Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

Possiamo ritenerci soddisfatti di questa nuova edizione della Biennale d’Arte 2026? La risposta, almeno per chi guarda al rapporto tra cultura, politica e responsabilità internazionale, è decisamente no.

La frattura si apre ben prima dell’inaugurazione ufficiale. Al centro dello scontro c’è la decisione del Presidente della Fondazione Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, di consentire il ritorno degli artisti russi alla Biennale dopo l’esclusione avvenuta nel 2022, anno dell’invasione russa dell’Ucraina.

Una scelta che ha immediatamente acceso il dibattito politico e istituzionale. Il Ministro della Cultura Alessandro Giuli si è opposto apertamente alla presenza russa, ricordando come l’Europa abbia imposto sanzioni politiche ed economiche alla Federazione Russa e sostenendo che quella partecipazione avrebbe rappresentato un segnale ambiguo.

Buttafuoco, da sempre estimatore della cultura russa, ha invece difeso la propria posizione rivendicando l’autonomia dell’arte dalla politica. Secondo il Presidente della Biennale, la cultura dovrebbe restare uno spazio libero, capace di favorire il dialogo anche tra popoli e Stati in conflitto.

Lo scontro è presto diventato pubblico. In un’intervista rilasciata a Repubblica, Giuli ha accusato Buttafuoco di aver coltivato per anni rapporti e dialoghi con ambienti russi, arrivando a dichiarare che il presidente della Biennale sarebbe stato “vittima di una fantasia pacificatoria”, aggiungendo: “Voleva l’ONU dell’arte ed ha finito per illudersi di poter fare politica estera. Ma questo spetta al Governo e al Parlamento”.

Nonostante le pressioni, Buttafuoco non arretra e apre ufficialmente le porte al padiglione russo.

A quel punto il Ministro tenta un ulteriore affondo chiedendo i verbali delle assemblee della Fondazione Biennale, probabilmente nel tentativo di individuare eventuali elementi critici o irregolarità nella gestione della vicenda. Ma non trovando nulla su cui costruire un intervento concreto, decide infine di disertare l’inaugurazione della Biennale e quella del Padiglione Italia.

Nel frattempo, però, il malcontento internazionale cresce. Diversi Stati contestano non soltanto il ritorno della Russia, ma chiedono anche l’esclusione di Israele, mentre aumentano le tensioni diplomatiche attorno alla presenza degli Stati Uniti. Per ragioni di sicurezza, il padiglione israeliano viene persino trasferito dalla storica sede dei Giardini alla Sala d’Armi dell’Arsenale.

Eppure, alla fine, il “goal politico” lo segna proprio Buttafuoco, che riesce a mantenere la propria linea e a riportare la Russia dentro la Biennale.

Ed è qui che la destra di Governo mostra tutte le sue contraddizioni. Matteo Salvini si schiera apertamente al fianco di Buttafuoco dichiarando: “Gli assenti hanno sempre torto”. Una frase che scatena immediatamente la replica di Giuli: “Credevo stesse facendo autocritica in merito alla sua scarsa presenza in ministero ed invece. Non mi pare un caso molto importante il fatto che Salvini prediliga la Biennale non del dissenso ma della disinformatia”.

Ma il clima di tensione interna al Ministero della Cultura non si ferma allo scontro politico sulla Biennale. Nelle stesse ore emergono anche due licenziamenti eccellenti voluti proprio da Giuli: quello di Emanuele Merlino e di Elena Proietti, fino a quel momento considerati tra i collaboratori più vicini al ministro.

Una decisione che alimenta ulteriormente la percezione di un ministero attraversato da tensioni, fratture interne e regolamenti di conti politici, proprio mentre il caso Biennale continua ad assumere dimensioni internazionali.

Il risultato è uno spettacolo surreale che raggiunge il proprio apice nei giorni di pre-apertura della Biennale. Venerdì 8 maggio, infatti, molte delle principali autorità istituzionali — dal sindaco di Venezia Luigi Brugnaro a Salvini, passando per Luca Zaia e numerosi esponenti di Fratelli d’Italia — partecipano non all’inaugurazione del Padiglione Italia, ma a quella del Padiglione Venezia.

Presente anche Buttafuoco, che secondo molti osservatori sembrerebbe non essere stato invitato all’inaugurazione del Padiglione Italia.

Ma al di là delle polemiche, delle dichiarazioni e delle schermaglie interne al governo, resta una domanda fondamentale: che figura ha fatto l’Italia davanti al mondo?

Perché questo interminabile teatrino politico ha prodotto soprattutto una cosa: l’ennesima dimostrazione di un Paese incapace di avere una posizione culturale chiara e coerente.

E forse è proprio qui il nodo centrale della questione. Perché l’arte non è neutrale. L’arte è politica.

L’arte deve avere il coraggio di dire no. No ai Paesi oppressori. No agli Stati che discriminano. No a chi utilizza parole come “democrazia” mentre alimenta guerre, occupazioni e violenze.

L’arte deve avere la forza di urlare contro un genocidio in corso. Deve schierarsi contro ogni guerra e contro ogni forma di oppressione.

Soprattutto in luoghi simbolici come la Biennale di Venezia.

Perché se la politica sceglie il silenzio, allora dovrebbe essere la cultura ad avere il coraggio di parlare.