanto stavamo facendo. Parole che, per un momento, restituivano quel senso di unità tra chi era in mare e chi rappresentava il Paese a terra. Ma chi vive il mare sa distinguere tra le parole e la loro durata nel tempo.
Belle parole. Ma dalla politica avremmo avuto altri dispiaceri.
Kuwait City, memoria e solidità
Il 9 dicembre 2013, davanti a noi, prese forma Kuwait City, capitale dell’omonimo Paese.
La città si presentava con una fisionomia diversa da quella di altre capitali del Golfo. Meno ostentata, meno proiettata verso l’immagine, più solida, quasi trattenuta. Una città che non aveva bisogno di dimostrare, perché aveva già attraversato prove che ne avevano definito il carattere. Dal mare appariva ordinata, lineare. Le torri moderne si stagliavano sullo sfondo, senza dominare completamente la scena. Rimaneva percepibile una dimensione più concreta, legata alla realtà di un Paese che conosce bene il valore della stabilità.
Kuwait City porta con sé una memoria precisa: quella dell’invasione del 1990, della guerra, della distruzione e della successiva ricostruzione. Una memoria che non si vede apertamente, ma si avverte. Che ha lasciato una traccia nel modo in cui la città si è sviluppata, nel suo equilibrio tra apertura e prudenza.
Avvicinandosi alla costa, si percepiva questa doppia anima. Da un lato la modernità, le infrastrutture, la crescita economica. Dall’altro una certa sobrietà, quasi la consapevolezza che ciò che è stato costruito può essere messo alla prova. E forse proprio per questo viene vissuto con maggiore concretezza.
Per un equipaggio in navigazione, entrare a Kuwait City aveva un significato particolare. Non era solo uno scalo in una capitale del Golfo. Era l’ingresso in un Paese che conosce il valore della sicurezza, della cooperazione, della presenza internazionale. Un contesto in cui la dimensione militare e quella diplomatica si intrecciano in modo evidente.
Anche qui, come in ogni porto, cambiava il ritmo. Dopo il mare, tornavano incontri, attività, relazioni. Ma con una percezione diversa: quella di operare in un ambiente consapevole, attento, in cui ogni gesto si inseriva in un quadro più ampio.
A causa dei fondali, il Cavour e il Bergamini dovettero rimanere in mare, alla fonda. Mi trasferii quindi sulla rifornitrice, Nave Etna, che avrebbe assicurato la presenza in porto.
Mentre l’Etna si avvicinava alla banchina, la sensazione era quella di entrare in una città che non vive solo nel presente, ma che porta con sé il peso e la forza della propria storia. Una città che, proprio per ciò che ha attraversato, ha imparato a guardare al futuro con determinazione, ma senza illusioni.
Le attività in porto erano ormai consolidate, ma in questa sosta si aggiunse la partecipazione del 30° Gruppo Navale alla Gulf Defense and Aerospace Exhibition di Kuwait City.
Umanità, Imparzialità, Neutralità, Indipendenza, Volontariato, Unità e Universalità: sono questi i sette Principi Fondamentali che, dal lontano 1859, ispirano le Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana, costituendone lo spirito e l’etica.
A distanza di un mese dalla partenza dall’Italia, alle prime luci dell’alba del 14 dicembre 2013, dal ponte di volo di Nave Etna, nelle acque antistanti il Kuwait, quindici Infermiere Volontarie fecero rientro in Patria, avvicendandosi con altrettante Sorelle.
Era il momento del cambio.
Dopo un mese di attività durante il quale, con l’instancabile entusiasmo e la grande professionalità che le contraddistinguevano, le avevamo viste operare prima sul Cavour e poi sull’Etna sempre fedeli al motto “Ama, Conforta, Lavora e Salva”, decollarono tra i sorrisi di quanti salirono sui ponti esterni per salutarle un’ultima volta.
Doha: dove la presenza diventa relazione
Il 15 dicembre 2013, all’orizzonte, nitida e quasi geometrica, prese forma Doha, capitale del Qatar.
Era una città che appariva già proiettata in avanti, come se vivesse in anticipo rispetto al proprio tempo. A differenza di altre città del Golfo, qui la trasformazione non era solo visibile: era intenzionale. Pianificata. Guidata da una visione chiara di ciò che si voleva diventare.
Dal mare, la skyline si imponeva con decisione. Linee moderne, architetture audaci, un disegno urbano che sembrava voler comunicare qualcosa prima ancora di essere abitato. Non era solo crescita. Era affermazione. Eppure, anche qui, il mare restava il punto di origine. Ai piedi di quella modernità, lungo la Corniche, si intravedevano ancora le imbarcazioni tradizionali, i dhow, quasi a ricordare che quella spinta verso il futuro affondava le radici in una storia di mare, di scambi, di rotte.
Doha, nel 2013, era nel pieno di una fase di accelerazione. L’assegnazione dei grandi eventi internazionali, gli investimenti, l’apertura verso il mondo: tutto contribuiva a creare una sensazione di movimento continuo. Una città che non si limitava a crescere, ma che cercava di ridefinire il proprio ruolo sulla scena globale.
Per un equipaggio in missione, entrare a Doha significava confrontarsi con questa energia. Non era solo uno scalo. Era l’incontro con una visione. Con un Paese che stava costruendo il proprio posizionamento utilizzando tutte le leve disponibili: economiche, culturali, diplomatiche.
Anche qui il ritmo cambiava. Il ritorno alla terra portava con sé attività, incontri, rappresentanza. Ma con una percezione diversa: quella di essere parte, anche solo per un momento, di un contesto in cui ogni gesto si inseriva in una strategia più ampia. Anche in questo caso, a causa dei fondali, il Cavour e il Bergamini rimasero in mare, alla fonda. Mi trasferii quindi sull’Etna.
Mentre ci avvicinavamo alla banchina, la sensazione era chiara: Doha non era semplicemente una città in crescita. Era una città che stava scegliendo chi diventare. E nel farlo mostrava con evidenza quanto, nel mondo contemporaneo, la visione possa diventare una forma di potere.
La Festa Nazionale del Qatar cadde durante la sosta e consentì all’Italia di essere presente in un momento particolarmente significativo per la vita di quel Paese, trasmettendo un segnale concreto di vicinanza e amicizia.
Insieme a una rappresentanza degli equipaggi partecipai alla cerimonia con tanto di parata militare, che si trovò improvvisamente a fronteggiare una violenta sventagliata. Le raffiche causarono non poche difficoltà, non solo al personale impegnato nella marcia, ma anche agli spettatori, posizionati sotto un palco coperto che riportò alcuni danni.
Il 19 dicembre 2013, giorno della partenza, la cooperazione con il Qatar non si interruppe, ma proseguì in mare attraverso attività addestrative condotte con le unità della Marina locale.
Per loro non era consuetudine integrarsi in una formazione navale complessa, tanto meno operare in presenza di una portaerei. Proprio per questo, l’attività assunse un valore ancora maggiore: rappresentò un momento concreto di crescita e di confronto operativo.
Fu un’esperienza molto apprezzata da entrambe le parti, a conferma di quanto l’addestramento congiunto, quando è autentico e ben condotto, riesca a costruire rapidamente capacità e fiducia.
L’impresa di Alessandria
Ma la data del 19 dicembre era molto speciale per la Marina Militare, che solo recentemente ne aveva stabilito la ricorrenza. Si celebrava l’impresa di Alessandria.
Nella notte tra il 18 e il 19 dicembre 1941, sei uomini della Regia Marina, guidati da Luigi Durand de La Penne, penetrarono nel porto di Alessandria d’Egitto a bordo dei “maiali”, i siluri a lenta corsa, riuscendo a collocare cariche esplosive sotto due corazzate britanniche.
Fu un’azione audace, condotta in condizioni estreme, che richiese sangue freddo, preparazione e una fiducia assoluta tra uomini che sapevano di dipendere l’uno dall’altro. Non fu solo un successo operativo, ma la dimostrazione concreta di cosa accade quando competenza, coraggio e spirito di squadra si fondono in un unico intento.
E in quella notte emerse anche la dimensione più alta dell’onore. Catturato, de La Penne informò il comandante britannico dell’imminente esplosione, senza tradire la missione, ma salvando vite umane. Un gesto che racchiude l’essenza di una leadership che non separa mai efficacia e valori.
È forse questo l’insegnamento più profondo che quell’impresa ci lascia: la leadership non è solo capacità di raggiungere l’obiettivo, ma il modo in cui lo si raggiunge. È responsabilità, è esempio, è coerenza anche nelle condizioni più estreme. Perché si può vincere un’operazione. Ma è il modo in cui la si conduce che costruisce ciò che resta.
Ci riunimmo tutti nell’hangar del Cavour, indossando l’uniforme ordinaria estiva, in segno di rispetto e per marcare la solennità dell’evento, e guardammo il film che ricostruiva l’impresa.
Poi colsi l’occasione per condividere le mie riflessioni:
“La celebrazione dell’impresa di Alessandria ci offre l’opportunità di onorare una vittoria non solo eroica, ma anche cavalleresca, riflesso dei più alti valori militari del nostro amato Paese.
Celebrare le vittorie è importante, perché ci carica di energia, di entusiasmo, e ci consente di recuperare i nostri valori più alti, i nostri ideali. Siamo un popolo di vincitori, non di perdenti: dobbiamo averne piena convinzione. Solo così potremo conseguire successi sempre maggiori.
L’Italia è spesso più famosa per le vittorie dei singoli che per quelle della collettività. Questo accade perché il lavoro di squadra è carente, le forze sono divergenti, non puntano nella stessa direzione. Sulle nostre navi, invece, abbiamo l’equipaggio, sostenuto dallo spirito di equipaggio, che consente di allineare le energie dei singoli e di remare tutti nella stessa direzione, verso il successo.
Una delle cose più belle di questa Campagna Navale è proprio questa: riusciamo a fare squadra non solo all’interno della nostra Forza Armata, ma anche con realtà esterne, come le Infermiere Volontarie della Croce Rossa, i rappresentanti delle aziende partner e, a breve, il personale delle Onlus Operation Smile e della Fondazione Rava. È l’immagine concreta di un Sistema Paese in movimento: coeso, solidale, libero da quei contrasti e da quelle divergenze che troppo spesso compromettono anche le iniziative migliori.
Il Sistema Paese ha bisogno di risvegliarsi, di riscoprire se stesso, di ritrovare riferimenti chiari a cui ispirarsi, di interiorizzare quello spirito vincente che oggi celebriamo. Siamo stanchi di un’Italia che si percepisce perdente. Tutti noi siamo convinti che il Paese possa e debba fare meglio, che possa aspirare a un rango più elevato e a una credibilità internazionale superiore.
Noi, con il nostro sacrificio lontano dalle famiglie, con la nostra opera, con la nostra abnegazione e il nostro senso del dovere, sentiamo di appartenere e di rappresentare la parte migliore del Paese. Quella che stiamo mostrando nel corso di questa Campagna Navale, attorno al Golfo Persico e poi lungo le coste dell’Africa.
De La Penne ha dimostrato che anche con poco si può fare molto, se si ha determinazione, volontà e, soprattutto, coraggio. Il coraggio deve essere in tutti noi, deve esserci anche nel Paese, perché è ciò che consente di tentare l’intentabile, di osare l’inosabile, di compiere imprese straordinarie anche con mezzi limitati.
Si pensi a de La Penne ed al suo manipolo di uomini che, a cavalcioni dei ‘maiali’, sono riusciti a piegare in due la Royal Navy.
Dobbiamo affrontare una campagna lunga e impegnativa. Quando vi sembrerà che tutto vi crolli addosso, pensate a quegli uomini, a ciò che hanno fatto e agli ostacoli che hanno superato. Traete forza dal loro esempio, tenete duro e andate avanti: le vostre difficoltà vi sembreranno irrisorie rispetto a quelle che hanno affrontato loro”.
Quelle mie parole non erano rivolte solo a ricordare il passato. Erano un invito a viverlo nel presente. Perché l’impresa di Alessandria non appartiene alla storia.
Appartiene a chi decide di esserne all’altezza.
Condivido ciò che il mare mi ha insegnato, senza la pretesa di possedere verità assolute. Offro queste riflessioni a chi vorrà navigare con me. Chi sentirà che questa rotta gli appartiene, salga a bordo. Il mare è grande. C’è spazio per tutti quelli che hanno il coraggio di partire.
Paolo Treu
Paolo Treu
L’Ammiraglio di Squadra (aus.) Paolo Treu è ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare italiana.
“MAPPE DEL POTERE”
(https://www.linkedin.com/newsletters/mappe-del-potere-7436115065423974400/)
“LEADERSHIP”
(https://www.linkedin.com/newsletters/leadership-7430953035700391936/)
PUBBLICAZIONI
Paolo Treu è autore di molte pubblicazioni. L’ultima in ordine di tempo è intitolata “Tu sei un intero oceano in una goccia – Rompi le pareti della tua prigione”. Il ricavato della vendita del libro sarà interamente devoluto per volontà dell’autore all’Associazione MITOCON (www.mitocon.it) che opera a sostegno dei pazienti affetti da rare malattie mitocondriali che colpiscono i bambini e le relative famiglie.
