Dal ricordo di una notte nel 1987 alla crisi che oggi può ridisegnare la geopolitica della regione
Oggi quello stretto tratto di mare è tornato al centro della storia.
Questa volta, le conseguenze sono già globali. E si stanno già manifestando.
Non è più soltanto un punto critico della geografia. È un punto di pressione dell’equilibrio internazionale.
Era il 1987 quando l’instabilità del Golfo Persico tornò ad attirare l’attenzione del mondo intero e lo Stretto di Hormuz si confermò, ancora una volta, come uno dei punti più sensibili della geopolitica globale. Non si trattava di una crisi locale né di uno dei conflitti regionali che periodicamente attraversano il Medio Oriente. In gioco vi era un nodo essenziale dell’economia mondiale, perché quelle acque rappresentavano – e rappresentano tuttora – una delle principali arterie attraverso cui scorre l’energia che alimenta il sistema industriale globale.
Fu in quel contesto che la Marina Militare italiana si trovò a compiere qualcosa che, per il nostro Paese, non accadeva dalla fine della Seconda guerra mondiale: dispiegare un gruppo navale in una zona di guerra lontana migliaia di chilometri dalle coste nazionali. Dopo l’attacco alla motonave Jolly Rubino da parte dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, l’Italia decise infatti di proteggere il proprio naviglio mercantile impegnato in quell’area strategica. Il 15 settembre 1987 prese così il mare il 18° Gruppo Navale, composto da fregate, navi logistiche e cacciamine, con il compito di scortare le unità mercantili italiane e bonificare le mine che minacciavano quelle rotte.
Partecipai a quell’operazione come Capo Servizio Volo sulla fregata Libeccio, una delle unità della classe Maestrale, progettate per operare in contesti complessi e dotate di elicotteri imbarcati che costituivano un elemento essenziale della capacità operativa della nave.
Dopo aver attraversato il Canale di Suez, il Libeccio proseguì la navigazione verso il Golfo Persico fino a raggiungere il punto più delicato dell’intera missione: lo Stretto di Hormuz. Chi osserva una carta nautica comprende immediatamente perché questo passaggio marittimo abbia assunto, nel tempo, un’importanza strategica tanto elevata. Nel suo punto più stretto misura appena quarantacinque chilometri e separa due mondi che da decenni si osservano con diffidenza: da un lato l’Oman, dall’altro l’Iran. In mezzo scorre una delle principali arterie energetiche del pianeta.
Il nostro transito era previsto nelle ore notturne, quando le probabilità di incidenti o provocazioni erano considerate più contenute. Ma proprio per questo gli elicotteri dovevano restare pronti al decollo per tutta la durata del passaggio. Per conservare le energie e poter intervenire rapidamente in caso di necessità ero andato in branda completamente equipaggiato: indossavo la tuta di volo, gli scarponi e l’imbragatura del salvagente, che comprendeva anche il piccolo bombolino d’aria necessario per poter uscire dall’elicottero in caso di ammaraggio. Dovevo essere pronto a decollare entro quindici minuti.
Era la mia prima esperienza operativa in un contesto di guerra, e in quelle acque la minaccia era reale. I Guardiani della Rivoluzione iraniani operavano con barchini e gommoni veloci armati, mentre nel Golfo galleggiavano mine che, in alcuni casi, si erano staccate dagli ancoraggi e vagavano liberamente trascinate dalle correnti. Per contrastare quella minaccia avevamo attrezzato i nostri elicotteri con tutto ciò che l’esperienza operativa dell’epoca poteva offrire.
Una voce nella notte
Fortunatamente il passaggio avvenne senza incidenti e l’equipaggio si sentiva pronto ad affrontare qualsiasi minaccia, pur nella consapevolezza dei rischi. Tuttavia una notte accadde qualcosa che non ho mai dimenticato e che ancora oggi, osservando la crisi che attraversa nuovamente quelle acque, torna con forza alla memoria.
Fui chiamato in plancia: una nave iraniana aveva stabilito un contatto radio in inglese con il Libeccio sulla frequenza internazionale di soccorso in mare e chiedeva espressamente di parlare con me.
La richiesta mi sorprese. Non riuscivo a immaginare quale potesse esserne il motivo.
Raggiunsi la plancia mentre l’ufficiale di guardia mi indicava la radio già aperta sul collegamento. Presi il microfono e risposi:
«Lieutenant Treu speaking».
Seguì un breve silenzio, rotto soltanto dal fruscio della radio. In plancia tutti restavano in attesa, cercando di capire cosa stesse accadendo. Poi il fruscio si aprì e arrivò una voce calma, leggermente esitante, con un inglese lento e scandito:
«Lieutenant Treu, this is an Iranian Navy ship. We would like to speak with you».
Fu in quell’istante che riconobbi quella voce.
Arrivava da lontano, ma non dal mare.
Mi riportò all’Accademia Navale di Livorno.
Era uno dei miei compagni di corso.
Negli anni Settanta tra gli allievi stranieri dell’Accademia vi erano anche studenti iraniani, giovani cadetti destinati a servire nella Marina del loro Paese. Li ricordo come ragazzi molto preparati e determinati negli studi, ma la loro storia cambiò improvvisamente con la rivoluzione del 1979 e la caduta dello Scià. Alcuni si trovarono costretti a rientrare in Iran e ci fu chi perse la vita. Altri rimasero in Italia, altri ancora cercarono nuove strade all’estero. Per molti di loro fu un passaggio drammatico, vissuto quando avevano davanti un’intera vita da costruire.
Dall’altra parte della radio, quella notte, c’era uno di quei ragazzi che erano tornati in Iran e che avevano proseguito la carriera.
Ora ci trovavamo nello stesso tratto di mare.
Io a bordo di una fregata italiana.
Lui su una nave iraniana.
In quel momento capii quanto sottili possano diventare i confini tra avversari quando la storia decide di cambiare le vite delle persone.
Le parole che potevamo dirci erano inevitabilmente poche e prudenti, perché in quel momento ci trovavamo su barricate opposte. I silenzi che accompagnavano quel breve scambio erano però più eloquenti di qualsiasi discorso.
La guerra diventa ancora più assurda quando dall’altra parte della barricata non c’è un nemico astratto, ma una persona che si conosce. Qualcuno con cui si è condiviso un tratto di strada e che, per nulla al mondo, si vorrebbe vedere trasformato in avversario.
Perché Hormuz conta ancora oggi
Quella notte lo Stretto di Hormuz era già ciò che è ancora oggi: uno dei luoghi in cui la storia, la geopolitica e le vite degli esseri umani si intrecciano nel modo più duro e imprevedibile.
A quasi quarant’anni di distanza, mentre la tensione torna a salire in quelle acque e la crisi entra in una fase sempre più visibile e concreta, non posso fare a meno di pensare a quel passaggio notturno e a quella voce ascoltata attraverso la radio di bordo.
Le tecnologie cambiano, gli equilibri internazionali si trasformano, le potenze si alternano sulla scena globale. Eppure alcuni nodi strategici della storia tornano, con sorprendente regolarità, al centro degli eventi.
Lo Stretto di Hormuz è uno di questi.
Ed è proprio da qui che conviene partire per comprendere il significato profondo di ciò che sta accadendo oggi nel Medio Oriente.
Nel dibattito pubblico si tende spesso a spiegare questa crisi quasi esclusivamente attraverso il programma nucleare iraniano. È una lettura comprensibile, perché il nucleare costituisce il fattore scatenante più visibile. Quando uno Stato percepito come ostile si avvicina alla soglia di una capacità nucleare militare credibile, l’intero sistema della deterrenza regionale cambia natura: cambiano le percezioni di vulnerabilità, i calcoli strategici e le opzioni operative degli attori coinvolti.
Tuttavia fermarsi a questo livello significa cogliere il detonatore, ma non comprendere la carica strategica che lo alimenta.
Il conflitto che stiamo osservando riguarda qualcosa di più ampio e più strutturale: la ridefinizione della gerarchia strategica del Medio Oriente.
Non siamo di fronte soltanto a una crisi di proliferazione nucleare. Siamo di fronte a uno scontro che riguarda il futuro equilibrio della regione: chi deterrà la maggiore capacità di influenza, di intimidazione e di proiezione, e soprattutto il controllo delle linee vitali dell’energia e della sicurezza.
In altre parole, la questione decisiva non è soltanto se l’Iran possa arrivare all’arma nucleare. Il punto più profondo è quale assetto regionale emergerà da questa crisi e quale attore uscirà con un grado superiore di libertà strategica.
Le quattro dinamiche profonde del conflitto
Per comprendere realmente ciò che sta accadendo bisogna guardare oltre l’evento immediato e individuare le dinamiche di lungo periodo che attraversano la regione.
Oggi queste dinamiche non sono più teoriche. Sono tutte simultaneamente attive.
A mio avviso sono almeno quattro.
La prima riguarda la soglia nucleare iraniana. Il problema non è soltanto l’ordigno in sé, ma tutto ciò che il superamento di quella soglia comporterebbe. Un Iran percepito come potenza nucleare potenziale – o quasi nucleare – modificherebbe profondamente l’intera architettura di sicurezza del Medio Oriente. Israele sarebbe costretto a rivedere la propria postura strategica, le monarchie del Golfo riconsidererebbero le proprie garanzie di sicurezza e si aprirebbe, con ogni probabilità, una nuova fase di competizione nucleare regionale, con possibili effetti di proliferazione.
Tuttavia, nella logica strategica di Teheran, l’arma nucleare appare soprattutto come una forma di “assicurazione sulla vita” del regime: uno strumento di deterrenza e di sopravvivenza strategica più che un’arma destinata all’impiego, se non in scenari davvero estremi.
La seconda dinamica riguarda la rete di potenza che Teheran ha costruito nel corso degli ultimi due decenni. L’Iran non ha sviluppato soltanto un programma nucleare e missilistico, ma un sistema articolato di pressione strategica composto da missili balistici, droni, capacità navali asimmetriche e una rete di attori armati regionali. Questo insieme di strumenti ha consentito a Teheran di esercitare una forma di deterrenza indiretta che ha progressivamente ampliato la sua capacità di influenza sul Levante, sul Golfo e su una parte significativa del Mediterraneo allargato.
La terza dinamica riguarda la libertà strategica degli Stati Uniti e di Israele nella regione. Le grandi potenze non si muovono soltanto per neutralizzare minacce immediate, ma anche per recuperare margini di manovra strategica. Quando un attore regionale accumula capacità sufficienti a rendere troppo costosa l’iniziativa altrui, produce una forma di deterrenza che limita la libertà operativa degli avversari. L’Iran, pur con risorse inferiori a quelle occidentali, è riuscito nel tempo a costruire proprio questo tipo di capacità.
La quarta dinamica riguarda la percezione del tempo strategico. Le guerre spesso non scoppiano per ciò che accade, ma per ciò che si teme possa accadere. Quando uno degli attori ritiene che il tempo lavori contro di lui, l’intervento diventa un modo per anticipare un futuro giudicato più sfavorevole. È una logica antica quanto la strategia: si agisce non solo per ciò che l’avversario è oggi, ma per ciò che potrebbe diventare domani.
In questa prospettiva il nucleare iraniano appare per ciò che realmente è: non la causa profonda del conflitto, ma il casus belli immediato di una competizione più ampia che riguarda la struttura del potere regionale.
La strategia iraniana: resistere, disperdere, logorare
Uno degli errori analitici più frequenti quando si parla di Iran consiste nell’oscillare tra due estremi opposti: sottovalutarne la forza oppure attribuirgli capacità quasi illimitate sul piano militare.
La realtà, come spesso accade nelle questioni strategiche, è più complessa.
L’apparato militare iraniano non è stato progettato per competere simmetricamente con gli Stati Uniti o con una coalizione occidentale sul piano aeronavale o tecnologico. Non è questa la logica che ne ha guidato lo sviluppo.
Teheran ha costruito nel tempo uno strumento militare concepito per assorbire i colpi, disperdere le proprie capacità e sopravvivere all’attrito, restituendo al tempo stesso danni sufficienti a rendere qualsiasi campagna contro di essa lunga, costosa e politicamente logorante.
Questa impostazione non è più soltanto teorica. È già visibile nelle modalità con cui l’Iran esercita oggi la propria pressione strategica: attraverso azioni indirette, attacchi calibrati, uso combinato di droni e missili e una costante tensione sulle linee marittime.
La forza iraniana non risiede nell’aviazione convenzionale né in una marina d’altura. Risiede piuttosto nella combinazione tra missili balistici, droni, capacità di saturazione, pressione sul traffico marittimo e una rete di attori regionali capaci di moltiplicare i punti di attrito.
Non si tratta di un unico fronte, ma di una molteplicità di fronti a bassa intensità, distribuiti nello spazio e nel tempo, che rendono difficile una risposta risolutiva e concentrata.
È una logica che privilegia la resilienza rispetto alla superiorità e il logoramento rispetto allo scontro decisivo.
Per questo motivo l’Iran non è abbastanza forte da prevalere militarmente su una coalizione occidentale, ma è abbastanza forte da trasformare il conflitto in un problema strategico di lungo periodo.
Ed è proprio questa capacità di infliggere costi elevati, diluiti nel tempo e distribuiti su più domini, che rende la sua postura deterrente tutt’altro che trascurabile.
Una variabile spesso sottovalutata: la motivazione delle società
Nelle analisi strategiche occidentali esiste però una variabile che continua a essere sottovalutata: la dimensione motivazionale dei conflitti.
Non perché non sia conosciuta, ma perché è difficile da misurare, da modellizzare e, soprattutto, da integrare nei processi decisionali.
Le società occidentali combattono prevalentemente per interessi strategici, sicurezza e stabilità.
In molte società del Medio Oriente il conflitto è vissuto anche come una questione di identità, di fede e, in alcuni casi, di sopravvivenza culturale.
Questo non significa attribuire ragione a una parte o all’altra. Significa riconoscere che gli attori in campo non rispondono sempre alle stesse logiche di costo-beneficio.
Ed è proprio qui che si apre uno scarto strategico.
Perché la potenza militare non è fatta soltanto di tecnologia e capacità industriale. È fatta anche di volontà e di disponibilità al sacrificio estremo in difesa di ciò in cui si crede.
Questa dimensione oggi si manifesta in forme diverse: nella resilienza delle società sotto pressione, nella capacità di sostenere conflitti prolungati, nell’accettazione di costi che, in altri contesti, sarebbero politicamente insostenibili.
È un fattore che incide direttamente sulla durata dei conflitti, sulla loro intensità e sulla capacità di assorbire perdite senza cedere sul piano strategico.
La storia militare dimostra che la determinazione di una società può, in determinate circostanze, compensare differenze tecnologiche anche molto ampie.
È una variabile difficile da quantificare, ma spesso decisiva. E, proprio per questo, una delle più pericolose da ignorare.
Hormuz: uno dei nodi vitali del sistema energetico mondiale
Per comprendere pienamente la portata di questa crisi bisogna spostare lo sguardo dal campo di battaglia ai nodi strutturali dell’economia globale. Uno dei più importanti è lo Stretto di Hormuz.
Troppo spesso lo si descrive come un semplice passaggio geografico. In realtà è uno dei punti di compressione più sensibili dell’intero sistema energetico mondiale. Attraverso quel corridoio marittimo transita una quota decisiva delle esportazioni petrolifere del Golfo e una parte rilevante del gas naturale liquefatto destinato ai mercati internazionali.
Quando quella rotta viene interrotta o anche solo percepita come insicura, l’effetto non resta confinato alla regione. Si trasmette immediatamente ai prezzi dell’energia, ai mercati finanziari, alle assicurazioni marittime, ai costi industriali e alle economie degli Stati importatori.
Lo stiamo già osservando: basta un aumento della tensione o un attacco mirato perché crescano i premi assicurativi, si allunghino le rotte, aumentino i costi logistici e si trasferisca instabilità lungo l’intera catena di approvvigionamento energetico.
Il danno, in questi casi, non è soltanto materiale. È sistemico. Riguarda la prevedibilità dei flussi, la fiducia degli operatori e la stabilità delle aspettative su cui si reggono i mercati.
Questo ricorda una delle leggi più severe della geopolitica: esistono punti del pianeta apparentemente ristretti che hanno un valore strategico sproporzionato rispetto alla loro dimensione fisica.
Hormuz è uno di questi.
Chi è in grado di minacciare la sicurezza di quel passaggio esercita una pressione che va ben oltre la scala regionale. In un mondo profondamente interconnesso sul piano energetico, disturbare le arterie di approvvigionamento significa esercitare una leva sull’intero metabolismo dell’economia globale.
È anche per questo che la crisi riguarda direttamente l’Europa. Ogni volta che vengono toccate le rotte energetiche, la stabilità dei mercati e la sicurezza del Mediterraneo allargato, l’Europa scopre di non essere una spettatrice distante, ma un attore esposto alle conseguenze senza avere sempre la capacità di influenzarne gli esiti.
E in questa esposizione si misura una delle sue fragilità strutturali: dipendere da equilibri che non controlla, ma dai quali dipende il proprio funzionamento economico e industriale.
Riaprire uno stretto strategico è anche una questione di fiducia
Nel dibattito pubblico si tende spesso a immaginare che la riapertura di uno stretto strategico sia un processo quasi automatico: le flotte arrivano, scortano le petroliere e il traffico riprende.
La realtà, oggi più che in passato, è molto diversa.
Non esiste più una distinzione netta tra rotta aperta e rotta chiusa. Esistono gradi di rischio, che oscillano continuamente in funzione della pressione militare, della capacità di colpire e della percezione di sicurezza.
Riaprire una rotta commerciale non significa soltanto garantire presenza militare. Significa ricostruire condizioni di rischio accettabile in un ambiente in cui la minaccia è diffusa, adattiva e difficilmente neutralizzabile in modo definitivo: mine navali, droni, missili costieri, attacchi rapidi di unità leggere, sabotaggi o azioni dimostrative.
Negli scenari attuali, anche una capacità residua dell’avversario è sufficiente a mantenere alta la tensione e a condizionare il traffico.
In questo contesto la scorta navale rappresenta soltanto una parte della soluzione. Non elimina il rischio, lo gestisce.
Prima occorre degradare la capacità dell’avversario di colpire. Poi bisogna bonificare le rotte, monitorare costantemente l’area e creare corridoi di transito protetti; assicurare copertura aerea e ristabilire procedure affidabili di coordinamento.
Ma tutto questo, da solo, non basta.
Perché il vero punto non è quando una rotta può essere percorsa. È quando torna a essere economicamente sostenibile percorrerla.
E questo dipende da un fattore che non si impone con la forza militare: la fiducia.
Una rotta commerciale non torna davvero operativa quando un governo annuncia che è aperta. Torna operativa quando armatori, assicuratori e operatori logistici ritengono che il rischio sia tornato accettabile nel tempo, non solo gestibile nel breve.
Finché questa condizione non si realizza, il traffico si riduce, si sposta o si trasforma. E il danno economico continua a prodursi anche in assenza di attacchi diretti.
In questo senso la riapertura di Hormuz non è soltanto una questione militare. È un equilibrio fragile tra sicurezza percepita, sostenibilità economica e credibilità nel tempo.
Ed è proprio su questo equilibrio che si gioca una parte decisiva della partita strategica.
Il possibile esito della crisi
Chi si aspetta una guerra breve e lineare sottovaluta la natura stessa di questa crisi.
Quando un conflitto coinvolge deterrenza nucleare potenziale, rotte energetiche globali, prestigio strategico e credibilità internazionale, raramente evolve secondo schemi semplici. Ogni attore si muove all’interno di una rete di vincoli politici, economici e militari che rende estremamente difficile una soluzione rapida.
Lo scenario che si sta delineando non è quello di una guerra lampo “pulita”, ma quello di una escalation progressiva, già visibile, destinata a svilupparsi entro limiti variabili ma instabili. I contendenti continuano a colpirsi, calibrando l’intensità delle azioni per aumentare la pressione sull’avversario senza oltrepassare quella soglia che trasformerebbe il confronto in una guerra regionale fuori controllo.
In questo tipo di crisi non esistono linee rosse fisse. Esistono soglie che si spostano nel tempo, ridefinite continuamente dalle azioni e dalle reazioni degli attori coinvolti.
È questa dinamica che rende l’equilibrio particolarmente fragile.
Alla lunga, tuttavia, il fattore decisivo tende a essere il costo. Non solo in termini militari, ma nella capacità complessiva di sostenere nel tempo la pressione del conflitto.
Quando una crisi mette sotto tensione simultaneamente mercati energetici, stabilità finanziaria, traffici marittimi e sicurezza regionale, il prezzo della prosecuzione cresce rapidamente per tutti.
Ma i costi più rilevanti si accumulano spesso altrove: nella tenuta interna delle società, nella stabilità politica, nella capacità delle leadership di mantenere consenso mentre i benefici restano incerti e i rischi aumentano.
In questo quadro esiste poi una variabile spesso poco discussa, ma decisiva: il tempo politico.
Non il tempo operativo del conflitto, ma il tempo interno delle democrazie.
Negli Stati Uniti, ad esempio, esiste un vincolo preciso: la War Powers Resolution del 1973 limita la possibilità del Presidente di condurre operazioni militari senza autorizzazione del Congresso a un periodo definito. Superata quella soglia, il conflitto entra inevitabilmente in una dimensione politica interna.
Ed è qui che il quadro cambia.
Perché mentre l’attenzione si concentra sulla dinamica militare, gli attori strategici osservano con attenzione crescente la dinamica politica americana.
Se il conflitto si prolunga, la pressione non si esercita più soltanto sul campo, ma si trasferisce all’interno del sistema decisionale degli Stati Uniti: Congresso, opinione pubblica, equilibri politici.
La guerra, a quel punto, non è più soltanto esterna. Diventa anche interna.
In questo scenario, l’Iran non ha necessariamente bisogno di ottenere una vittoria militare in senso tradizionale.
Gli basta resistere.
Non è un’ipotesi teorica. È una dinamica che si sta già manifestando.
La recente decisione americana di sospendere le attività cinetiche per favorire il negoziato indica che, quando il tempo diventa una variabile critica, la pressione si trasferisce inevitabilmente all’interno del sistema politico.
Ed è in quel momento che la guerra cambia natura.
Perché ogni giorno che passa senza una soluzione chiara aumenta la pressione politica interna sull’avversario, amplifica le divisioni e alimenta la percezione di un sistema sotto stress.
È qui che emerge uno dei paradossi più rilevanti dei conflitti contemporanei: una guerra può risultare tatticamente favorevole sul campo e strategicamente perdente sul piano politico.
Al contrario, anche la semplice capacità di assorbire il confronto può essere trasformata in un risultato strategico.
Perché dimostra che la pressione esercitata non è stata risolutiva e, soprattutto, che il fattore tempo può diventare una vulnerabilità.
In fondo, la questione è sempre la stessa.
Non vince necessariamente chi colpisce di più. Vince chi riesce a sostenere più a lungo il peso della guerra, non solo sul campo, ma all’interno del proprio sistema.
Ed è proprio su questo terreno, spesso invisibile, che si decidono gli equilibri reali.
È in questo spazio che si gioca una parte decisiva della partita.
Perché nessuna strategia è sostenibile indefinitamente se il costo politico interno supera il vantaggio strategico esterno.
È a questo punto che, nella maggior parte dei conflitti contemporanei, emerge una terza fase: il negoziato.
Non un negoziato fondato sulla fiducia, ma imposto dalla realtà strategica.
Molte guerre moderne non si concludono con una vittoria netta, ma con un riequilibrio forzato, in cui tutti gli attori accettano un compromesso non perché lo desiderino, ma perché non esiste più un’alternativa sostenibile.
In queste circostanze la diplomazia non nasce dalla riconciliazione, ma da qualcosa di molto più concreto: la stanchezza strategica.
La domanda decisiva
Alla fine, la questione fondamentale resta una sola. Chi uscirà da questa crisi con una maggiore libertà strategica?
Israele e Stati Uniti puntano a ridurre la capacità iraniana di condizionare la regione e a riaffermare una gerarchia deterrente favorevole. L’Iran, dal canto suo, cerca di dimostrare che, pur sotto pressione militare, resta capace di imporre costi elevati, destabilizzare il teatro e rendere impossibile qualsiasi ordine regionale costruito senza tener conto del suo peso.
Ma la partita non si gioca soltanto tra questi attori.
Ogni crisi di questo tipo apre spazi che altri sono pronti a occupare.
Ed è qui che emerge una variabile spesso meno visibile, ma sempre più rilevante: la Cina.
Mentre gli altri attori consumano risorse, espongono vulnerabilità e si logorano in una competizione ad alta intensità, Pechino si muove su un piano diverso. Non ha bisogno di vincere sul campo per rafforzare la propria posizione. Le basta che il sistema si indebolisca.
In un contesto di instabilità prolungata, la capacità di presentarsi come attore affidabile per la ricostruzione, come partner economico e come garante di relazioni meno conflittuali diventa uno strumento di potere altrettanto efficace di una vittoria militare.
La partita, dunque, non si misura soltanto nei danni inflitti o subiti. Si misura nella percezione finale di forza, resilienza e capacità di restare, o diventare, un attore inevitabile.
È questo, in ultima analisi, il vero metro con cui vengono giudicati gli esiti delle crisi strategiche.
Ed è per questo che questa crisi riguarda molto più di tre capitali.
Riguarda il Medio Oriente, certamente. Ma riguarda anche l’Europa, i mercati energetici, la sicurezza dei traffici marittimi e la trasformazione più ampia dell’ordine internazionale.
Le crisi del nostro tempo non stanno soltanto mostrando un mondo instabile. Stanno rivelando qualcosa di più profondo: il ritorno esplicito della competizione di potenza come principio ordinatore delle relazioni internazionali.
In questa fase storica, illudersi che tutto dipenda da una sola causa apparente significa non vedere la trasformazione che è già in corso.
Il nucleare iraniano è il detonatore immediato. La vera posta in gioco è la ridefinizione della gerarchia strategica del Medio Oriente.
E, sempre più chiaramente, anche la possibilità che nuovi attori trasformino questa crisi in un’opportunità per ridefinire gli equilibri a proprio favore.
È per questo che ciò che accade oggi in quello stretto tratto di mare riguarda molto più di tre capitali: riguarda gli equilibri del sistema internazionale che stanno prendendo forma davanti ai nostri occhi. E che definiranno il quadro entro cui dovremo muoverci per anni.
Condivido ciò che il mare mi ha insegnato, senza la pretesa di possedere verità assolute. Offro queste riflessioni a chi vorrà navigare con me. Chi sentirà che questa rotta gli appartiene, salga a bordo. Il mare è grande. C’è spazio per tutti quelli che hanno il coraggio di partire.
Paolo Treu
L’Ammiraglio di Squadra (aus.) Paolo Treu è ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare italiana.
“MAPPE DEL POTERE”
(https://www.linkedin.com/newsletters/mappe-del-potere-7436115065423974400/)
“LEADERSHIP”
(https://www.linkedin.com/newsletters/leadership-7430953035700391936/)
PUBBLICAZIONI
Paolo Treu è autore di molte pubblicazioni. L’ultima in ordine di tempo è intitolata “Tu sei un intero oceano in una goccia – Rompi le pareti della tua prigione”. Il ricavato della vendita del libro sarà interamente devoluto per volontà dell’autore all’Associazione MITOCON (www.mitocon.it) che opera a sostegno dei pazienti affetti da rare malattie mitocondriali che colpiscono i bambini e le relative famiglie.
