Sabato 23 maggio 1992 atterro’ all’Aeroporto “Punta Raisi” di Palermo, l’aereo con Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo. Ad attenderlo in pista c’erano tre Fiat Croma blindate, le stesse che solitamente ogni fine settimana accompagnavano il giudice sino alla sua abitazione a Palermo, in Via Notarbartolo.
Oggi, sabato 23 maggio 2026, in tutta Italia si sono celebrate le cerimonie che ricordano l’attentato al giudice, alla moglie, anch’essa magistrato, e a tre dei sei agenti della scorta che occupavano l’auto che precedeva quella del giudice, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani.
Gli altri tre che seguivano l’auto di Falcone rimasero feriti seppure gravemente, unitamente all’autista di Falcone, Giuseppe Costanza, che era invece seduto nel sedile posteriore della vettura, perché quel giorno Falcone aveva preferito guidare personalmente.
Le vetture percorrevano solitamente la A29, unica strada che collega l’Aeroporto di Palermo con il centro della città mantenendo una velocità, che era stata concordata, di 160 km/h.
Una velocità che consente ad un’autovettura di percorrere 44 metri, circa la lunghezza di mezzo campo da calcio, in un secondo.
In un decimo di secondo, pertanto, ovvero in un tempo in cui l’auto in movimento a quella velocità sarebbe praticamente non percepibile con lo sguardo, la vettura può percorrere 4 metri.
È’ evidente che per riuscire a collocare un ordigno che colpisca l’autovettura solo ed esclusivamente in un punto stabilito di quel percorso e in molto meno di un decimo di secondo, occorreva un congegno che fosse stato in grado di colpire il bersaglio con estrema precisione: un congegno che dovette essere studio di una tecnologia anche scientificamente molto avanzata e oltremodo precisa.
Una tecnologia che difficilmente sarebbe potuta essere ideata e costruita dagli uomini a cui i capi di Cosa Nostra affidarono la realizzazione dell’attentato.
Una tecnologia di quel genere dovette essere studiata in ogni minimo dettaglio per aver potuto colpire con quella precisione il bersaglio prescelto.
Eppure e’ certo che nessuno degli attentatori, compreso il mandante, avessero le conoscenze necessarie per poter realizzare un congegno così sofisticato da un punto di vista tecnico e scientifico. I loro nomi :
Salvatore Riina — mandante principale della strage.
- Giovanni Brusca — azionò il telecomando che fece esplodere il tritolo.
- Antonino Gioè — coordinò le fasi operative accanto a Brusca.
- Pietro Rampulla — preparò il sistema esplosivo.
- Gioacchino La Barbera — partecipò all’organizzazione dell’attentato.
- Santino Di Matteo — coinvolto nella fase preparatoria.
- Giovambattista Ferrante
- Salvatore Biondo
- Raffaele Ganci
- Giuseppe Graviano
- Filippo Graviano
Eppure l’attentato riusci’, sebbene non come avrebbe dovuto e se il risultato fu comunque lo stesso.
Il congegno era stato tarato per colpire la vettura in prossimità dello svincolo di Capaci a condizione che viaggiasse ad una velocità costante di 160 km/h, perché quella era la velocità che solitamente il corteo manteneva in quel percorso.
Gli inquirenti furono certi che nei giorni che precedettero l’attentato, gli uomini di Cosa Nostra, e a questo punto dobbiamo aggiungere anche con l’intervento di personale esterno all’organizzazione mafiosa ma tecnicamente molto esperto, fecero dei test di prova facendo transitare, sembrerebbe più volte e alla velocità di 160 km/h, una loro vettura nel punto convenuto e simulando di azionare il congegno per innescare l’esplosione nel momento esatto in cui sarebbe dovuta transitare l’auto di Falcone.
Si presume che dovettero calcolare anche il tempo che fisicamente era necessario per intercettare a distanza la vettura in transito sul punto concordato, azionare il congegno e innescare l’esplosione.
Questo voleva dire disporre di un apparato tecnologicamente molto avanzato, costruito scientificamente per quel tipo di attacco con una spiccata capacità elaborativa di dati e di performance operativa.h
Dunque, intorno all’attentato che cambiò in parte la storia della Repubblica, restano ancora alcuni dubbi concernenti, soprattutto, chi probabilmente collaborò con Cosa Nostra per la realizzazione dell’attacco.
Tuttavia il delitto perfetto non esiste e anche quel giorno le cose andarono un po’ diversamente da come erano state immaginate. Infatti, stranamente Falcone, scesa dall’aereo, decise di guidare personalmente la vettura e anziché procedere alla velocità di 160 km/h, mantenne una velocità compresa fra 100 e 120 km/h. Questo cambio di marcia ovviamente gli attentatori non lo potevano sapere, e quindi hanno operato come se la vettura viaggiasse alla consueta velocità. Infatti, azionato il congegno, l’auto che salto’ in aria a causa dell’esplosione non fu quella di Falcone, ma fu quella che lo precedeva, la prima delle tre, che si trovò in anticipo sul punto in cui, se la velocità fosse stata quella consueta di 160 km/h, ci sarebbe dovuta essere quella del giudice, e in cui morirono i tre agenti della scorta. L’auto venne violentemente sollevata dal terreno e sbalzata dall’autostrada verso il campo limitrofo.
Falcone e la moglie, dunque, non morirono perché colpiti direttamente dall’esplosione, ma a causa del violento impatto contro la massa enorme di detriti che si sollevarono dal cratere formatosi nell’asfalto.
Per questo motivo, asserirono gli inquirenti, se Falcone e la moglie avessero avuto la cintura di sicurezza allacciata, cosa che viceversa non si riscontrò perché i corpi furono trovati liberamente seduti ai loro posti, probabilmente non sarebbero morti.
L’autista di Falcone che era seduto nel sedile posteriore, infatti, riportò solo gravi ferite.
La terza autovettura venne colpita anch’essa solo dai detriti, ma in modo meno violento, tanto che gli occupanti restarono solo gravemente feriti.
La vettura di Falcone in prossimità del luogo dove avvenne l’esplosione aveva, peraltro, rallentato perché, inavvertitamente, il giudice aveva estratto le chiavi della messa in moto, che rimise subito al loro posto perché avvertito dall’autista, ma provocando un ulteriore rallentamento della velocità della vettura.
Tutti gli uomini di Cosa Nostra che parteciparono all’attentato, e in particolare quelli che manifestarono successivamente, nel corso delle indagini, la volontà di collaborare, sono morti, a parte Santino di Matteo, al quale venne risparmiata la vita solo perché Cosa Nostra uccise suo figlio di pochi anni, sciogliendolo nell’acido, secondo la macabra esecuzione preferita da Riina per giustiziare le sue vittime.
