Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

Potrebbe anche non esserci un collegamento consequenziale, con quanto accaduto nei giorni scorsi ad Oleshky, ma rimane il fatto che, poche ore fa, Zelensky ha dichiarato di essere pronto ad incontrare Putin. Una disponibilità tanto inedita quanto importante da parte del Presidente ucraino che, a suo dire, deriva dalla consapevolezza che continuare a lasciare il pallino in mano alle rispettive delegazioni non stia sortendo alcun effetto, per cui si rende necessario un negoziato diretto al massimo livello, in modo da cercare di risolvere i principali problemi, le cui soluzioni risalgono esclusivamente alle decisioni apicali.

Tutto questo, che peraltro è ancora nell’alveo delle intenzioni, è arrivato dopo il buon successo della brevissima tregua, concordata dai due avversari, per portare soccorso alla cittadina di Olenshky, centro sulla riva sinistra del fiume Dniepr occupato dai Russi sin dalle prime fasi dell’aggressione, proprio di fronte a Kherson, ancora in mano agli Ucraini. Prima della guerra contava circa 24 mila abitanti, ora sono ridotti a non più di un paio di migliaia.

Anche se costellata da reciproche accuse di violazioni, la sospensione delle operazioni militari ha consentito sia l’ingresso di aiuti umanitari, indispensabili per la sopravvivenza di una popolazione ormai allo stremo sia l’evacuazione della gente che ha voluto andar via che, comunque, è stata meno del 50%.

Si è trattato di un fatto di estrema importanza, un palpito di umanità in una guerra feroce che, senza esclusione di colpi, viene combattuta dalla povera gente nel fango e nel sangue, mentre chi potrebbe farla finire, ormai da anni, passa da un meeting all’altro, sull’onda di un fiume di denaro che, però, non si sa esattamente dove vada a finire.

Una tregua breve e circoscritta a Olonshky, ma che almeno ha consentito di sopravvivere a centinaia di civili intrappolati da molto tempo in condizioni estreme, le stesse in cui versano anche altre località in zona di guerra che, come dichiarato dall’Arcivescovo di Kiev, necessiterebbero di analogo trattamento.

La paternità di questo piccolo successo di pace è stata attribuita dal Presidente Trump alla consorte Melania che, secondo la Casa Bianca, avrebbe giocato un ruolo fondamentale nei contatti tra le due parti e nella mediazione che ha portato al cessate il fuoco temporaneo.

Un coinvolgimento della First Lady USA nel conflitto russo-ucraino già avviato da tempo e soprattutto rivolto al dramma dei minori ucraini, separati dalle famiglie a causa della guerra.

Pertanto, che Melania Trump abbia avuto parte a quanto successo ad Olonshky non sussistono dubbi, visto che anche Mosca si è affrettata a riconoscerne il contributo, attraverso una dichiarazione addirittura di Dmitri Peskov, portavoce di un Putin che sta cercando di consolidare il suo rapporto preferenziale con il Tycoon.

Tuttavia, non va assolutamente sottovalutata un’altra azione, sviluppata con meno enfasi, ma finalizzata allo stesso scopo, condotta dal Vaticano, con l’impegno personale del Papa, che ha telefonato ai due Leader in guerra, esponendosi direttamente con loro, senza intermediari.

Papa Leone XIV, che sembra sempre più assumere l’immagine di “acqua cheta che rompe i ponti”, dal suo letto dell’Ospedale Gemelli di Roma, il 16 ottobre ha chiamato Putin, esprimendogli tutta la sua preoccupazione per la situazione umanitaria di Olenshky ricevendo, oltre agli auguri di pronta guarigione, una disponibilità di massima da parte russa di coordinarsi con la Santa Sede, per un intervento di soccorso alla popolazione. Tre giorni dopo è stata la volta di Zelensky, a cui il Pontefice ha prospettato la stessa esigenza.

La differenza tra i due contatti telefonici è quella che, mentre con il leader russo Leone XIV si è sentito solo due volte (la prima nel 2025), con quello ucraino invece si è trattato di uno degli innumerevoli contatti intercorsi con lui nei primi 17 mesi di pontificato, segno inequivocabile del diverso approccio che il Papa ha riservato alle due parti.

Premesso che la cosa importante di tutto è stato il soccorso portato alla popolazione sofferente da anni, se si vuole tuttavia capire quale delle due azioni sia stata quella realmente efficace, basta soffermarsi sulla trionfale dichiarazione di Trump per l’operato della moglie, con cui ha anche indicato nel 29 ottobre l’avvio della tregua, mentre Mosca ha invece annunciato, subito dopo, che l’avrebbe iniziata il 27.

D’altra parte, l’intervento diretto del Papa è stata solo la punta dell’iceberg della diplomazia vaticana, che sono mesi che si sta muovendo sommessamente, ma senza interruzioni, sostanzialmente su tre piani strettamente coordinati ed armonizzati. Quello base, che è fondamento per gli altri, è quello umanitario, che trova nell’operato del Nunzio Apostolico Visvaldas Kulbokas, che agisce direttamente da Kiev, il suo animatore principale, che si basa sul mandato, già delineato da Papa Francesco e confermato da Leone, che deve assolvere la mission “salvare vite umane dove la politica fallisce”.

Un teorema che riguarda anche il livello diplomatico del Vaticano, che ha nel Cardinale Zuppi il suo interprete principale che, dal 2023, si muove con discrezione presso le varie Cancellerie maggiormente coinvolte (USA, Cina, Ucraina), interloquendo direttamente con i Leader, ad eccezione di Putin, che ha delegato ad altri i contatti con l’Alto Prelato.

Probabilmente perché il nr.1 russo, che è l’unico leader che quotidianamente deve fare i conti con un rappresentante religioso (il Patriarca ortodosso Kirill), con cui ha attivato una salda alleanza “trono – altare”, sa perfettamente che un impegno preso con la religione ha un peso specifico tale, da non ammettere deroghe.

Nonostante questo, il Cardinale Zuppi si è mosso negli ultimi mesi tra Kiev e Mosca, sia per assolvere i suoi compiti per lo scambio di prigionieri ed il ricongiungimento dei bambini ucraini con le famiglie sia per preparare il terreno per conseguire risultati maggiori, mediante l’intervento diretto del Papa, che costituisce il terzo livello della diplomazia vaticana. 

Un coinvolgimento questo che, però, deve essere praticamente quasi come “un rigore a porta vuota”, perché la credibilità papale non deve essere mai messa a rischio. E Melania permettendo, è quanto deve essere successo con la tregua di Olenshky che, a detta sempre di Leone XIV, dovrebbe costituire solo un primo passo significativo sulla strada dell’agognata pacificazione generale, perché le due parti in conflitto hanno dimostrato di poter trovare un punto di incontro.

In quest’ottica si potrebbe collocare l’annuncio di queste ore di Zelensky, in merito ad un vertice trilaterale USA-Russia-Ucraina entro la prossima settimana, dopo aver avuto un colloquio, da lui definito “dettagliato”, con gli inviati americani Witkoff e Kushner. 

Questo mentre un consesso internazionale, con Stati Uniti, UE, Francia, UK, Germania, NATO e Banca Mondiale hanno già discusso per un piano di ricostruzione.

“E’ necessario un ritmo massimo di intensità nelle negoziazioni per porre fine a questa guerra il più rapidamente possibile”. Queste sono state le parole del Presidente ucraino, pur non dimenticando di chiedere altri sistemi di Difesa aerea Patriot, anche perché i Russi stanno continuando a colpire gli assetti energetici ucraini e l’inverno è ormai alle porte.

Quindi, questa forte ispirazione di pace del Leader di Kiev potrebbe indurre a pensare che, nonostante riesca ancora ad arrivare con i suoi droni su obiettivi in Russia, l’Ucraina sia in grosse difficoltà sia operative che strategiche, per cui è costretta a percorrere la via della fine del conflitto. Ma ci potrebbero essere anche motivazioni più personali di Zelensky, che appare sempre più in difficoltà sul fronte interno, anche alla luce degli ultimi eventi dei giorni scorsi, relativi alle prigioni poco umanitarie scoperte nella Capitale, che contribuiscono a compromettere ulteriormente la sua già traballante popolarità, per cui rilanciare sul processo di pace potrebbe essere l’unica alternativa di sopravvivenza politica che gli rimane. 

E la tregua di Olenshky potrebbe costituire una buona base di partenza.

Generale Marcello BELLACICCO

Autore del Libro “Noi ci abbiamo creduto” – Diario di 6 mesi di missione in Afghanistan

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Esperto di Politica Internazionale di cui parla sul suo Canale Youtube “Free

Mind”Disponibile su https://youtube.com/@freemindita?si=3NIJrMVgCbS5tAd1