Se il leader agisce da solo, l’Alleanza non si rompe: si svuota. E l’Articolo 5 diventa un test, non una certezza.
C’è voluto un episodio tanto clamoroso quanto rivelatore per scuotere, almeno in superficie, il torpore di una parte significativa della leadership occidentale.
L’attacco di Donald Trump al Papa – un attacco tanto improprio quanto privo di sostanza, rivolto a una figura che si esprime da anni con coerenza su temi universali come la pace, la dignità umana e la responsabilità morale – ha prodotto ciò che anni di scelte strategiche discutibili non erano riusciti a generare: una reazione, seppur timida e tardiva, da parte di leader rimasti finora sorprendentemente silenti.
Ed è proprio questo il punto. Non sono mancati gli elementi per una presa di posizione. Sono mancati la volontà e, forse, il coraggio.
Negli ultimi anni, l’Europa ha subito le conseguenze di decisioni assunte oltreoceano senza un reale coinvolgimento degli alleati, spesso in aperta contraddizione con i loro interessi strategici ed economici. E tuttavia, di fronte a queste dinamiche, la risposta è stata nella maggior parte dei casi esitante, frammentata, o semplicemente assente.
Dalla gestione delle tensioni con la Russia, sfociate in una guerra che ha ridisegnato gli equilibri del continente, alla crisi mediorientale, in cui il sostegno incondizionato degli Stati Uniti ha contribuito a un’escalation dagli effetti devastanti, fino alle recenti iniziative unilaterali in scenari ad altissima sensibilità strategica come l’area del Golfo, il quadro che emerge è quello di un’alleanza sempre più sbilanciata, in cui le decisioni vengono prese da uno solo e gli altri si limitano ad adattarsi.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un Occidente che paga un prezzo crescente – economico, politico e strategico – per scelte che non controlla pienamente, e che spesso non condivide fino in fondo.
Ed è qui che il problema smette di essere contingente e diventa strutturale.
Perché quando un’alleanza continua a funzionare anche in presenza di squilibri così evidenti, la domanda non è più cosa stia facendo il leader.
La vera domanda è: perché gli altri continuano a seguirlo, anche quando sanno di pagarne il prezzo.
C’è un equivoco di fondo che attraversa gran parte del dibattito pubblico sulla NATO (North Atlantic Treaty Organization), ed è un equivoco pericoloso perché genera una percezione distorta della realtà proprio nel momento in cui quella realtà si fa più instabile e incerta.
L’idea che l’Articolo 5 rappresenti un meccanismo automatico, una sorta di interruttore che, una volta attivato, trascina tutti gli alleati in guerra senza possibilità di scelta, appartiene più alla narrazione che alla sostanza. È rassicurante, certo. Ma è anche profondamente fuorviante.
Il Trattato del Nord Atlantico non obbliga nessuno a combattere. Stabilisce invece che ogni Paese assisterà l’alleato attaccato con le modalità che riterrà necessarie, lasciando quindi spazio a una gamma di risposte che può andare dal pieno impegno militare fino a forme di supporto limitate, simboliche, o persino ambigue.
È in questa ambiguità, più che nella formulazione giuridica, che si annida la vera natura dell’Alleanza.
La NATO non è un’alleanza militare. È un’alleanza politica che usa lo strumento militare.
Questa distinzione, apparentemente sottile, è in realtà decisiva, perché segna il confine tra una rappresentazione semplificata dell’Alleanza e la sua reale natura operativa e politica.
La NATO non funziona per automatismi, ma per consenso, e il consenso, per sua natura, non è mai un fatto tecnico né tantomeno immediato, ma un processo politico complesso, stratificato e spesso opaco, che si costruisce nelle capitali ben prima che nei comandi operativi e che riflette non tanto una valutazione puramente militare degli eventi quanto un intreccio di interessi, percezioni e vincoli che raramente convergono in modo spontaneo.
Questo significa che ogni decisione rilevante, inclusa l’eventuale attivazione dell’Articolo 5, non rappresenta la conseguenza automatica di un attacco, ma il punto di equilibrio, sempre instabile e mai definitivo, tra interessi nazionali, percezioni di minaccia, pressioni interne, equilibri politici, condizionamenti economici e sensibilità dell’opinione pubblica, tutti elementi che agiscono simultaneamente e che rendono il processo decisionale inevitabilmente più lento, più complesso e più esposto a frizioni di quanto comunemente si immagini.
In questa prospettiva, l’idea stessa di una risposta collettiva immediata appare più come una costruzione narrativa che come una realtà operativa, perché tra l’evento e la decisione si apre sempre uno spazio di confronto, talvolta duro e divisivo, nel quale gli Stati sovrani negoziano non solo le modalità della risposta, ma anche la sua stessa legittimità e opportunità.
È proprio in questo spazio, spesso invisibile all’esterno ma decisivo per gli equilibri interni, che si misura la reale coesione dell’Alleanza e che emerge una verità difficilmente contestabile: la solidarietà non è un automatismo garantito dal Trattato, ma una scelta politica che deve essere ogni volta costruita, sostenuta e, se necessario, difesa.
Ed è da qui che prende forma il primo, vero punto critico.
Cosa accade quando il problema non è esterno, ma interno all’Alleanza
Siamo abituati a pensare alla NATO come a uno strumento concepito per fronteggiare minacce esterne, una struttura costruita per reagire a pressioni provenienti dall’esterno del sistema e per garantire una risposta coordinata e coerente in presenza di un’aggressione chiaramente identificabile. È una rappresentazione rassicurante, perché presuppone un perimetro netto tra ciò che è interno e ciò che è esterno, tra ciò che deve essere difeso e ciò da cui ci si deve difendere. Ma questa distinzione, nella realtà, è molto meno stabile di quanto appaia.
Cosa accade, infatti, quando la tensione non nasce ai margini dell’Alleanza, ma al suo interno, quando uno dei suoi membri – e in particolare quello che ne rappresenta il centro di gravità – adotta comportamenti che non contribuiscono a contenere l’instabilità, ma rischiano invece di amplificarla?
Gli Stati Uniti non sono un alleato tra gli altri, né possono essere considerati come tale all’interno di un’analisi seria degli equilibri dell’Alleanza, perché rappresentano il perno attorno al quale ruota l’intera architettura della NATO, in termini di potenza militare, capacità di proiezione, deterrenza nucleare, superiorità tecnologica, accesso all’intelligence e sostegno logistico, elementi senza i quali l’organizzazione non cesserebbe formalmente di esistere, ma cambierebbe radicalmente natura e capacità operativa.
È proprio questa asimmetria strutturale, tanto evidente quanto difficilmente gestibile, a rendere il problema estremamente delicato, perché introduce una dinamica in cui il principale garante della sicurezza collettiva può, in determinate circostanze, diventare esso stesso un fattore di instabilità, senza che esistano strumenti formali in grado di riequilibrare rapidamente questa deviazione.
Se gli Stati Uniti intraprendono un’azione non condivisa – ad esempio in uno scenario altamente sensibile come quello dello Stretto di Hormuz – gli altri alleati si trovano di fronte a una gamma di opzioni che, pur esistendo sul piano teorico, risultano nella pratica limitate: possono dissociarsi politicamente, scegliere di non partecipare, costruire iniziative parallele o adottare posture operative autonome, ma non dispongono di strumenti formali per impedire o correggere la decisione iniziale.
Possono, in altre parole, non seguire. Ma non possono realmente correggere.
Si configura così una situazione profondamente paradossale, nella quale il leader dell’Alleanza conserva la capacità di determinare il contesto strategico, anche quando le sue scelte non sono condivise, mentre gli altri membri possono soltanto adattarsi, contenere gli effetti o cercare di compensarli, senza riuscire a ricondurre l’azione all’interno di un quadro realmente unitario.
Il risultato è una tensione strutturale difficilmente visibile all’esterno, ma sempre più rilevante sul piano strategico: un’Alleanza che resta formalmente coesa, ma che, nei momenti più critici, può trovarsi nell’impossibilità di esprimere una linea comune proprio quando la necessità di unità sarebbe massima.
Quali leve reali hanno gli alleati per influenzare Washington
A questo punto, la domanda diventa inevitabile, perché nasce direttamente dalla struttura del problema: se la criticità è di natura sistemica e se il baricentro dell’Alleanza resta saldamente negli Stati Uniti, quali strumenti hanno realmente gli altri membri per influenzarne le scelte senza mettere in discussione l’equilibrio complessivo su cui l’Alleanza stessa si regge?
La risposta, se affrontata senza semplificazioni, non è rassicurante, ma è chiara: gli strumenti esistono, sono noti e, in teoria, anche significativi, ma la loro efficacia dipende da condizioni che raramente si verificano simultaneamente, perché richiedono coesione tra attori con interessi differenti, volontà politica di esporsi in un contesto asimmetrico e, soprattutto, disponibilità ad accettare il costo – politico, economico e strategico – che ogni forma di disallineamento comporta.
1. Il dissenso che conta: non seguire
In questo quadro, la prima leva, quella più immediata e al tempo stesso più complessa da esercitare, è il dissenso operativo, che si traduce nella scelta di non aderire a iniziative non condivise.
La NATO, infatti, non prevede alcun obbligo di partecipazione automatica alle operazioni, e il principio del consenso implica che, in assenza di accordo unanime, l’Alleanza come tale non si attivi, lasciando quindi agli Stati membri la possibilità di decidere autonomamente il proprio livello di coinvolgimento.
Questo significa che, di fronte a iniziative unilaterali, gli alleati possono scegliere di non seguirle, di mantenere una posizione distinta o di costruire percorsi alternativi, senza violare formalmente il quadro dell’Alleanza.
Tuttavia, il valore di questa scelta non risiede nell’atto in sé, ma nella sua dimensione collettiva, perché è proprio qui che emerge il fattore decisivo: la massa critica.
Un dissenso isolato, anche quando motivato e coerente, tende a essere assorbito dal sistema e a produrre effetti limitati, se non marginali, sia sul piano operativo che su quello politico.
Al contrario, un dissenso coordinato, espresso da un gruppo significativo di Paesi, è in grado di modificare il contesto decisionale, aumentando il costo politico delle scelte unilaterali e incidendo sulla legittimazione complessiva dell’azione, che per una potenza come gli Stati Uniti non è mai un elemento secondario, ma parte integrante della propria capacità di proiezione.
È in questa differenza – tra dissenso individuale e dissenso collettivo – che si misura la reale efficacia della leva, e, più in profondità, la capacità degli alleati di trasformare una posizione difensiva in uno strumento di influenza.
2. Il consenso come strumento di pressione
La seconda leva è interna all’Alleanza stessa e risiede nel suo principio di funzionamento più caratteristico e, al tempo stesso, più sottovalutato: il meccanismo del consenso.
All’interno della NATO, ogni decisione rilevante richiede l’unanimità, il che significa che nessuna iniziativa può essere formalmente adottata senza il consenso di tutti i membri, indipendentemente dal loro peso relativo. Questo principio, che a prima vista può apparire come un elemento di rigidità, rappresenta in realtà una leva potenzialmente significativa nelle mani degli alleati, perché introduce la possibilità di rallentare, bloccare o condizionare il processo decisionale anche in presenza di una forte spinta da parte del membro più influente.
Tuttavia, la reale efficacia di questa leva non risiede nella capacità di opporsi frontalmente, quanto piuttosto nella possibilità di negoziare da una posizione collettiva, utilizzando il consenso non come strumento di veto fine a sé stesso, ma come leva di influenza capace di incidere sui tempi, sulle modalità e, in alcuni casi, sulla sostanza stessa delle decisioni.
In altre parole, il consenso, se utilizzato in modo coerente e coordinato, non è semplicemente un meccanismo procedurale, ma diventa uno spazio di manovra politica all’interno del quale gli alleati possono esercitare una forma di pressione indiretta, costringendo il processo decisionale a confrontarsi con una pluralità di interessi e rendendo più difficile l’imposizione di una linea unilaterale.
Anche in questo caso, tuttavia, emerge con chiarezza un limite strutturale: il consenso è efficace solo nella misura in cui esprime una posizione condivisa, mentre perde gran parte della sua forza quando viene utilizzato in modo frammentato o opportunistico, trasformandosi da strumento di influenza in semplice fattore di attrito.
È quindi nella capacità degli alleati di utilizzare il consenso in modo disciplinato e coerente che si gioca una parte significativa del loro margine di influenza all’interno dell’Alleanza.
3. La leva industriale e tecnologica
C’è poi una dimensione meno visibile, raramente al centro del dibattito pubblico ma strategicamente decisiva, che incide in modo profondo sulla capacità degli alleati di esercitare un’autonomia reale: quella industriale e tecnologica.
La dipendenza da sistemi, piattaforme e tecnologie americane non è un dato neutro, né esclusivamente tecnico, ma rappresenta un vincolo strutturale che si riflette direttamente sulla libertà di decisione politica, perché ogni scelta operativa che coinvolge capacità fornite, integrate o supportate dagli Stati Uniti porta con sé un livello di interdipendenza che difficilmente può essere ignorato nel momento in cui si valutano opzioni alternative.
Ridurre questa dipendenza non significa semplicemente diversificare i fornitori o sviluppare capacità industriali autonome, ma implica un ripensamento più ampio delle catene del valore, degli standard tecnologici, dei sistemi di comando e controllo e, in ultima analisi, del modello stesso di integrazione operativa all’interno della NATO.
È un processo lungo, costoso e politicamente complesso, perché richiede investimenti significativi, coordinamento tra Paesi con priorità diverse e, soprattutto, la volontà di accettare nel breve periodo inefficienze e duplicazioni che nel lungo termine possono tradursi in maggiore autonomia.
Ma è proprio in questa prospettiva che emerge il nodo centrale: la capacità di negoziare è direttamente proporzionale al grado di indipendenza.
Perché, in ultima analisi, chi dipende non negozia davvero: si adatta, spesso senza dichiararlo, a un contesto decisionale definito altrove, limitandosi a gestirne le conseguenze piuttosto che a influenzarne le cause.
E in un sistema di alleanze asimmetriche, questa dinamica tende a consolidarsi nel tempo, trasformando una scelta inizialmente pragmatica – quella di affidarsi al partner più forte – in un vincolo strutturale che riduce progressivamente lo spazio di manovra politica.
4. Le coalizioni parallele
Quando la NATO non riesce a esprimere una linea unitaria, perché il consenso non si forma o perché le posizioni divergono in modo troppo marcato per essere ricondotte a una sintesi condivisa, gli alleati non si trovano necessariamente di fronte a un’alternativa binaria tra adesione e paralisi, ma possono sviluppare soluzioni intermedie che consentono di preservare operatività senza aderire automaticamente a scelte non condivise.
In questo contesto prendono forma i cosiddetti formati operativi alternativi, che non si pongono in contrapposizione all’Alleanza, ma si collocano accanto ad essa, sfruttandone l’interoperabilità, le procedure e, in molti casi, anche le strutture di coordinamento, senza però essere vincolati alla necessità di un consenso unanime.
Si tratta di coalizioni variabili, missioni a geometria flessibile, iniziative regionali o tematiche che permettono a gruppi di Paesi con interessi convergenti di agire in modo coordinato, mantenendo coerenza tra obiettivi politici e strumenti operativi, anche in assenza di una posizione comune a livello NATO.
Questa soluzione, apparentemente pragmatica, introduce tuttavia una trasformazione più profonda, perché segna il passaggio da un modello di azione collettiva unitaria a un sistema più frammentato, nel quale l’Alleanza continua a esistere come quadro di riferimento generale, ma perde progressivamente il monopolio dell’iniziativa operativa.
In altre parole, la NATO resta il contenitore, ma non è più necessariamente lo strumento attraverso cui si agisce.
Questo consente agli alleati di preservare margini di autonomia senza rompere formalmente l’equilibrio dell’Alleanza, ma comporta anche un effetto collaterale non trascurabile: la moltiplicazione dei livelli decisionali e delle catene di comando, con il rischio di una progressiva diluizione della coerenza strategica complessiva.
È dunque una soluzione che risponde a un’esigenza reale – quella di non essere trascinati automaticamente in scelte non condivise – ma che, nel lungo periodo, contribuisce a ridefinire la natura stessa dell’Alleanza, trasformandola da strumento operativo unitario a piattaforma all’interno della quale convivono strategie differenti.
5. Il vero punto: il costo del disallineamento
Tutte queste leve, pur diverse per natura e per livello di visibilità, convergono in un unico punto, che rappresenta il vero nodo del problema: la necessità di rendere visibile, concreto e politicamente rilevante il costo del disallineamento.
Finché aderire alle scelte del partner dominante è percepito come l’opzione più conveniente – o, più precisamente, come quella meno rischiosa nel breve periodo – il sistema tende a riprodurre sé stesso, anche in presenza di evidenti squilibri, perché il prezzo dell’adattamento appare inferiore rispetto a quello del confronto.
In questo senso, il problema non è tanto l’assenza di strumenti, quanto la mancanza di un contesto in cui il loro utilizzo diventi razionale dal punto di vista politico.
Rendere visibile il costo del disallineamento significa modificare questo equilibrio, spostando il punto di convenienza e introducendo una dinamica nella quale ignorare o aggirare le posizioni degli alleati comporti conseguenze tangibili, non solo sul piano simbolico, ma anche su quello operativo, reputazionale e, in ultima analisi, strategico.
È un processo che richiede coerenza nel tempo, perché il costo non può essere episodico, né selettivo, ma deve emergere come elemento strutturale del processo decisionale, tale da incidere sulle valutazioni di chi guida l’Alleanza tanto quanto le variabili militari o geopolitiche.
In assenza di questa trasformazione, ogni leva resta potenziale, ma difficilmente si traduce in influenza reale.
Perché, in ultima analisi, finché seguire è più conveniente che opporsi, nulla cambia, e ciò che appare come una scelta diventa, progressivamente, una forma di adattamento sistemico.
Lo scenario limite: quando l’Articolo 5 diventa un problema
Il punto di massima tensione si raggiunge quando un’azione non condivisa, intrapresa da uno dei membri – e in particolare dal principale – produce una reazione che colpisce direttamente un altro alleato, trasformando una scelta inizialmente circoscritta in una crisi collettiva che coinvolge l’intera architettura dell’Alleanza.
In quel momento, il piano giuridico e quello politico iniziano a divergere in modo sempre più evidente: formalmente, si entra nel perimetro dell’Articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico, che prevede la difesa collettiva in caso di attacco a uno dei membri, ma sul piano politico la questione assume immediatamente una dimensione ben più complessa, perché non si tratta più soltanto di rispondere a un’aggressione, ma di valutare le cause, le responsabilità e, soprattutto, le conseguenze di un eventuale coinvolgimento.
Gli alleati si trovano così di fronte a una domanda inevitabile, che raramente viene formulata in modo esplicito ma che orienta in modo decisivo il processo decisionale: siamo disposti a entrare in guerra per una crisi che non abbiamo scelto, e che in alcuni casi non abbiamo nemmeno condiviso?
È una domanda che non ammette risposte semplici, perché si colloca all’intersezione tra credibilità strategica, responsabilità politica e sostenibilità interna, e che inevitabilmente produce posizioni divergenti, riflettendo la diversa esposizione dei singoli Paesi al rischio, le differenti percezioni della minaccia e il peso delle rispettive opinioni pubbliche.
In questo contesto, la risposta dell’Alleanza tende a configurarsi non come un blocco unitario, ma come un equilibrio dinamico tra livelli differenti di impegno, nel quale l’Articolo 5 può essere formalmente attivato, ma viene tradotto operativamente in una gamma di misure modulata, flessibile, “a geometria variabile”, che può includere supporto logistico, rafforzamento delle difese, presenza militare limitata o altre forme di assistenza, senza necessariamente sfociare in un coinvolgimento diretto e simmetrico di tutti i membri.
È proprio in questa distanza tra il principio e la sua applicazione concreta che emerge la verità più scomoda, ma anche più realistica: l’Articolo 5 non è una garanzia automatica e incondizionata, ma una promessa la cui attuazione dipende da un processo politico complesso, nel quale la solidarietà viene ogni volta ridefinita alla luce delle circostanze.
In altre parole, non è un meccanismo che elimina l’incertezza, ma uno strumento che la gestisce, trasformando un obbligo formale in una scelta politica.
La frattura silenziosa: quando un alleato non risponde
Non serve un rifiuto esplicito per mettere in crisi l’Alleanza, né una dichiarazione formale di dissenso che segni una rottura visibile e immediata.
È sufficiente una partecipazione minima, formale, riluttante, che rispetti la lettera degli impegni senza aderirne allo spirito, per produrre un effetto progressivo ma non per questo meno incisivo, perché introduce una distanza tra ciò che viene dichiarato e ciò che viene realmente fatto.
In questo scarto, spesso difficile da misurare ma immediatamente percepibile dagli attori coinvolti, prende forma quella che può essere definita una frattura silenziosa, una dinamica che non si manifesta attraverso atti eclatanti ma attraverso una graduale erosione della fiducia reciproca, che è il vero collante dell’Alleanza.
A differenza delle crisi aperte, che possono essere affrontate, negoziate e, in alcuni casi, risolte, questa forma di tensione tende a sedimentarsi nel tempo. Perché non genera una risposta immediata, ma modifica progressivamente le aspettative, riduce la prevedibilità dei comportamenti e introduce un elemento di incertezza che incide direttamente sulla credibilità complessiva del sistema.
Ed è proprio qui che emerge il punto più delicato: la NATO non si regge soltanto su un quadro giuridico o su capacità militari condivise, ma su una presunzione di affidabilità reciproca, sulla convinzione che, nel momento decisivo, gli alleati non si limiteranno a rispettare formalmente gli impegni, ma agiranno in modo coerente con lo spirito che li ha generati.
Quando questa convinzione si indebolisce, anche senza essere apertamente smentita, l’Alleanza continua a esistere nella forma, ma inizia lentamente a perdere sostanza, trasformando la solidarietà da principio operativo a dichiarazione di intenti.
Conclusione: oltre il Trattato, la volontà
La NATO non è una garanzia che si attiva da sola, ma un equilibrio che esiste solo finché viene sostenuto, né una struttura prevedibile nelle sue reazioni; è piuttosto un sistema dinamico, in continua evoluzione, che si regge su una combinazione di interessi, percezioni e volontà che devono essere costantemente riallineati per mantenere coerenza e credibilità.
Il Trattato del Nord Atlantico fornisce la struttura, definisce il quadro di riferimento e stabilisce i principi, ma non è in grado, da solo, di garantire il funzionamento dell’Alleanza, perché ciò che realmente le dà vita è la volontà politica degli Stati membri, una volontà che non è mai statica, ma che si forma e si trasforma nel tempo sotto la pressione degli eventi, delle opinioni pubbliche e degli interessi nazionali.
Ed è proprio questa volontà, più che qualsiasi disposizione formale, a rappresentare il vero punto di forza – e al tempo stesso il principale fattore di vulnerabilità – dell’Alleanza, perché non può essere data per scontata, né considerata immutabile, ma deve essere continuamente verificata nella pratica, soprattutto nei momenti in cui il costo delle scelte diventa concreto e difficilmente eludibile.
Perché, in ultima analisi, la vera domanda non è se l’Articolo 5 verrà formalmente applicato, né se l’Alleanza sarà in grado di produrre una risposta coerente nella sostanza, ma se, nel momento in cui il prezzo da pagare diventerà reale – in termini di rischio, di risorse e di consenso interno – gli Stati saranno disposti ad assumersene fino in fondo la responsabilità.
È in quel momento, e non prima, che si misura la solidità di un sistema di alleanze.
E se, in quel passaggio, dovesse emergere un’incapacità di distinguere tra ciò che deve essere difeso e ciò che deve essere fermato, allora il problema non riguarderebbe più la forza dell’Alleanza, né la sua capacità operativa.
Riguarderebbe la sua stessa ragione di esistere.
Condivido ciò che il mare mi ha insegnato, senza la pretesa di possedere verità assolute. Offro queste riflessioni a chi vorrà navigare con me. Chi sentirà che questa rotta gli appartiene, salga a bordo.
Il mare è grande. C’è spazio per tutti quelli che hanno il coraggio di partire.
Paolo Treu
L’Ammiraglio di Squadra (aus.) Paolo Treu è ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare italiana.
“MAPPE DEL POTERE”
(https://www.linkedin.com/newsletters/mappe-del-potere-7436115065423974400/)
“LEADERSHIP”
(https://www.linkedin.com/newsletters/leadership-7430953035700391936/)
PUBBLICAZIONI
Paolo Treu è autore di molte pubblicazioni. L’ultima in ordine di tempo è intitolata “Tu sei un intero oceano in una goccia – Rompi le pareti della tua prigione”. Il ricavato della vendita del libro sarà interamente devoluto per volontà dell’autore all’Associazione MITOCON (www.mitocon.it) che opera a sostegno dei pazienti affetti da rare malattie mitocondriali che colpiscono i bambini e le relative famiglie.
