Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

Il dibattito nato negli ultimi giorni su Europa, alleanze e crisi internazionali mi ha spinto a sviluppare questa riflessione nella nuova newsletter di Mappe del Potere.

Nella riflessione geopolitica siamo abituati a ragionare soprattutto in termini di avversari e di minacce. È comprensibile, perché la percezione del pericolo esterno è ciò che più facilmente mobilita le nazioni, orienta le strategie e giustifica la costruzione delle alleanze. Molto più raramente, invece, si affronta una questione che nella storia delle relazioni internazionali si è rivelata spesso altrettanto decisiva: che cosa accade quando il problema non sono più soltanto i nemici, ma anche gli alleati?

Le alleanze non sono rapporti eterni né automatici. Nascono dall’incontro tra interessi convergenti, da equilibri di potere e, almeno nella rappresentazione politica che ne viene fatta, da valori comuni. Tuttavia la storia dimostra che quando questi elementi iniziano a divergere le alleanze possono progressivamente trasformarsi da strumenti di sicurezza in fattori di instabilità. È una dinamica che raramente viene riconosciuta in tempo, perché ammettere che un’alleanza stia diventando problematica significa mettere in discussione l’intera architettura strategica su cui si è costruita la propria politica internazionale.

Eppure è proprio questo il punto che oggi l’Europa dovrebbe avere il coraggio di affrontare.

Prima di discutere di autonomia strategica, di difesa comune o di nuovi equilibri internazionali, il vecchio continente dovrebbe compiere un passaggio preliminare molto più difficile: fare un serio esame di coscienza sulle scelte compiute negli ultimi anni. Senza questo passaggio qualsiasi riflessione sul futuro rischia di rimanere incompleta, perché senza riconoscere gli errori non è possibile correggere la rotta.

Il deterioramento del rapporto con la Russia

Una parte significativa della crisi strategica che oggi attraversa l’Europa nasce dalla gestione del rapporto con la Russia negli ultimi anni. Per lungo tempo il continente europeo ha accettato – spesso senza metterla realmente in discussione – una linea politica e strategica fortemente influenzata dagli Stati Uniti che ha portato a un progressivo irrigidimento delle relazioni con Mosca e a una crescente contrapposizione geopolitica nello spazio post-sovietico.

Non si tratta di attribuire responsabilità in modo semplicistico. La storia delle crisi internazionali è sempre complessa e raramente può essere ridotta a una narrazione manichea nella quale da una parte ci sono i colpevoli e dall’altra gli innocenti. Tuttavia il risultato finale di questa dinamica è sotto gli occhi di tutti: un conflitto devastante nel cuore dell’Europa.

La guerra in Ucraina rappresenta la più grave frattura strategica del continente dalla fine della Seconda guerra mondiale. È una tragedia per il popolo ucraino, ma è anche il segnale di un fallimento politico e strategico che riguarda l’intero sistema di sicurezza europeo. Il vero dramma è che si tratta di una guerra che avrebbe potuto – e soprattutto dovuto – essere evitata. I Paesi che avrebbero dovuto dimostrare la maturità politica, l’umanità e la responsabilità necessarie per impedirla hanno invece preferito voltarsi dall’altra parte.

Una guerra che ha trasformato l’Europa

Il conflitto ucraino ha certamente inflitto danni enormi alla Russia. Tuttavia le conseguenze di questa guerra non si sono limitate a Mosca. L’intero continente europeo ne è stato profondamente trasformato, e non sempre nel senso che molti osservatori avevano previsto.

L’Europa ha dovuto affrontare una crisi energetica senza precedenti, con conseguenze rilevanti per il sistema industriale e per la competitività economica. Molti Paesi europei hanno dovuto ridefinire in tempi rapidissimi le proprie catene di approvvigionamento energetico e questo processo ha comportato costi economici e politici molto elevati.

Parallelamente si è rafforzata la dipendenza strategica dell’Europa dagli Stati Uniti in diversi settori chiave:

  • sicurezza militare
  • approvvigionamento energetico
  • tecnologia e difesa.

In altre parole, la guerra ha certamente indebolito Mosca, ma allo stesso tempo ha reso l’Europa più fragile e più dipendente. Questo è un dato che oggi appare sempre più evidente e che finisce inevitabilmente per mettere in luce il doppio vantaggio strategico che gli Stati Uniti hanno ricavato da questa crisi.

Il cambio alla Casa Bianca

Quando negli Stati Uniti si è verificato il cambio di amministrazione, molti osservatori europei hanno pensato che potesse aprirsi una fase diversa. Lo stesso Donald Trump ha più volte riconosciuto che alcune scelte politiche del passato avevano contribuito ad alimentare la crisi che ha portato al conflitto ucraino, lasciando intendere la possibilità di una revisione della strategia occidentale.

Sembrava possibile immaginare una fase di riduzione delle tensioni e di ricerca di un nuovo equilibrio internazionale. Tuttavia gli sviluppi successivi hanno mostrato una realtà molto più complessa.

La nuova frattura transatlantica

L’Europa si è trovata di fronte a un alleato americano sempre più determinato ad affermare i propri interessi anche nei confronti degli stessi partner europei. La guerra commerciale, le crescenti pressioni economiche e perfino la discussione sull’assetto territoriale della Groenlandia hanno reso evidente una trasformazione profonda nei rapporti transatlantici.

Quando negli Stati Uniti si è verificato il cambio di amministrazione, molti osservatori europei hanno pensato che potesse aprirsi una fase diversa. In realtà la politica estera americana è sempre stata guidata prima di tutto dalla tutela degli interessi strategici degli Stati Uniti, indipendentemente dal colore politico delle diverse amministrazioni. Ciò che è cambiato con Donald Trump non è tanto la sostanza di questa impostazione quanto il modo di dichiararla: per la prima volta un presidente americano ha espresso in modo esplicito ciò che altri avevano praticato con maggiore prudenza diplomatica.

Nel corso degli ultimi decenni gli Stati Uniti hanno perseguito i propri obiettivi strategici anche attraverso interventi militari che hanno coinvolto direttamente o indirettamente gli alleati europei. In diversi casi – dalla guerra in Iraq del 2003 alle lunghe operazioni in Afghanistan – le motivazioni inizialmente presentate all’opinione pubblica occidentale si sono rivelate nel tempo incomplete o, in alcuni casi, profondamente discutibili.

Questo non significa negare la complessità di quei contesti, ma ricorda una verità elementare della geopolitica: ogni potenza agisce prima di tutto in funzione dei propri interessi. La differenza è che Trump ha scelto di dirlo apertamente, mentre altri presidenti americani avevano preferito mantenerlo sullo sfondo del linguaggio diplomatico.

Il Medio Oriente e la crisi morale dell’Occidente

Le tensioni in Medio Oriente hanno reso questa contraddizione ancora più evidente. Le scelte militari degli Stati Uniti nei confronti dell’Iran e il sostegno alle politiche del governo israeliano hanno posto l’Europa di fronte a una contraddizione sempre più difficile da ignorare.

Da un lato l’Europa continua a presentarsi come una comunità fondata su valori universali – diritti umani, legalità internazionale, rispetto delle regole. Dall’altro si trova spesso nella posizione di sostenere o di accettare in silenzio azioni dei propri alleati che sollevano interrogativi profondi sul piano politico e morale.

Il problema non riguarda soltanto la geopolitica. Riguarda la credibilità stessa dell’Occidente, perché i valori non possono essere applicati solo contro gli avversari. Quando diventano selettivi perdono inevitabilmente la loro forza.

Il silenzio europeo

Di fronte a queste dinamiche l’Europa ha reagito soprattutto con prudenza. Molti governi hanno preferito evitare critiche troppo esplicite nei confronti degli alleati, nel timore di indebolire l’unità del blocco occidentale.

Ma nella storia il silenzio di fronte a decisioni controverse non è mai stato una posizione neutrale. È sempre stato, in una certa misura, una forma di sostegno implicito. Quando le scelte di un alleato rischiano di trascinare tutti verso crisi sempre più profonde, il silenzio diventa inevitabilmente una responsabilità politica.

In geopolitica, infatti, anche decidere di non decidere è una scelta, e spesso è la più pericolosa. Il silenzio non consente di sottrarsi alle responsabilità: al contrario, finisce quasi sempre per amplificarle, perché lascia che le decisioni altrui determinino gli eventi e le conseguenze che inevitabilmente ricadono anche su chi ha scelto di non intervenire.

E quando le conseguenze di certe scelte diventano evidenti, quel silenzio finisce spesso per trasformarsi in una forma di ricatto politico. Gli stessi alleati che hanno ignorato o calpestato le regole della consultazione tornano improvvisamente a invocare la solidarietà dell’alleanza, chiedendo agli altri di contribuire a rimediare la crisi che non hanno deciso e che spesso avevano persino cercato di evitare. È una dinamica che oggi l’Europa sta sperimentando ancora una volta.

Un’occasione che l’Europa non può perdere

Gli sviluppi più recenti della crisi mediorientale mostrano quanto fragile possa diventare anche la posizione della più grande potenza mondiale quando una decisione strategica viene presa in modo precipitato.

La scelta di colpire l’Iran ha aperto una fase di forte incertezza politica negli Stati Uniti stessi. Le divisioni interne sono diventate evidenti e la stessa leadership americana appare oggi esposta a pressioni e critiche crescenti, non soltanto da parte degli avversari politici ma anche all’interno del suo stesso campo.

In queste condizioni Washington si trova improvvisamente a chiedere solidarietà e sostegno agli alleati europei per affrontare le conseguenze di una crisi che non è stata discussa né condivisa con loro.

È proprio in momenti come questo che si misura la maturità strategica di un continente.

Per troppo tempo l’Europa ha accettato di seguire dinamiche decise altrove, limitandosi a gestire le conseguenze di scelte che non aveva contribuito a determinare. Oggi, paradossalmente, proprio la debolezza momentanea dell’alleato americano offre al continente europeo un’occasione che raramente si presenta nella storia: la possibilità di ridefinire il proprio ruolo e di ristabilire un rapporto più equilibrato all’interno dell’alleanza transatlantica.

Questo non significa rompere l’alleanza con gli Stati Uniti.

Significa, piuttosto, affermare con chiarezza che la solidarietà tra alleati non può trasformarsi in automatica adesione a decisioni prese unilateralmente.

La crisi iraniana potrebbe diventare il primo banco di prova di questa nuova consapevolezza. L’Europa non ha alcuna ragione per assumersi il peso strategico di una scelta militare che non ha contribuito a determinare e che rischia di destabilizzare ulteriormente una delle aree più sensibili del pianeta. La sicurezza dei traffici nel Golfo Persico e la gestione delle conseguenze di questa crisi devono restare innanzitutto una responsabilità di chi quella decisione ha voluto e imposto.

Allo stesso modo l’Europa non può continuare a ignorare le contraddizioni che emergono nel rapporto con altri alleati della regione, quando le loro scelte politiche e militari finiscono per mettere in discussione proprio quei principi di legalità internazionale e di rispetto dei diritti umani che l’Occidente afferma di voler difendere.

Questo passaggio storico offre dunque all’Europa una possibilità che non dovrebbe essere sprecata.

Non si tratta soltanto di prendere posizione su una crisi internazionale. Si tratta di compiere finalmente un salto politico che il continente rimanda da troppo tempo.

Perché se l’Europa vuole davvero contare nel nuovo equilibrio mondiale deve affrontare alcune questioni fondamentali:

costruire una politica estera realmente comune

sviluppare una vera integrazione industriale e tecnologica nel settore della difesa

dotarsi di capacità militari integrate sotto un comando europeo credibile

parlare con una sola voce nei grandi dossier strategici internazionali.

In altre parole, l’Europa deve decidere se vuole restare una grande area economica oppure diventare finalmente un soggetto politico e strategico.

La storia del continente, con le sue tragedie e le sue conquiste, dovrebbe averci insegnato che la maturità politica nasce proprio dalla capacità di assumersi responsabilità difficili.

Il tempo delle ambiguità è finito. Se l’Europa vuole contare nel mondo che sta emergendo, deve finalmente comportarsi come una vera potenza politica e strategica.

Condivido ciò che il mare mi ha insegnato, senza la pretesa di possedere verità assolute. Offro queste riflessioni a chi vorrà navigare con me. Chi sentirà che questa rotta gli appartiene, mi segua.

Paolo Treu

L’Ammiraglio di Squadra (aus.) Paolo Treu è ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare italiana.

“MAPPE DEL POTERE”

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 “LEADERSHIP”

(https://www.linkedin.com/newsletters/leadership-7430953035700391936/)

PUBBLICAZIONI

Paolo Treu è autore di molte pubblicazioni. L’ultima in ordine di tempo è intitolata  “Tu sei un intero oceano in una goccia – Rompi le pareti della tua prigione”. Il ricavato della vendita del libro sarà interamente devoluto per volontà dell’autore all’Associazione MITOCON (www.mitocon.it) che opera a sostegno dei pazienti affetti da rare malattie mitocondriali che colpiscono i bambini e le relative famiglie.

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