Per anni la shared mobility è stata raccontata come un settore emergente, spesso legato a logiche di crescita veloce, incentivi e sperimentazioni urbane. Oggi però il mercato sta entrando in una fase diversa. La domanda non è più se questi modelli possano esistere, ma quali operatori saranno in grado di renderli realmente scalabili, sostenibili e integrati nei territori. Ed è qui che temi come guida autonoma, piattaforme operative e gestione industriale delle flotte iniziano a diventare centrali.
La guida autonoma non è più solo una visione futuristica
Secondo l’Osservatorio Connected Vehicle & Mobility del Politecnico di Milano, la guida autonoma potrebbe generare fino a 6,1 miliardi di euro di benefici sociali in Italia entro il 2050.
Il dato più interessante non riguarda soltanto la tecnologia, ma l’impatto sistemico che questi modelli potrebbero avere sulla mobilità urbana e territoriale. Riduzione degli incidenti, meno congestione, minori costi sociali e una diminuzione stimata fino a 900mila veicoli nelle città.
Questo significa che il mercato potrebbe evolvere verso modelli in cui il valore non sarà più il possesso del mezzo, ma la capacità di orchestrare flotte intelligenti, condivise e sempre disponibili.
Da car sharing a robo-sharing: cambia il modello operativo
L’evoluzione verso modelli come robotaxi e robosharing cambia completamente la logica del settore. Non si tratta più semplicemente di mettere a disposizione un veicolo, ma di costruire un’infrastruttura capace di gestire disponibilità, spostamenti, prenotazioni, manutenzione e utilizzo dinamico della flotta.
In questo scenario, la piattaforma tecnologica diventa tanto importante quanto il mezzo stesso. Ed è probabilmente qui che si giocherà la vera partita dei prossimi anni: non solo sulla qualità dei veicoli, ma sulla capacità di coordinare sistemi di mobilità sempre più automatizzati, condivisi e integrati nel territorio.
La fase industriale della shared mobility è già iniziata
È interessante osservare come alcuni operatori stiano già lavorando concretamente in questa direzione. Pikyrent, attraverso il contributo della sua controllante @Auriga, ad esempio, ha partecipato a una sperimentazione legata al progetto robo-sharing, contribuendo allo sviluppo di modelli in cui il veicolo non è più semplicemente “prenotabile”, ma può diventare parte di un ecosistema di mobilità autonoma e connessa.
Allo stesso tempo, piattaforme come B2-Ride mostrano come il tema non sia solo tecnologico, ma operativo: onboarding utenti, gestione flotte, monitoraggio, integrazione dei servizi e scalabilità del modello.
La shared mobility, quindi, sta progressivamente uscendo dalla fase “startup” per entrare in una logica più industriale, dove execution, affidabilità e gestione della complessità diventano elementi decisivi.
Il vero cambiamento sarà invisibile
Probabilmente il cambiamento più grande della mobilità dei prossimi anni non sarà il tipo di veicolo che utilizzeremo, ma il modo in cui verrà gestito. La guida autonoma e i modelli di robo-sharing non rappresentano solo un’evoluzione tecnologica, ma un cambio di paradigma: dalla mobilità come possesso alla mobilità come sistema orchestrato in tempo reale.
Per approfondire il progetto di robo-sharing e la sperimentazione a cui ha partecipato: https://www.aurigaspa.com/news-e-media/notizie/robo-sharing-mobilita-condivisa-auriga-politecnico-milano/
Per scoprire come B2-Ride sviluppa piattaforme operative per la mobilità condivisa: https://www.b2-ride.com/come-funziona/
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