Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

I giovani e il pressing di quello che uno spot pubblicitario di molti anni fa definiva logorio della vita moderna.

Le immagini fanno velocemente il giro del web e propongono un gregge di tremila pecore, che corre su distese d’erba a perdita d’occhio, in un video di pochi secondi pubblicato sul social network cinese Weibo, e inaspettatamente attirano l’attenzione di milioni di utenti  e ha portato alla luce una realtà significativa: nelle megalopoli supertecnologiche molti giovani si dichiarano talmente esausti da considerare l’isolamento in territori lontani come un ideale rifugio.

Si tratta dell’annuncio di lavoro pubblicato da Zuo Xiaoyong, proprietario di un ranch nella Mongolia Interna, rivolto semplicemente alla ricerca di due pastori. Nel giro di poche ore, si sono candidati in 700 e il post ha registrato 59 milioni di visualizzazioni e oltre 21.000 interazioni. Ciò che probabilmente è emerso non è stato un improvviso interesse dei giovani per la pastorizia, quanto piuttosto il segnale di un diffuso disagio generazionale legato a ritmi lavorativi esageratamente intensi e faticosi e a un mercato del lavoro sempre più esigente e competitivo.

Il fenomeno evidenzia una condizione che non riguarda probabilmente solo la Cina. 

Dietro l’interesse per la vita da pastore si può riconoscere il timore  condiviso anche da molti giovani occidentali: la percezione di essere coinvolti in una competizione permanente, caratterizzata da una insanabile precarietà, da un costo della vita sempre più alto e da aspettative sempre più difficili da soddisfare. 

In Cina, così come accade in Europa e in America, il desiderio di rallentare e di ridurre la pressione sociale e professionale si manifesta spesso attraverso anche la ricerca di modelli di vita alternativi, più equilibrati e meno gravosi. Pur variando i contesti economici e politici, il disagio generazionale presenta elementi di notevole somiglianza.

Certamente in Cina i numeri sono sempre molto grandi, ma cosa accadrebbe se un annuncio analogo venisse pubblicato oggi nella nostra piccola Italia? 

Forse potrebbe suscitare  reazioni non molto diverse. Anche nel nostro Paese, numerosi giovani alle prese con salari stagnanti, costi abitativi elevati e prospettive professionali incerte, potrebbero interpretare la prospettiva di una vita alternativa e lontana dai centri urbani, come un’opportunità di realizzazione personale prima ancora che lavorativa. 

I social network si popolerebbero rapidamente di commenti, di contenuti ironici e di candidature simboliche; tuttavia, al di là dell’aspetto più leggero, emergerebbe un interrogativo di maggiore portata: per quale motivo un numero crescente di giovani potrebbe considerare l’allontanamento dai ritmi della modernità non più come una rinuncia, ma come una forma di liberazione? 

Non è difficile immaginare che l’eventuale successo di un’iniziativa simile rappresenterebbe solo marginalmente un’esaltazione della vita rurale, perché indurrebbe una riflessione critica su un modello economico e sociale che molti percepiscono come sempre meno sostenibile.