Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

Cuba sarà la prossima”. Queste sono le ultime parole da Premio Nobel per la guerra, con
cui Trump ha liquidato poco più di un mese fa il destino di 10 milioni di Cubani che,
probabilmente, hanno il solo torto di trovarsi nel famoso Emisfero Occidentale che,
secondo gli obiettivi strategici della Casa Bianca, deve ricadere inevitabilmente sotto
l’egemonia degli USA.
Da tempo la situazione economica di quest’isola, che dista solo un centinaio di miglia dalla
Florida, è attanagliata da una crisi profonda, progressivamente sempre più sofferente per
quell’embargo che Washington impone dal 1963, con il divieto per tutte le compagnie
americane di qualsiasi forma di commercio con L’Avana e con la minaccia di ritorsioni
verso le aziende di altri Paesi, se eventualmente intenzionate a farlo.

Ma con Trump sembra quasi che si sia attivata una sorta di persecuzione personale, che
sta portando Cuba ad una vera e propria condizione di definitivo strangolamento
dell’economia, in modo da costringere la popolazione, ormai al limite della fame, a
ribellarsi all’attuale regime, rovesciandolo dal suo potere.
Il via alla fase finale dell’omicidio cubano lo ha dato il rapimento del Premier venezuelano
Maduro nel gennaio scorso che, portando sostanzialmente sotto il controllo americano il
petrolio di Caracas, ha di fatto eliminato anche l’ultimo e più importante canale di
rifornimento petrolifero per l’Avana, innescando una crisi umanitaria senza precedenti e
moralmente indegna per un Paese che, dalle sue coste, può vedere il benessere opulento
americano. Ma evidentemente, l’etica dei diritti umani non appartiene al senso del decoro
dell’”uomo Trump”, che sembra essere ormai preda del suo delirio di onnipotenza, che gli
consente di non provare la minima pietà per la mera sopravvivenza di 10 milioni di
persone, se la loro sofferenza costituisce un passaggio per il conseguimento dei suoi
obiettivi.

D’altra parte questo bieco cinismo è lo stesso che ha portato gli Stati Uniti, nel
2021, a votare contro la Risoluzione 76/166 dell’Assemblea Generale dell’ONU, che rende
il cibo come un Diritto Umano fondamentale. Due sono state le Nazioni che hanno assunto
questa vergognosa posizione. Gli USA e il suo attuale “compagno di merende” Israele che,
dal canto suo, non ha avuto particolari problemi ad affamare la Striscia di Gaza.
Il blocco petrolifero determina continui blackout totali che, oltre a lasciare senza elettricità
tutta l’isola per periodi prolungati (anche giorni), fermano la produzione industriale,
pregiudicano qualsiasi attività che presupponga l’uso di mezzi e condizionano il
funzionamento degli ospedali, la cui efficienza è compromessa anche da una grave
mancanza di farmaci, anch’essi colpiti dalle sanzioni. Inoltre, gran parte dei Cubani
usufruisce dell’acqua che viene distribuita da autobotti che, per mancanza di carburante,
hanno ridotto di molto i loro rifornimenti, per cui sussiste una grave carenza idrica.
A febbraio, quasi a voler giocare al “gatto e il topo”, Trump ha concesso una limitatissima
fornitura di petrolio, ma solo ad aziende private, inoltre, la Russia ha inviato una propria
petroliera, che ha forzato il blocco navale USA, ma si è trattato di un palliativo poco più
che simbolico, tenuto conto delle reali esigenze di Cuba, di circa 110.000 barili al giorno.

La violenta politica trumpiana, che tende a sottomettere i Governi che non sono di suo
gradimento, ha impaurito anche la leadership messicana, che ha interrotto il suo
rifornimento di greggio, che costituiva il 20% del fabbisogno cubano.
E’ anche vero che il Tycoon ambisce ad impossessarsi di quante risorse energetiche sia
possibile, per cui c’è da chiedersi il motivo di tanto accanimento verso Cuba, che non è di
certo il Venezuela in termini di giacimenti petroliferi. La risposta va oltre i pragmatici aspetti
economici, perché riguarda la smania americana di rivincita, se non addirittura di vendetta,
verso una piccola isola, simbolo della rivoluzione socialista, che con la sua tenacia
ideologica ha tenuto in scacco la superpotenza nucleare, rendendo vani tutti i suoi tentativi
di eliminarla.
Ed è per questo che l’ultimo atto di questa morsa americana potrebbe essere di natura
militare, anche se, ufficialmente, i negoziati tra le due Nazioni sono ancora in atto,
soprattutto sulla spinta del Segretario di Stato Marco Rubio, che vorrebbe procedere sulla
via “diplomatica” dell’inasprimento delle sanzioni (forse li vuole morti per fame o malattia),
per conseguire la caduta dell’attuale regime, attraverso una rivolta popolare.

Ma di questi tempi, le trattative non sembrano essere il pezzo forte dell’Amministrazione
USA, visto che l’attacco all’Iran è arrivato proprio mentre Teheran dava la sua disponibilità
a proseguire i negoziati. E questo ha preoccupato anche la parte democratica del
Congresso americano che, nel presagio di una possibile opzione militare di Trump contro
Cuba, ha cercato di riportare nell’alveo parlamentare il potere decisionale di guerra. Un
tentativo vanificato da una votazione a favore del Presidente che, a gennaio, aveva
definito Cuba come una minaccia “inusuale e straordinaria” per la sicurezza nazionale
accusandola, tanto per cambiare senza uno straccio di prova, di essere una base per
Russia e Cina e di dare asilo a membri di Hamas e Hezbollah.
E se questi sono i presupposti politici, quelli militari non sembrano da meno. Secondo USA
Today (terzo quotidiano per diffusione), il Pentagono avrebbe già elaborato i piani per un
attacco all’isola e sarebbe pronto ad eseguire “gli ordini del Presidente”.

Dall’altra parte, il Presidente Diaz Canel ha chiaramente dichiarato che Cuba deve essere
pronta ad affrontare anche “un’aggressione militare” e che “morire per la Patria è vivere”.
Indubbiamente belle parole, dense di onore, ma che potrebbero servire ben poco, in uno
scontro oggettivamente impari, tra una Nazione piccola e per di più allo stremo delle forze
e una superpotenza nucleare, già intrinsecamente forte, ma guidata da un Presidente che
ha la bava alla bocca per l’esito della guerra con l’Iran, che pensava di vincere
passeggiando, ma che invece lo ha drasticamente ridimensionato agli occhi sia del popolo
americano (MAGA compresi) che della comunità Internazionale.
Uno smacco che Trump deve far dimenticare quanto prima, anche in vista delle prossime
elezioni di Midterm. E cosa di meglio di un successo militare su Cuba, che metterebbe la
parola fine alla provocazione socialista a poche miglia di mare dagli USA, cancellerebbe
l’onta della disfatta della “Baia dei Porci” e farebbe dimenticare agli Americani il pasticcio
del Golfo Persico. Tutto questo costituisce una tentazione molto forte che, se ha da
essere, dovrebbe concretizzarsi in tempi brevi, perché l’appuntamento elettorale di
novembre è dietro l’angolo.

Generale di C.A. Marcello Bellacicco

Il Generale di Corpo d’Armata Marcello Bellacicco è un Ufficiale che ha maturato prolungati periodi di comando, nei reparti delle Truppe Alpine e negli Alpini Paracadutisti, di servizio presso lo Stato Maggiore dell’Esercito, Comandi NATO e l’Ambasciata di Berlino. Particolarmente esperto nei settori addestrativo e operativo, ha partecipato come Comandante a numerose Missioni all’estero, in Africa, nei Balcani e in Afghanistan.

Ha conseguito numerose onorificenze nazionali, tra cui l’Ordine Militare d’Italia e internazionali dell’ONU, della NATO e di Paesi stranieri, tra cui la “Legion of Merit” del Congresso Americano.

Autore del Libro “Noi ci abbiamo creduto” – Diario di 6 mesi di missione in Afghanistan – Disponibile su Amazon https://amzn.eu/d/hBkxyYn
Esperto di Politica Internazionale di cui parla sul suo Canale Youtube “ “Free Mind” – Disponibile su https://youtube.com/@freemindita?si=3NIJrMVgCbS5tAd1