Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

Gaza, la flottiglia e l’assuefazione morale dell’Occidente

Il forte interesse suscitato dal mio post sulla flottiglia diretta verso Gaza, così come la profondità, la
qualità e l’intensità umana dei moltissimi commenti ricevuti, meritano una riflessione più ampia e
strutturata.
Per questo ho pensato di condividere questo articolo, nel quale alcuni lettori diventano parte
integrante dell’approfondimento stesso attraverso le domande e gli spunti emersi nel dibattito. Un
modo non soltanto per sviluppare ulteriormente il tema, ma anche per ringraziare tutti coloro che
hanno partecipato con sensibilità, spirito critico e autentico coinvolgimento umano a una
discussione tanto complessa quanto necessaria.
Perché raramente, negli ultimi tempi, ho visto emergere con tale forza un bisogno così diffuso di
interrogarsi non soltanto sugli eventi in sé, ma sul significato più profondo di ciò che essi stanno
rivelando riguardo alla nostra epoca, alle democrazie occidentali, alla politica internazionale e
persino alla nostra stessa coscienza collettiva.
Al di là delle inevitabili polarizzazioni, delle appartenenze ideologiche, delle letture geopolitiche
contrapposte o delle differenti sensibilità politiche, ciò che emerge infatti con straordinaria evidenza
è soprattutto un disagio umano e morale molto profondo. Una sensazione crescente che qualcosa si
stia progressivamente incrinando nel rapporto tra politica, diritto internazionale, informazione,
diplomazia e percezione umana della sofferenza.
Come se il mondo contemporaneo stesse lentamente perdendo la capacità di distinguere con
chiarezza il confine tra realismo geopolitico e assuefazione morale, tra difesa legittima e
disumanizzazione dell’altro, tra informazione e saturazione emotiva, tra diplomazia e semplice
gestione comunicativa delle crisi.
Ed è forse proprio questo il punto centrale.
La vicenda della flottiglia ha improvvisamente riacceso attenzione mediatica globale, indignazione
diplomatica, dichiarazioni ufficiali, prese di posizione governative e dibattito pubblico
internazionale. Attivisti fermati, tensioni in mare, reazioni politiche immediate: improvvisamente
Gaza è tornata al centro della scena mondiale.
Ma è impossibile non porsi una domanda tanto semplice quanto inquietante: perché è stato
necessario tutto questo? Perché mesi di devastazione, immagini di civili uccisi, bambini feriti,
famiglie distrutte, fame, malattie e sofferenza quotidiana non erano riusciti da soli a produrre la
stessa intensità di attenzione politica e mediatica?
Qui emerge probabilmente il nodo più profondo e inquietante del nostro tempo: il rischio crescente
dell’assuefazione morale collettiva.

La normalizzazione dell’orrore

Viviamo immersi in un flusso continuo e ininterrotto di immagini, tragedie, guerre, violenze, crisi
umanitarie, indignazioni mediatiche e conflitti permanenti. Ogni giorno scorrono davanti ai nostri
occhi città bombardate, corpi senza vita, bambini feriti, attentati, odio ideologico, tensioni sociali e
un’aggressività diffusa che sembra ormai attraversare ogni livello della comunicazione
contemporanea, dalla geopolitica ai social network.
È come se l’umanità contemporanea fosse entrata in una condizione di esposizione permanente al
trauma.
Questa sovraesposizione emotiva e psicologica rischia lentamente di anestetizzare la coscienza
collettiva. Non perché l’essere umano smetta realmente di provare empatia o di sentire il dolore
altrui, ma perché finisce progressivamente per non riuscire più a elaborarlo in profondità. Il
problema infatti non è l’assenza di emozione, ma il suo eccesso continuo. Un accumulo incessante
di immagini, tensioni, paure e tragedie che la mente umana fatica ormai a metabolizzare.
Ogni evento drammatico viene rapidamente sostituito dal successivo. Ogni indignazione dura lo
spazio di un ciclo mediatico. Ogni orrore viene sommerso da un nuovo orrore ancora più estremo,
più violento, più scioccante.
Un lettore osservava con grande lucidità come oggi siamo talmente immersi nella violenza verbale,
visiva e psicologica da non avere nemmeno più il tempo di processare umanamente un evento prima
che ne sopraggiunga immediatamente un altro. Una riflessione estremamente significativa, perché
coglie uno degli aspetti più pericolosi della nostra epoca: la saturazione emotiva permanente.
E proprio questa saturazione rischia lentamente di produrre un progressivo annichilimento della
capacità di indignarsi davvero. Non smettiamo di guardare, di commentare, di discutere o di
schierarci. Ma qualcosa, interiormente, si consuma. Perché l’essere umano non è stato costruito per
vivere costantemente immerso nella percezione globale del dolore del mondo senza pagarne
conseguenze interiori.
Il rischio più inquietante del nostro tempo non è soltanto la guerra in sé, ma la normalizzazione
interiore dell’orrore.
È il momento in cui ciò che avrebbe dovuto sconvolgerci profondamente comincia lentamente a
diventare parte stabile del paesaggio quotidiano. Qualcosa che continua a colpirci razionalmente,
ma che non riesce più a mobilitare la stessa profondità morale, emotiva e spirituale.
È questa la forma più subdola di impoverimento morale di una civiltà. Perché una società non perde
necessariamente la propria umanità soltanto quando compie il male. Talvolta comincia a perderla
molto prima: nel momento in cui si abitua progressivamente a convivere con il dolore degli
innocenti senza riuscire più a sentirne fino in fondo il peso umano.

Non solo Gaza

Naturalmente il tema non riguarda soltanto Gaza.
Molti commenti ricevuti hanno richiamato l’attenzione su un aspetto estremamente importante e
spesso rimosso dal dibattito pubblico occidentale: il mondo contemporaneo è attraversato da decine
di crisi umanitarie che consumano quotidianamente sofferenze immense quasi nel silenzio generale.
Il Darfur, vaste aree africane devastate da guerre civili, fame e instabilità permanente, persecuzioni
etniche e religiose, popolazioni abbandonate da anni a condizioni disumane, conflitti dimenticati
che continuano a produrre morti, sfollati, violenze e disperazione senza riuscire quasi mai a entrare
realmente nella coscienza collettiva dell’Occidente.
Ed è inevitabile che, davanti a questa realtà, sorga una domanda tanto scomoda quanto legittima:
perché alcune tragedie riescono improvvisamente a mobilitare attenzione globale, indignazione
politica, campagne mediatiche e forte partecipazione emotiva, mentre altre rimangono quasi
invisibili pur producendo sofferenze umane enormi? Perché esistono flottiglie, mobilitazioni
simboliche, pressioni diplomatiche e grandi narrazioni mediatiche per alcune crisi, mentre su altre
cala un silenzio quasi assoluto?
La risposta probabilmente è molto più complessa di quanto si voglia ammettere, perché entrano in
gioco il peso geopolitico delle aree coinvolte, gli equilibri strategici internazionali, gli interessi
economici, la rilevanza energetica, le alleanze storiche, le polarizzazioni ideologiche e perfino la
capacità narrativa delle singole crisi di entrare nell’immaginario emotivo occidentale. Alcune
tragedie diventano simboli globali, altre rimangono periferia invisibile dell’umanità.
Anche il sistema mediatico contemporaneo esercita un ruolo enorme in questa dinamica. Alcune
immagini possiedono una forza narrativa capace di attraversare immediatamente il mondo e di
imporre il tema all’attenzione collettiva; altre sofferenze, magari ancora più vaste e prolungate,
rimangono invece prive di quella capacità comunicativa necessaria per rompere il muro
dell’indifferenza globale.
Il rischio più inquietante è che la visibilità del dolore umano finisca progressivamente per dipendere
dalla sua capacità di produrre impatto mediatico, polarizzazione politica o interesse strategico.
Ma il fatto che esistano molte sofferenze dimenticate non dovrebbe mai portarci a relativizzare
quella di Gaza, così come la tragedia di Gaza non dovrebbe impedirci di vedere le altre tragedie del
mondo. Al contrario, dovrebbe spingerci ad allargare lo sguardo e a interrogarci sulla crescente
incapacità del sistema internazionale, della politica e perfino dell’opinione pubblica globale di
mantenere una sensibilità umana coerente davanti alle tragedie contemporanee.
Perché quando il dolore degli innocenti diventa selettivamente visibile, anche la coscienza morale
rischia lentamente di diventare selettiva. E quando una civiltà comincia inconsapevolmente a
stabilire quali sofferenze meritino attenzione e quali possano invece essere assorbite dal silenzio,
allora il problema non riguarda più soltanto la geopolitica o l’informazione, ma la credibilità morale
stessa delle democrazie occidentali e il rapporto sempre più fragile tra i valori proclamati e la loro
reale applicazione nel mondo contemporaneo.

La doppia morale

Molti commenti hanno insistito su un punto estremamente duro ma difficilmente ignorabile: la
percezione crescente di una doppia morale nell’applicazione del diritto internazionale.
Le regole esistono. I trattati esistono. Le convenzioni internazionali esistono. Esistono corti
internazionali, organismi multilaterali, risoluzioni, principi universalmente proclamati e un’intera
architettura giuridica costruita, almeno teoricamente, per impedire che il mondo ripiombi nelle
logiche più brutali della storia del Novecento.
Eppure la sensazione sempre più diffusa, non soltanto nelle opinioni pubbliche occidentali ma
anche in gran parte del mondo, è che l’applicazione concreta di quei principi dipenda troppo spesso
dagli equilibri di forza, dalle alleanze strategiche, dagli interessi economici e dalle convenienze
geopolitiche del momento.
È una percezione devastante per la credibilità dell’Occidente.
Perché quando i principi sembrano valere soltanto in determinate circostanze o per determinati
attori, inevitabilmente cresce l’impressione che il diritto internazionale non sia più realmente
universale, ma subordinato ai rapporti di potere.
Per decenni l’Occidente ha costruito la propria autorevolezza internazionale non soltanto sulla forza
economica, tecnologica o militare, ma anche sull’idea di rappresentare un modello fondato sul
diritto, sulle libertà individuali, sulla tutela dei diritti umani e sulla centralità delle regole condivise.
Quando però l’applicazione di quei principi appare selettiva, intermittente o condizionata dagli
interessi strategici, inevitabilmente si incrina qualcosa di molto più profondo della semplice
immagine politica internazionale. Si incrina la fiducia stessa nell’universalità dei valori proclamati.
Naturalmente sarebbe ingenuo immaginare che la geopolitica sia mai stata governata soltanto dalla
morale. Gli Stati hanno sempre perseguito interessi strategici, sicurezza nazionale, equilibri
regionali, approvvigionamenti energetici, influenza economica e vantaggi geopolitici. È sempre
stato così e probabilmente continuerà a esserlo.
Ma senza almeno una coerenza minima tra i principi dichiarati e il loro utilizzo concreto, le
democrazie rischiano progressivamente di perdere autorevolezza morale sia verso l’esterno sia
verso le proprie stesse opinioni pubbliche. E quando le persone smettono di percepire coerenza tra i
valori proclamati e le azioni reali, cresce inevitabilmente il senso di sfiducia, disillusione e cinismo
verso la politica internazionale.
Ed è proprio questo uno degli aspetti più delicati e inquietanti della situazione attuale.
Quando la politica perde autorevolezza morale e la diplomazia internazionale appare incapace di
incidere realmente sugli eventi, cresce inevitabilmente la percezione di un vuoto politico e umano.
È dentro questo spazio che si inseriscono le iniziative simboliche, l’attivismo mediatico, le
mobilitazioni emotive e il bisogno collettivo di trovare nuovi strumenti attraverso cui esprimere
indignazione, pressione o richiesta di giustizia.
In altre parole, il problema non è soltanto ciò che fanno gli attivisti. Il problema è il motivo per cui
una parte crescente dell’opinione pubblica percepisce che, senza quei gesti simbolici, il mondo
rischierebbe semplicemente di continuare a voltarsi dall’altra parte.

La strumentalizzazione dell’attivismo

Esiste però anche un altro elemento estremamente delicato, emerso con forza in molti commenti: il
rischio di una progressiva strumentalizzazione politica e mediatica degli attivisti e delle iniziative
umanitarie.
È un tema complesso, scomodo e inevitabilmente divisivo, ma proprio per questo merita di essere
affrontato senza riflessi ideologici automatici. Perché è inevitabile che qualcuno si domandi quanto,
dietro certe azioni altamente mediatizzate, vi sia autentica spinta umanitaria e quanto invece volontà
di costruire una narrazione politica, identitaria o ideologica. È una domanda legittima, così come è
legittimo interrogarsi sul rischio che il gesto umanitario si trasformi progressivamente in
provocazione simbolica studiata per generare immagini forti, reazioni internazionali, tensione
diplomatica e polarizzazione emotiva globale.
Viviamo infatti in un’epoca nella quale la comunicazione non accompagna più semplicemente gli
eventi, ma tende sempre più a costruirne il significato pubblico. In questo contesto anche
l’umanitario rischia inevitabilmente di essere assorbito dentro dinamiche narrative sempre più
polarizzate, dove ogni immagine diventa simbolo, ogni gesto dichiarazione politica e ogni tragedia
terreno di scontro emotivo globale.
Quando le istituzioni internazionali, la diplomazia e i governi democratici appaiono immobili,
ambigui, paralizzati o incapaci di affrontare efficacemente le crisi contemporanee, inevitabilmente
cresce lo spazio occupato dalla comunicazione, dall’attivismo simbolico e dalla mobilitazione
emotiva permanente. Da una parte aumenta infatti la sfiducia verso la politica tradizionale,
percepita come lenta, contraddittoria o impotente; dall’altra diventano sempre più centrali soggetti
capaci di esercitare soprattutto una pressione simbolica e narrativa, spesso molto più efficace sul
piano emotivo della reale capacità operativa delle istituzioni.
È una trasformazione profonda delle democrazie contemporanee.

Il rumore delle democrazie

Molti lettori hanno osservato con grande lucidità come oggi le democrazie occidentali non tacciano
affatto. Al contrario, parlano continuamente. Producono dichiarazioni ufficiali, vertic
internazionali, richiami diplomatici, condanne formali, appelli umanitari e indignazioni rituali quasi
quotidiane. Eppure, nonostante questa continua produzione di parole, l’impressione crescente è che
tutto questo generi soprattutto la percezione del movimento, non il movimento reale.
È la politica del “parlare senza agire”.
Una dinamica nella quale la gestione della percezione pubblica tende progressivamente a sostituire
la sostanza dell’azione politica concreta. Le parole si moltiplicano mentre la capacità reale di
incidere sugli eventi appare sempre più fragile, lenta o paralizzata dagli equilibri geopolitici.
Ed è probabilmente proprio questo scarto crescente tra linguaggio ufficiale e realtà percepita ad
alimentare sfiducia, disillusione e radicalizzazione. Perché quando le parole perdono
progressivamente credibilità, inevitabilmente cresce lo spazio delle semplificazioni estreme, delle
narrazioni assolute e delle letture identitarie dei conflitti.
In questo clima aumenta il rischio di leggere tragedie storicamente complesse attraverso categorie
sempre più polarizzate, nelle quali la disumanizzazione reciproca torna lentamente a riaffacciarsi.
Ed è proprio qui che emerge un rischio estremamente delicato e storicamente pericoloso: quello che
la critica legittima alle politiche del governo israeliano degeneri progressivamente in antisemitismo
diffuso.
Una distinzione fondamentale che deve essere preservata con assoluta chiarezza.
Criticare Netanyahu o Ben-Gvir non significa criticare il popolo ebraico nella sua interezza. Così
come denunciare le sofferenze della popolazione civile palestinese non equivale automaticamente a
giustificare Hamas o il terrorismo. Allo stesso modo, difendere Israele dal terrorismo e riconoscere
il trauma profondissimo subito il 7 ottobre non può significare considerare automaticamente
terrorista un’intera popolazione civile palestinese composta anche da bambini, donne, anziani e
persone che nulla hanno a che vedere con l’estremismo armato.
Perché è sempre nella disumanizzazione dell’altro che iniziano le derive più pericolose della storia
umana.

Riconoscere l’Umanità

Ogni volta che un popolo smette di vedere esseri umani nell’altro campo e comincia a vedere
soltanto categorie astratte, nemici collettivi o identità assolute, il rischio di scivolare verso
dinamiche incontrollabili cresce enormemente. La storia europea del Novecento avrebbe dovuto
insegnarci proprio questo: le grandi tragedie non iniziano improvvisamente con i massacri, ma
molto prima, nel linguaggio, nella progressiva erosione dell’empatia, nell’assuefazione alla
sofferenza dell’altro e nella costruzione culturale della sua disumanizzazione.
A questo punto il tema smette definitivamente di essere soltanto geopolitico e rivela invece la sua
natura più profonda. Ciò che oggi è realmente in gioco non riguarda soltanto gli equilibri del Medio
Oriente o la stabilità internazionale, ma la capacità stessa delle società contemporanee di mantenere
viva una percezione autenticamente umana dell’altro anche dentro le contrapposizioni più
drammatiche.
La vera sfida della nostra epoca è probabilmente questa: riuscire a difendere sicurezza, identità,
valori e interessi senza perdere progressivamente la capacità di riconoscere l’umanità anche nel
volto di chi percepiamo come nemico.
Un commento particolarmente profondo osservava come i grandi processi di degrado morale non
inizino improvvisamente con gli eventi estremi, ma molto prima: nelle piccole rinunce quotidiane
alla verità, nel silenzio davanti alle ingiustizie, nell’abitudine a voltarsi dall’altra parte quando il
problema colpisce altri e non noi stessi.
È una riflessione che merita attenzione, perché la storia dell’umanità mostra con impressionante
continuità come le grandi derive non nascano quasi mai all’improvviso. Raramente il male irrompe
nella storia in forma immediatamente evidente e riconoscibile. Molto più spesso cresce lentamente,
quasi impercettibilmente, attraverso l’assuefazione progressiva, la normalizzazione
dell’inaccettabile, il compromesso morale quotidiano, la convenienza, la paura di esporsi, il
desiderio di proteggere il proprio spazio personale anche a costo di ignorare il dolore altrui.
Il male raramente si alimenta soltanto attraverso la forza dei carnefici. Molto più spesso cresce
attraverso il silenzio, l’indifferenza, l’opportunismo o la stanchezza morale di chi pensa di poter
restare esterno agli eventi. Ed è probabilmente questa una delle lezioni più profonde e più
inquietanti che il Novecento avrebbe dovuto lasciare in eredità alla coscienza collettiva
dell’umanità.
Perché ogni civiltà vive costantemente dentro una tensione invisibile ma permanente tra luce e buio.
Da una parte esiste la capacità di mantenere empatia, senso del limite, equilibrio, coscienza,
profondità umana e capacità di riconoscere dignità anche nell’altro. Dall’altra cresce continuamente
il rischio della paura, dell’odio, della radicalizzazione, del cinismo, della disumanizzazione e della
progressiva perdita della sensibilità morale.
Il rischio più grave del nostro tempo è questo: non soltanto la violenza materiale delle guerre, ma
l’abitudine interiore all’orrore.
Il momento in cui ciò che avrebbe dovuto sconvolgerci profondamente comincia lentamente a
diventare parte stabile del paesaggio quotidiano. Quando il dolore degli innocenti smette
progressivamente di essere percepito come una ferita umana universale e si trasforma invece in
statistica, rumore di fondo, contenuto mediatico, elemento permanente del flusso informativo
globale.
È lì che qualcosa comincia davvero a spegnersi.
Perché una società non perde necessariamente la propria umanità soltanto quando compie il male.
Talvolta inizia a perderla molto prima: nel momento in cui si abitua progressivamente a convivere
con la sofferenza dell’altro senza riuscire più a sentirne fino in fondo il peso umano.

“Tu sei un intero oceano in una goccia”

A questo punto il tema smette definitivamente di riguardare soltanto Gaza, Israele, l’Occidente, le
flottiglie o la geopolitica. Il punto più profondo riguarda l’essere umano e ciò che accade dentro di
noi quando smettiamo lentamente di percepire che la ferita dell’altro riguarda anche noi. Quando il
dolore di bambini, civili e innocenti, indipendentemente dalla loro appartenenza, smette di
interrogarci interiormente e viene assorbito dentro la logica delle appartenenze, delle tifoserie
geopolitiche o delle convenienze narrative.
Qui ritorna anche il senso più profondo del titolo del mio libro: Tu sei un intero oceano in una
goccia. Un titolo carpito da un toccante passaggio della poesia “Là fuori” del poeta mistico persiano
Gialāl ad-Dīn Rūmī (Balkh 1207 – Konya 1273).
Perché ogni essere umano, al di là delle appartenenze politiche, religiose, etniche o nazionali,
partecipa a qualcosa di immensamente più grande. Esiste una dimensione interiore, invisibile e
immateriale che ci unisce molto più profondamente di quanto le divisioni della storia riescano a
separarci.
La scienza stessa, in fondo, ci mostra continuamente immagini straordinarie di questa unità
profonda. Una singola cellula contiene il DNA dell’intero organismo. Dentro una parte
infinitesimale è custodita l’informazione dell’intera vita. Allo stesso modo, ogni essere umano porta
dentro di sé lo specchio dell’intera umanità.
Non siamo semplici gocce, ma gocce che contengono un intero e comune oceano.
Per questo il dolore degli innocenti, ovunque essi siano, non può mai essere veramente estraneo.
Ogni volta che una civiltà si abitua alla sofferenza dell’altro, ogni volta che smette di riconoscere
l’umanità anche nel volto del nemico, qualcosa si oscura non soltanto fuori di noi, ma dentro di noi.
Questa è la vera battaglia del nostro tempo. Non soltanto una battaglia geopolitica, militare o
ideologica, ma una battaglia interiore e civile per non perdere quella connessione profonda che ci
rende esseri umani prima ancora che cittadini, elettori, credenti o appartenenti a una parte.
Perché nel momento in cui dimentichiamo di appartenere tutti allo stesso oceano, il rischio è che il
buio smetta di essere soltanto intorno a noi e cominci lentamente a prendere dimora dentro di noi.
Ogni autentica idea di civiltà dovrebbe ripartire proprio da qui: dalla capacità di continuare a
specchiarci nel nostro simile e vedere noi stessi, anche quando la storia, la paura, la propaganda e la
violenza spingono nella direzione opposta.
Perché una civiltà rimane veramente viva non quando dimostra soltanto forza, tecnologia o potenza,
ma quando riesce ancora, persino nel mezzo dei conflitti più duri, a non smarrire completamente la
propria anima.
Perché sarà proprio da questa capacità di restare umani nel tempo della disumanizzazione che
dipenderà il futuro stesso della nostra civiltà.
Condivido ciò che il mare mi ha insegnato, senza la pretesa di possedere verità
assolute. Offro queste riflessioni a chi vorrà navigare con me. Chi sentirà che
questa rotta gli appartiene, salga a bordo. Il mare è grande. C’è spazio per tutti
quelli che hanno il coraggio di partire.


PaoloTreu
L’Ammiraglio di Squadra (aus.) Paolo Treu è ex Comandante in Capo della
Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare italiana.
“MAPPE DEL POTERE”
(https://www.linkedin.com/newsletters/mappe-del-potere-
7436115065423974400/)
“LEADERSHIP”
(https://www.linkedin.com/newsletters/leadership-7430953035700391936/)
PUBBLICAZIONI
Paolo Treu è autore di molte pubblicazioni. L’ultima in ordine di tempo è
intitolata “Tu sei un intero oceano in una goccia – Rompi le pareti della tua
prigione”. Il ricavato della vendita del libro sarà interamente devoluto per
volontà dell’autore all’Associazione MITOCON (www.mitocon.it) che opera a
sostegno dei pazienti affetti da rare malattie mitocondriali che colpiscono i
bambini e le relative famiglie.
link: https://amzn.eu/d/09PPCGeE