Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

La  Casa Bianca ha presentato al Congresso la proposta di bilancio 2027 che riguarda i fondi da destinare alla NASA, con un’ulteriore riduzione del budget rispetto a quello dell’anno in corso. Trump ha proposto 18,8 miliardi di dollari, che sono pari al 23% in meno delle somme precedentemente stanziate, con una diminuzione di 3,4 miliardi di dollari per la Scienza e di 1,1 miliardi per la Stazione Spaziale Internazionale.

L’elenco delle missioni che verranno cancellate sono Mars Sample Return, programma che coinvolge anche l’ESA e che mira a riportare sulla Terra campioni di suolo marziano con l’obiettivo di accrescere in modo significativo la nostra comprensione di Marte, fino al Lunar Gateway, i cui moduli sono in allestimento per il lancio, passando per missioni come VERITAS e DAVINCI, che potrebbero rivoluzionare la nostra conoscenza della topografia e del campo magnetico di Venere.

La cancellazione del Lunar Gateway avrebbe un’influenza anche sull’industria spaziale europea e italiana, dal momento che molti componenti dell’avamposto spaziale che sarà posto in orbita cislunare sono realizzati proprio in Italia. Tra questi, il modulo HALO, assemblato negli stabilimenti di Thales Alenia Space a Torino.

E il taglio più importante riguarda proprio la sospensione a tempo indefinito del progetto Lunar Gateway, la stazione spaziale che avrebbe dovuto fare da ponte tra l’orbita lunare e la sua superficie e a cui l’Europa, ma soprattutto l’Italia, stavano già contribuendo da molti anni con l costruzione dei moduli abitativi. La eventuale cancellazione definitiva del Lunar Gateway avrebbe un’influenza negativa anche sull’industria spaziale europea e italiana, dal momento che molti componenti dell’avamposto spaziale che sarebbero posti in orbita cislunare sono realizzati proprio in Italia. Tra questi, il modulo HALO, assemblato negli stabilimenti di Thales Alenia Space a Torino.

La riduzione dei fondi a disposizione della NASA, annunciata dall’Office of Management and Budget (OMB) della Casa Bianca tra la fine di aprile e l’inizio di maggio 2025, rischia di cancellare migliaia di posti di lavoro e circa una quarantina di missioni di rilevanza scientifica. Il taglio previsto per il 2026, voluto dall’amministrazione Trump, è di circa del 25%: si passerà infatti dai 24,9 miliardi di dollari a disposizione della NASA nel 2025 ai 18,8 miliardi preventivati per il 2026. Le conseguenze, dal punto di vista occupazionale, rischiano di essere particolarmente gravi: si stima infatti che i dipendenti della NASA nel 2026 saranno 11.853, contro i 17.391 attualmente in servizio. La riduzione del budget destinato ai programmi scientifici sarà ancora più drastica, con un taglio di quasi il 50% rispetto all’anno fiscale 2025.

La NASA, sembrerebbe intenzionata, dopo il 2030, a sospendere i finanziamenti per lo sviluppo di Stazioni spaziali private destinate a sostituire la Stazione Spaziale Internazionale (ISS). Dana Weigel, Program Manager della ISS, ha dovuto ammettere che in 25 anni non si sono riscontrate le scoperte scientifiche previste e tanto meno si è riscontrata la domanda di attività economiche, a fronte, invece, di costi stratosferici per il mantenimento della ISS, tanto più se come prevedeva il progetto iniziale le Stazioni sarebbero dovute essere due e non solo una, il cui mantenimento ha detto la manager “è già una sfida. Siamo su una strada che non ci sta portando dove pensavamo” – ha precisato.

L’impatto dei tagli si dovrebbe riversare anche su alcune missioni ESA, come il rover Rosalind Franklin, parte del programma ExoMars, nel quale la NASA dovrebbe fornire alcuni elementi chiave come il veicolo di lancio, dopo che lo scoppio del conflitto russo-ucraino aveva interrotto le collaborazioni tra ESA e l’agenzia spaziale russa Roskomos.

Oltre alle missioni planetarie, sembra che verrà cancellato anche un ampio numero di satelliti dedicati all’osservazione della Terra, compresi alcuni appartenenti all’Earth System Observatory, un programma satellitare con numerose applicazioni, dal monitoraggio dei cambiamenti climatici al supporto per l’ottimizzazione dei processi agricoli.

Oltre alla possibile cancellazione del Lunar Gateway, saranno probabilmente eliminati anche lo Space Launch System e la capsula Orion dopo l’allunaggio previsto di Artemis III. Al loro posto si prevede di investire un totale di 846 milioni di dollari nel progetto Commercial Moon to Mars (M2M) Infrastructure and Transportation Program, con l’obiettivo, tra gli altri, di fornire agli astronauti che saranno presenti in futuro sulla superficie di Marte un sistema di trasporto snello e riutilizzabile. Sembra, però, che l’esplorazione umana del pianeta rosso sia il vero obiettivo della NASA, dal momento che oltre un miliardo di dollari verrà destinato a progetti legati a questo obiettivo a lungo termine.

Sebbene si sia sempre immaginato che la space economy sarebbe divenuta una  fonte di business e di grandi investimenti, la NASA, visti gli scarsi risultati raggiunti, verificate le reali prospettive di un mercato commerciale per lo spazio, ha deciso di non offrire più il proprio sostegno ad aziende private interessate allo sviluppo di stazioni spaziali private e indipendenti.

Da quando Jared Isaacman è diventato Amministratore dell’Agenzia,  la questione di cosa fare con le Stazioni spaziali commerciali è diventata una delle tante criticità che ha dovuto affrontare, perché sarà molto difficile che le industrie coinvolte nella ricerca e realizzazione di prodotti per il mercato aerospaziale saranno ancora disponibili a sostenere lo sviluppo di una Stazione Spaziale dopo i recenti tagli annunciati al budget.

Le aziende oggi prevedono che la costruzione delle loro stazioni costi qualche miliardo di dollari, a cui aggiungere qualche centinaio di milioni di dollari all’anno per il funzionamento e il rifornimento e le risorse disponibili da parte della NASA non risultano più sufficienti.

La conferenza stampa di Isaacman, tuttavia, non ha dato risposte certe in questo senso. 

Del resto costruire, manutenere e lavorare a bordo di una stazione spaziale è molto oneroso, perché volta in orbita gli astronauti devono pilotare per mantenere un’orbita stabile, evitare l’impatto con i detriti spaziali sempre più numerosi, gestire il controllo termico, saper intervenire sui guasti alle apparecchiature,risolvere alcune basilari emergenze sanitarie, e oggi nessuna azienda privata possiede esperienza operativa in questi ambiti.

Tuttavia c’è unaltra annosa questione che condiziona le scelte della NASA per la ISS. La Stazione, infatti, dipende dai moduli russi che forniscono la propulsione per il mantenimento orbitale, per il supporto vitale e per il controllo dell’assetto: è come dire il Segmento Orbitale Russo  è il centro strategico operativo della ISS, perché gli USA dai tempi dello Skylab, cioè dal 1979, hanno perso la capacità di gestire una stazione spaziale autonomamente gli Stati Uniti. Ecco perché oggi la NASA punta a chiedere a un unico fornitore di realizzare un modulo “core”, in grado cioè di reggere qualsiasi altro modulo attraccabile. Nei fatti, Voyager, Blue Origin eVastSpace, hanno progettato da sempre Stazioni “a volo libero” perché non vorrebbero attraccare sulla ISS soprattutto per non sottoporsi al rigoroso processo di certificazione per operare una simile manovra che impone paletti tecnologici rigorosi e complessi.

Negli Stati Uniti, in realtà, c’è il timore che questo nuovo atteggiamento della NASA possa di fatto favorire la privata Axiom Space, che sta costruendo il modulo principale PPTM, Payload Power Thermal Module, e del resto, Axiom ha già un contratto con la NASA per agganciare il PPTM alla ISS entro un paio d’anni.

Nel 2021 l’industria italiana, sulla base di un accordo preso dal Governo, ha siglato proprio con Axiom un contratto iniziale di circa110 milioni di euro per la realizzazione di due moduli pressurizzati, Habitat 1 e 2, che dovevano essere consegnati dopo due o tre anni. Ma nel 2024 la NASA e Axiom decisero di cambiare la sequenza di assemblaggio e di non partire più con Habitat, ma con PPTM.

I moduli italiani, tuttavia, potrebbero trasformarsi da criticità per la mancanza di risorse necessarie alla loro realizzazione a un’opportunità strategica, non tanto per l’Agenzia Spaziale Europea che in questo contesto, al momento, sembra impreparata, quanto proprio per il nostro Paese che detiene l’unica capacità tecnologica europea per la costruzione di moduli pressurizzati. 

Le Stazioni Spaziali commerciali non sono ancora un mercato sicuro e la NASA si sta orientando verso un modello unico, ibrido e modulare: per andare avanti e assicurarsi un ruolo nell’impresa spaziale occorre capacità e determinazione per cercare di diventare attori indispensabili della filiera. 

In questo nuovo contesto del mercato aerospaziale serviranno una cospicua quantità di prodotti dell’industria di settore e per la realizzazione dei quali l’Italia potrebbe sfruttare i suoi attuali legami sia con la NASA che con le Aziende aerospaziali private degli USA come Axiom, per definire standard europei e componentistica “plug-and-play” per le strutture modulari.