La coscienza, l’oceano nascosto in ogni goccia e il nostro rapporto con ciò che non sappiamo vedere. Riflessioni nate da un’intervista inedita all’artista Antonio Sammartano.
Antonio Sammartano, artista e amico, mi ha fatto leggere una lunga intervista rimasta finora inedita. Tra le molte riflessioni sulla pittura, sulla materia e sul significato dell’arte, una frase ha attirato particolarmente la mia attenzione:
«Un quadro, per me, non è soltanto qualcosa che si guarda. È qualcosa attraverso cui si può guardare.»
Mi sono soffermato su queste parole perché contengono una distinzione che va ben oltre il mondo artistico.
Siamo abituati a considerare lo sguardo come uno strumento per conoscere ciò che abbiamo davanti. Osserviamo, riconosciamo, classifichiamo. E spesso crediamo che, dopo aver attribuito un nome a qualcosa, abbiamo anche imparato a comprenderla.
Ma vedere non significa necessariamente comprendere. E comprendere non significa sempre riuscire a spiegare.
L’arte può introdurre una pausa in questo meccanismo. Può costringerci a riconoscere che la realtà non si esaurisce nella rappresentazione che siamo riusciti a costruirne.
Non perché custodisca necessariamente verità misteriose, ma perché mette in discussione la pretesa di aver già visto tutto ciò che merita di essere visto.
Un quadro non è un enigma da risolvere
Sammartano sviluppa la propria ricerca soprattutto attraverso l’astrazione. Non considera questa scelta un allontanamento dalla realtà, ma una possibilità di esplorarla senza essere vincolato alla rappresentazione di oggetti e figure riconoscibili.
È una distinzione importante.
Davanti a un dipinto figurativo siamo spesso portati a cercare qualcosa che conosciamo: un volto, un paesaggio, una scena. Davanti a un’opera astratta possiamo sentirci disorientati, perché vengono meno molti dei riferimenti abituali.
La prima reazione, talvolta, è chiedersi che cosa rappresenti. E, se non troviamo una risposta, concludiamo di non aver capito.
Ma siamo sicuri che comprendere un’opera significhi necessariamente identificarne il soggetto o ricostruire esattamente l’intenzione dell’artista?
Sammartano scrive:
«L’opera non deve necessariamente essere decifrata. Può essere abitata.»
Abitare un’opera significa concedersi il tempo di incontrarla. Osservare come un colore dialoga con un altro, come una linea modifica l’equilibrio di una superficie, come la materia conserva la traccia di un gesto.
Significa anche ascoltare ciò che quell’esperienza suscita dentro di noi, senza pretendere che tutti debbano provare le stesse emozioni.
Questo non autorizza a proiettare sul quadro qualunque significato. L’opera possiede una propria struttura, nasce da scelte e da un lavoro concreto. Ma il suo incontro con lo spettatore può generare qualcosa che non appartiene esclusivamente né all’artista né a chi guarda.
Ed è qui che l’arte diventa particolarmente interessante per chi, come me, si interroga da tempo sulla natura della coscienza.
Un quadro esiste materialmente anche quando nessuno lo osserva. Ma l’esperienza che ne facciamo nasce dalla relazione tra ciò che abbiamo davanti e la nostra interiorità.
Due persone possono trovarsi davanti alla stessa opera e viverla in modi profondamente differenti. La materia è la stessa; non lo sono le memorie, le emozioni, le esperienze e le domande di chi la incontra.
L’opera, dunque, non ci rivela soltanto qualcosa dell’artista. Può diventare un’occasione per scoprire qualcosa di noi stessi.
L’oceano nascosto in ogni essere umano
Nel mio primo libro, Tu sei un intero oceano in una goccia – Rompi le pareti della tua prigione, ho scelto un’immagine che continua ad accompagnare le mie riflessioni.
Non siamo soltanto una piccola goccia dispersa nell’immensità dell’oceano. Possiamo immaginare che ciascuno di noi custodisca una profondità intimamente connessa a qualcosa di immensamente più vasto.
Quell’immagine non nacque da un semplice esercizio letterario. Anni prima, durante un’emergenza in volo, avevo vissuto un’esperienza straordinaria nella quale mi era sembrato di osservare il mio corpo dall’esterno. Fu un evento che modificò profondamente il mio modo di percepire l’esistenza e che mi spinse a interrogarmi sulla coscienza e sui confini dell’identità personale.
Non pretendo di ricavarne una spiegazione valida per tutti. Ma sarebbe altrettanto artificioso ridurne il significato a una suggestione passeggera. Esistono esperienze che continuano a interrogarci molto tempo dopo essere terminate, perché cambiano il modo in cui guardiamo noi stessi e ciò che ci circonda.
Da quella ricerca è maturata una visione filosofica e spirituale nella quale la goccia rappresenta la nostra coscienza individuale, mentre l’oceano rappresenta una possibile interiorità dell’universo, della quale potremmo essere espressioni distinte e intimamente connesse.
In questa prospettiva, il soggetto che vive l’esperienza non si identifica semplicemente con il corpo considerato isolatamente. Il corpo è lo straordinario tramite biologico attraverso il quale la coscienza incontra il mondo fisico, ne percepisce le caratteristiche e vi agisce. Non un involucro privo di importanza, ma lo strumento vivente che rende possibile una particolare forma di esperienza.
La domanda che questa immagine suscita è affascinante: potrebbe la nostra interiorità essere qualcosa di più della sola immagine che costruiamo di noi stessi attraverso il corpo, i ruoli e la memoria?
Qualunque sia la risposta, esiste un dato della nostra esperienza quotidiana che merita attenzione.
Ognuno di noi custodisce pensieri mai espressi, ricordi che continuano ad agire, paure che non mostra, capacità che forse non ha ancora scoperto. Esiste una parte della nostra esperienza che nemmeno le persone più vicine potranno conoscere completamente.
Nel mio secondo libro, Impronte sulla sabbia, ho scelto di proseguire questa ricerca attraverso una strada diversa: quella del romanzo filosofico.
Non volevo semplicemente trasferire le mie convinzioni nei dialoghi di alcuni personaggi. Volevo metterle a confronto con altre sensibilità, con obiezioni e domande alle quali nemmeno chi ha vissuto a lungo può pretendere di possedere tutte le risposte.
Andrea cerca spiegazioni e non si accontenta di analogie suggestive. Giulia esplora anche attraverso la musica ciò che fatica a esprimere con le parole. Nessuno, l’anziano che incontrano lungo il loro cammino, porta con sé un patrimonio di esperienze, ma deve a sua volta imparare ad ascoltare e a rimettersi in discussione.
In uno dei momenti musicali del racconto, una nota inattesa diventa per Giulia l’occasione per scoprire una possibilità espressiva che non aveva previsto. La musica che nasce da quell’esperienza suscita, in chi la ascolta, ricordi e sentimenti diversi da quelli che l’avevano accompagnata mentre suonava.
È un piccolo esempio di come una creazione possa acquistare significati che vanno oltre le intenzioni di chi le ha dato vita.
In questo riconosco un punto d’incontro con Sammartano, quando afferma:
«Il mio lavoro nasce dal desiderio di trasformare la materia in uno spazio di pensiero».
La pittura e la letteratura utilizzano strumenti differenti. Il pittore lavora con il colore, la materia e lo spazio; lo scrittore con le parole, i personaggi e il tempo della narrazione. Entrambi, però, possono creare le condizioni perché il nostro sguardo incontri prospettive che non avrebbe cercato spontaneamente.
Un’opera non trasferisce integralmente l’esperienza interiore di chi l’ha creata a chi la incontra. Ma può rendere percepibile qualcosa che, senza quella forma espressiva, sarebbe rimasto confinato nell’interiorità di una sola persona.
Forse è proprio questa una delle possibilità più preziose dell’arte: permettere a due mondi interiori di avvicinarsi senza cancellare ciò che li rende differenti.
Ed è quando questa possibilità incontra la vita concreta che diventa particolarmente impegnativa.
Se riconosciamo la complessità della nostra interiorità, perché fatichiamo tanto ad ammettere che una profondità altrettanto grande possa appartenere agli altri?
Quante volte giudichiamo una persona attraverso un comportamento, una frase, una posizione sociale, un’appartenenza?
Naturalmente, questo non significa rinunciare a giudicare le azioni, soprattutto quando producono conseguenze negative. Significa riconoscere che giudicare un’azione non equivale ad aver compreso interamente la persona che l’ha compiuta.
Esiste una differenza enorme tra valutare ciò che qualcuno fa e pretendere di sapere definitivamente chi sia.
Forse l’arte può aiutarci proprio in questo.
Davanti a un quadro che non comprendiamo, possiamo scegliere di liquidarlo con un giudizio immediato oppure concedergli attenzione, cercando di cogliere ciò che inizialmente ci sfugge.
Nelle relazioni umane accade qualcosa di simile, con una differenza fondamentale: davanti a noi non abbiamo un’opera da interpretare, ma una persona da rispettare.
Ascoltarla non significa necessariamente condividerne le idee. Significa riconoscere che la nostra conoscenza di lei è inevitabilmente incompleta.
L’arte non ci rende automaticamente più sensibili o più giusti. Può però esercitare una capacità preziosa: sospendere il giudizio abbastanza a lungo da permettere alla comprensione di cominciare.
E non è poco, in una società nella quale siamo sempre più sollecitati a prendere posizione prima ancora di aver ascoltato.
Le porte quantistiche e i confini della conoscenza
Nell’intervista Sammartano utilizza un’espressione particolarmente suggestiva per descrivere alcuni suoi dipinti: «porte quantistiche».
È una metafora che egli stesso definisce filosofica e poetica. Non intende descrivere un fenomeno fisico, ma evocare una soglia attraverso la quale la percezione può aprirsi a possibilità inattese.
Una porta separa e, nello stesso tempo, mette in comunicazione. Possiede una struttura materiale, ma il suo significato più profondo risiede nella possibilità di attraversarla.
Qualcosa di simile può accadere davanti a un quadro.
Il colore, il segno e la materia appartengono al mondo fisico. Eppure, incontrando la coscienza di chi li osserva, possono diventare esperienza, emozione, memoria, intuizione. Una superficie limitata può evocare uno spazio che non riusciamo a circoscrivere; una forma astratta può suscitare un sentimento che nessuna figura riconoscibile avrebbe saputo esprimere nello stesso modo.
La soglia, allora, non è soltanto nell’opera. È anche nel nostro modo di incontrarla.
Ma potrebbe esserci qualcosa di ancora più significativo.
La materia utilizzata dall’artista diventa il mezzo attraverso il quale un’esperienza interiore acquista una forma accessibile ad altri. Chi osserva non riceve passivamente quell’esperienza: la incontra attraverso la propria sensibilità, i propri ricordi, la propria capacità di immaginare.
L’opera può così diventare uno spazio di relazione tra interiorità differenti.
In questo senso, l’immagine delle porte di Sammartano acquista una forza particolare. Il quadro non è soltanto un oggetto che osserviamo, ma una possibilità di incontro. Qualcosa prende forma nella coscienza dell’artista, attraversa la materia e diventa occasione di una nuova esperienza nella coscienza di un altro essere umano.
Non si tratta di due esperienze identiche. E forse proprio questa differenza rende il processo tanto interessante.
L’artista non può stabilire in anticipo tutto ciò che la sua opera susciterà. Lo spettatore, a sua volta, non potrà mai conoscere completamente ciò che l’artista ha vissuto mentre la creava.
Ma tra i due può nascere una relazione autentica.
Questa interpretazione mi interessa profondamente perché si collega a un interrogativo che accompagna da tempo il mio percorso: quanto della realtà rimane fuori dalla nostra esperienza abituale, non soltanto perché non possediamo gli strumenti per osservarlo, ma perché continuiamo a interpretare il mondo attraverso schemi che raramente mettiamo in discussione?
I nostri sensi ci consentono di percepire direttamente soltanto una parte dei fenomeni fisici. La scienza ha ampliato enormemente questi confini, rivelandoci aspetti dell’universo che per millenni erano rimasti inaccessibili.
Ma la coscienza introduce una domanda ulteriore.
Noi non ci limitiamo a registrare informazioni. Facciamo esperienza del mondo. Proviamo emozioni, attribuiamo significati, ricordiamo, immaginiamo. Esiste un sentire in prima persona che accompagna la nostra esistenza e che continua a sollevare interrogativi profondi, anche alla luce dei progressi delle neuroscienze.
Un dipinto può essere descritto attraverso i suoi materiali, le tecniche utilizzate, la composizione e la storia. Tutto questo è importante. Ma conoscere ogni proprietà fisica dell’opera non equivale ancora a vivere l’esperienza che essa può suscitare.
Non perché quell’esperienza sia estranea alla natura, ma perché il nostro rapporto con la realtà comprende anche una dimensione soggettiva.
La porta, dunque, non ci invita a fuggire dalla realtà. Ci chiede piuttosto di riconoscere quanto possa essere profondo l’incontro tra la materia che osserviamo e la coscienza che ne fa esperienza. E ci prepara a una domanda ulteriore: che posto occupa questa interiorità nella realtà stessa alla quale apparteniamo?
E se anche l’universo avesse un’interiorità?
Sammartano descrive l’universo come una realtà attraversata da relazioni, forze e trasformazioni continue. La sua pittura cerca di evocare questa dimensione attraverso il colore, il movimento e le tensioni della materia.
Non cerca di tradurre formule scientifiche in immagini. Cerca di dare forma a una percezione dell’esistenza nella quale ciò che appare separato può essere riconosciuto come parte di una trama più ampia.
Qui la sua ricerca incontra una domanda che considero tra le più profonde della mia personale riflessione filosofica.
Se siamo parte dell’universo e siamo capaci di coscienza, che cosa ci autorizza a considerare la nostra interiorità qualcosa di radicalmente estraneo alla natura della realtà dalla quale proveniamo?
Il nostro corpo appartiene allo stesso mondo materiale che osserviamo. Eppure, attraverso di esso, viviamo qualcosa di straordinario: l’esperienza soggettiva di esistere.
Possiamo conoscere, scegliere, immaginare ciò che non abbiamo mai visto. Possiamo perfino interrogarci sulla natura della coscienza che rende possibili queste esperienze.
Ma che cos’è, in fondo, questo soggetto che sente, conosce e si interroga?
Nella prospettiva filosofica che sento più vicina, la coscienza individuale non sarebbe semplicemente un prodotto del corpo. Sarebbe la goccia: un’interiorità irripetibile, connessa a quell’oceano che immagino come possibile dimensione interiore dell’universo. Il corpo rimarrebbe il tramite vivente attraverso il quale ciascuna goccia incontra e sperimenta il mondo fisico.
Non è una spiegazione acquisita: il rapporto tra coscienza e corpo resta una questione aperta. Ma proprio questa distinzione permette di formulare una domanda più audace.
E se ciascuna coscienza individuale fosse un modo attraverso il quale l’universo fa esperienza di sé?
Non una coscienza indistinta che annulla le differenze, ma una molteplicità di soggetti, ciascuno capace di incontrare la realtà da una posizione unica.
Un essere umano, un altro essere vivente, ogni forma di esperienza soggettiva – là dove esiste – potrebbe rappresentare una prospettiva diversa sul medesimo universo.
L’individualità non sarebbe allora un ostacolo all’appartenenza, ma la condizione stessa della varietà delle esperienze.
Un oceano senza onde non avrebbe la stessa ricchezza di forme. E nessuna onda, per quanto parte del medesimo mare, percorre esattamente il cammino di un’altra.
Potremmo spingerci ancora oltre.
Se esistesse una dimensione interiore dell’universo alla quale le coscienze individuali appartengono, sarebbe possibile immaginare che le loro esperienze contribuiscano in qualche modo alla conoscenza del tutto?
L’universo non sarebbe soltanto una realtà che produce esseri capaci di conoscerlo, ma anche una realtà che, attraverso di essi, esplora differenti possibilità di esperienza.
È un’immagine che mi affascina profondamente.
Non so se abbia senso attribuire all’universo una volontà di conoscere, né quale relazione potrebbe esistere tra le esperienze individuali e una presunta interiorità universale. Sono domande che questa prospettiva apre, non difficoltà che possiamo considerare già superate.
Ma proprio perché non possediamo risposte definitive, possiamo continuare a interrogarci senza rinunciare alla profondità delle intuizioni.
È a questo punto che l’arte torna a interrogarci, ma su un piano diverso da quello dell’incontro tra artista e spettatore.
Se ogni coscienza fosse una prospettiva irripetibile di una realtà più ampia, la diversità delle esperienze suscitate da una stessa opera non sarebbe un limite da superare, ma una ricchezza da riconoscere. Nessuno potrebbe esaurire da solo le possibilità di significato di quell’incontro. E ogni nuovo sguardo potrebbe far emergere qualcosa che prima non esisteva.
Potrebbero esperienze così diverse contribuire, in qualche modo, anche all’interiorità dell’universo alla quale immaginiamo di appartenere? Non lo sappiamo. Ma la domanda nasce da ciò che l’arte rende concretamente percepibile: un’opera resta una, mentre le esperienze che può generare sono molteplici.
Forse l’arte è uno dei luoghi nei quali possiamo intuire che essere individui non significa necessariamente essere separati.
Sammartano non sostiene che l’universo possieda una coscienza, né le sue opere dimostrano la mia prospettiva filosofica. La sua ricerca ha una propria autonomia. Proprio per questo il dialogo è fecondo: quando concepisce il quadro come una soglia tra materia e pensiero, tra visibile e invisibile, ci offre un’esperienza artistica capace di alimentare domande più grandi senza imporre una risposta.
Forse non dobbiamo cercare necessariamente altrove ciò che chiamiamo mistero.
Forse una parte del mistero è già qui, nel fatto stesso che esistiamo, sentiamo e possiamo entrare in relazione con altre interiorità.
E forse l’arte ci aiuta a riconoscerlo senza pretendere di esaurirlo.
Non è una risposta definitiva. Ma non tutte le domande profonde nascono per essere chiuse.
Alcune servono ad allargare l’orizzonte entro il quale continuiamo a cercare.
Il valore di un’opera e il prezzo che le attribuiamo
C’è un altro punto dell’intervista che merita di essere considerato.
Sammartano non rifiuta il sistema dell’arte, il mercato o il collezionismo. Riconosce che queste realtà possono sostenere il lavoro degli artisti e favorire la diffusione delle opere. Ma introduce una distinzione fondamentale:
«Il mercato può attribuire un prezzo all’opera, ma non può esaurirne il significato.»
È una riflessione che riguarda molto più dell’arte.
Abbiamo progressivamente imparato a misurare il valore delle cose, e talvolta delle persone, attraverso ciò che può essere contato: denaro, visibilità, riconoscimenti, numero di seguaci, posizioni raggiunte.
Sono indicatori che possono avere una loro utilità. Ma nessuno di essi è sufficiente a descrivere il valore di un’esistenza.
Allo stesso modo, il prezzo di un dipinto non può dirci quale esperienza produrrà in chi lo osserverà.
Un’opera poco conosciuta può lasciare un segno profondo nella vita di qualcuno. Un’opera celebrata può non suscitare alcuna particolare emozione in un altro spettatore. Questo non dimostra che una sia necessariamente migliore dell’altra. Dimostra quanto sia difficile ridurre il significato artistico a una misura unica.
La questione diventa ancora più attuale in un’epoca nella quale le immagini vengono prodotte, riprodotte e diffuse con una velocità senza precedenti.
L’intelligenza artificiale amplia ulteriormente queste possibilità. Non considero questo sviluppo necessariamente una minaccia per l’arte. Ma credo renda ancora più importante distinguere la disponibilità delle immagini dalla capacità di soffermarci su di esse.
Possiamo vedere migliaia di immagini senza averne veramente incontrata nessuna.
Il problema, allora, non è soltanto quanto vediamo. È quanta attenzione siamo ancora disposti a dedicare a ciò che incontriamo.
Quando l’arte esce dallo studio
Sarebbe però riduttivo fermarsi all’esperienza individuale dello spettatore.
Nel percorso di Sammartano esiste un aspetto che considero particolarmente significativo: il tentativo di trasformare la ricerca artistica in un’occasione di crescita culturale condivisa.
A Trapani ha contribuito, insieme ad altri artisti e operatori culturali, alla creazione di spazi espositivi e iniziative, tra cui le Biennali d’Arte Contemporanea del 2013 e del 2015, ideate con Darine Rajhi.
L’edizione del 2015, CaseMinime, curata da Mauro Lovi, riunì contributi artistici attraverso l’immagine di piccole case destinate a comporre simbolicamente una città collettiva.
Trovo interessante questa immagine perché suggerisce, anche concretamente, una distinzione: costruire un’opera è un atto creativo; costruire le condizioni affinché altri possano esprimersi significa estendere quella creatività alla vita di una comunità.
Nella sua intervista Sammartano riconosce una continuità tra il lavoro di pittore e quello di progettista culturale. Nel primo caso dà forma a un’intuizione attraverso la materia; nel secondo cerca di realizzare idee attraverso persone, spazi e relazioni.
Questo passaggio mi interessa particolarmente.
Perché una consapevolezza che rimane interamente confinata nel nostro mondo interiore rischia di non modificare nulla nella vita di chi ci circonda.
Possiamo contemplare la bellezza, interrogarci sui grandi misteri dell’esistenza, riconoscere la straordinaria complessità della coscienza. Ma quale valore assume tutto questo se continuiamo a ignorare le persone che abbiamo accanto?
Per me, il valore della consapevolezza si misura anche attraverso le conseguenze delle nostre azioni nella vita degli altri: nell’ascolto che offriamo, nel rispetto che dimostriamo, nelle opportunità che contribuiamo a creare.
Non è necessario essere artisti per trasformare un’intuizione in qualcosa di utile agli altri.
Possiamo farlo attraverso l’insegnamento, il lavoro, l’educazione, il dialogo tra generazioni, la disponibilità a creare opportunità che non siano riservate soltanto a noi stessi.
In fondo, anche questa è una forma di creatività: contribuire a rendere possibile qualcosa che prima non esisteva.
La porta più difficile da attraversare
Vorrei tornare alla frase dalla quale sono partito.
Un quadro non è soltanto qualcosa che guardiamo. Può diventare qualcosa attraverso cui impariamo a guardare.
Credo che questa intuizione contenga una lezione importante.
L’arte può metterci davanti ai limiti delle nostre conoscenze, mostrarci quanto sia complessa la nostra esperienza interiore e suggerirci domande che non possiedono risposte immediate.
Può perfino accompagnarci verso interrogativi filosofici sulla coscienza e sul nostro rapporto con l’universo.
Ma il suo contributo forse più prezioso riguarda qualcosa di molto vicino.
Il modo in cui guardiamo gli altri.
Non so se l’universo possieda una propria interiorità. So, però, che ogni essere umano che incontro custodisce un mondo interiore che non potrò mai conoscere completamente.
È già una vastità sufficiente a impegnarci per tutta la vita.
Quando parlo di un intero oceano contenuto in una goccia, penso proprio a questo: alla necessità di non ridurre mai una persona a ciò che di lei riusciamo a vedere.
Forse l’arte non ci rende automaticamente migliori. Ci offre però un’occasione per diventarlo.
Il resto dipende da ciò che facciamo quando ci allontaniamo dal quadro e torniamo alla nostra vita.
Perché la porta più difficile da attraversare potrebbe non essere quella che conduce verso dimensioni sconosciute dell’universo.
Potrebbe essere quella che ci separa dall’interiorità di un altro essere umano.
E la domanda, allora, non è soltanto se abbiamo imparato a guardare un’opera d’arte.
È se siamo ancora capaci di guardare una persona senza presumere di averla già compresa.

Paolo Treu
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Invito chi fosse interessato agli insegnamenti che mi ha regalato una vita ricca di esperienze e sfide a leggere il mio primo libro “Tu sei un intero oceano in una goccia – Rompi le pareti della tua prigione”. I proventi, al netto di tasse e spese, sono interamente devoluti a Mitocon OdV, organizzazione impegnata nel sostegno ai pazienti affetti da gravi malattie mitocondriali.
