Il recente episodio del drone attribuito dalle Autorità romene alla Russia e precipitato in Romania non rappresenta, almeno allo stato attuale delle informazioni disponibili, un attacco deliberato della Russia contro un Paese della NATO.
È importante chiarirlo subito, evitando sia il sensazionalismo sia letture emotive che rischiano soltanto di aumentare ulteriormente la tensione. Tuttavia sarebbe un errore altrettanto grave minimizzare l’accaduto o archiviarlo semplicemente come un incidente marginale. Perché questo episodio, pur non configurando un’aggressione diretta, mette in luce una serie di contraddizioni strategiche e politiche che l’Europa non può più permettersi di ignorare.
Il punto centrale, infatti, non è tanto il drone in sé – che peraltro non rappresenta il primo episodio di questo tipo – quanto ciò che questa vicenda rivela sul reale livello di preparazione del continente europeo di fronte alle nuove forme di conflitto contemporaneo.
Da oltre quattro anni la guerra in Ucraina domina il quadro strategico europeo. In questo lungo periodo le leadership del continente hanno costantemente sottolineato la gravità della minaccia russa, parlando sempre più apertamente di deterrenza, sicurezza europea, riarmo, rafforzamento della NATO e necessità di prepararsi a scenari di crescente instabilità. I bilanci della difesa sono aumentati, i governi hanno giustificato nuovi investimenti militari e il dibattito pubblico è stato progressivamente orientato verso l’idea di una minaccia strategica sempre più seria proveniente da Mosca.
Eppure, quando un singolo drone sconfinato ai margini dell’Unione Europea attraversa lo spazio aereo romeno, viene tracciato e seguito dalle autorità militari, ma nessuno riesce ad abbatterlo.
È un episodio che inevitabilmente colpisce l’opinione pubblica europea. Non perché dimostri che la Romania o la NATO siano “inermi”, come qualcuno superficialmente sostiene, ma perché evidenzia qualcosa di molto più profondo e strategicamente rilevante: oggi nemmeno un’Alleanza tecnologicamente avanzata come la NATO è in grado di garantire una protezione continua e assoluta contro minacce moderne, economiche, diffuse e difficilmente intercettabili come i droni.
Ed è qui che emerge il vero nodo della questione.
La contraddizione della narrativa europea
Per decenni le forze armate occidentali si sono strutturate prevalentemente per garantire deterrenza convenzionale, superiorità tecnologica e capacità di proiezione della forza, oltre che per la gestione di crisi regionali. Molto meno, invece, per affrontare una guerra caratterizzata da sciami di droni, saturazione dello spazio aereo a bassa quota, cyberattacchi, sabotaggi infrastrutturali e pressione psicologica permanente sulle popolazioni civili.
La guerra in Ucraina ha mostrato chiaramente che il conflitto moderno non è più soltanto una questione di grandi piattaforme militari, flotte o divisioni corazzate. È diventato un sistema molto più ambiguo e diffuso, nel quale anche strumenti relativamente economici possono produrre effetti politici, mediatici e psicologici enormi.
Il caso romeno rappresenta esattamente questo: un episodio militarmente limitato ma strategicamente rivelatore.
Perché dopo oltre quattro anni di guerra alle porte dell’Europa, dopo anni di dichiarazioni allarmanti sulla minaccia russa e sulla necessità di rafforzare la sicurezza continentale, molti cittadini europei iniziano inevitabilmente a porsi una domanda molto semplice: se davvero esistesse una concreta prospettiva di aggressione diretta o addirittura di invasione dell’Europa da parte della Russia, il livello di protezione del territorio europeo non dovrebbe essere immensamente più avanzato di quello che abbiamo appena visto?
Ed è proprio qui che si apre una crescente crisi di credibilità della narrativa politica europea.
Da un lato i governi parlano di minaccia esistenziale, di necessità di prepararsi, di deterrenza e di riarmo. Dall’altro, di fronte a un ulteriore drone sconfinato, emergono limiti evidenti perfino nella gestione di una minaccia relativamente circoscritta.
La contraddizione appare ancora più evidente osservando alcune recenti decisioni che riguardano direttamente la disponibilità operativa di mezzi militari europei. Mentre il dibattito politico e mediatico insiste sempre più sulla necessità di prepararsi a possibili scenari di confronto ad alta intensità, si accetta contemporaneamente una temporanea riduzione della disponibilità immediata di alcune piattaforme navali moderne.
L’Italia, ad esempio, ha ceduto all’Indonesia due Pattugliatori Polivalenti d’Altura di nuova costruzione destinati alla Marina Militare, piattaforme che per capacità operative e armamento rappresentano a tutti gli effetti unità di prima linea assimilabili a moderne fregate. In contemporanea procede peraltro il percorso per la cessione di due moderne fregate FREMM della Marina Militare alla Grecia. Entrambe le operazioni prevedono unità sostitutive, ma con tempi di consegna che si estendono fino alla fine del decennio.
Il problema quindi non è tanto la cessione delle unità, quanto il vuoto operativo che inevitabilmente si crea nel periodo intermedio. Ed è difficile non notare la distanza tra una narrativa politica che descrive l’Europa come esposta a rischi crescenti di una guerra e decisioni che, nei fatti, accettano una temporanea riduzione della disponibilità immediata di mezzi militari avanzati.
Anche questo finisce inevitabilmente per aumentare la distanza tra la narrativa politica e la percezione concreta dei cittadini. Se infatti la minaccia viene descritta come urgente, imminente ed esistenziale, allora molti europei si aspettano che l’obiettivo principale sia mantenere oggi il più alto livello possibile di capacità operative disponibili, non ridurle temporaneamente confidando in sostituzioni che entreranno in servizio soltanto tra alcuni anni.
Ed è proprio qui che molti cittadini iniziano a percepire una contraddizione sempre più evidente. Se il rischio viene realmente considerato così grave da giustificare enormi programmi di riarmo e una crescente mobilitazione economica e politica attorno alla sicurezza, allora ci si aspetterebbe un continente già fortemente strutturato per la difesa del proprio territorio e impegnato a mantenere immediatamente disponibili tutte le proprie capacità operative più avanzate.
Se invece perfino un singolo drone riesce a colpire il territorio europeo senza essere fermato, mentre parallelamente si accettano temporanee riduzioni della disponibilità di moderne piattaforme militari, allora inevitabilmente molti iniziano a domandarsi se il continuo richiamo all’emergenza della guerra derivi davvero da una concreta convinzione dell’imminenza di un conflitto oppure se il continuo richiamo all’emergenza strategica rischi progressivamente di essere percepito anche come uno strumento politico utile a legittimare una forte espansione della spesa militare e dell’industria della difesa.
Cresce inoltre il dubbio che una costante percezione di vulnerabilità, urgenza e pressione psicologica possa diventare utile anche a rafforzare la capacità delle leadership politiche di orientare consenso, priorità pubbliche e accettazione di misure straordinarie.
Perché agli occhi di una parte crescente dell’opinione pubblica emerge una sensazione difficile da ignorare: la retorica dell’emergenza bellica sembra avanzare molto più rapidamente della reale trasformazione delle capacità difensive europee, e il senso di urgenza trasmesso alle popolazioni rischia talvolta di apparire più forte della stessa preparazione concreta ad affrontare un eventuale conflitto.
In questo quadro, l’industria della difesa svolge certamente un ruolo fondamentale per la sicurezza nazionale e, in un contesto internazionale instabile, non può essere trascurata. Ma è altrettanto evidente che ogni enorme riallocazione di risorse verso il comparto militare entra inevitabilmente in competizione con altri settori molto cari ai cittadini ed essenziali per la tenuta economica, sociale e civile delle società europee.
La vera minaccia e il mito dell’invasione convenzionale
La Russia rappresenta certamente una temibile potenza militare, dotata di capacità nucleari, missilistiche, cyber e ibride molto rilevanti. Ha la capacità di destabilizzare aree regionali, esercitare pressione strategica, colpire infrastrutture critiche e logorare progressivamente gli avversari attraverso una tensione continua e diffusa.
Ma un conto è riconoscere alla Russia queste capacità, un altro è immaginare realisticamente uno scenario di invasione convenzionale dell’Europa occidentale. Una prospettiva che oggi appare estremamente improbabile sotto il profilo militare, logistico, industriale e persino demografico.
La Russia sta già sostenendo da anni uno sforzo bellico enorme in Ucraina, con costi elevatissimi sul piano umano, economico e produttivo. Pensare a una capacità di occupazione dell’Europa significherebbe ignorare completamente le dimensioni reali di una simile operazione.
Esiste inoltre un fattore spesso poco discusso: il limite demografico russo. Una guerra convenzionale di larga scala contro l’Europa richiederebbe masse umane, capacità industriali e sostenibilità logistica gigantesche, difficilmente compatibili con le condizioni strutturali della Federazione Russa contemporanea.
Questo naturalmente non significa abbassare la guardia. Significa però distinguere tra minacce realistiche e narrativa emotiva.
La vera vulnerabilità europea oggi non è il rischio di vedere colonne di carri armati russi dirigersi verso Parigi o Berlino, ma la difficoltà crescente del continente nel reggere una pressione strategica continua, ibrida e psicologicamente logorante.
La resilienza smarrita dell’Europa
Per oltre trent’anni il continente europeo ha progressivamente smantellato gran parte della propria cultura della resilienza territoriale. Con la fine della Guerra Fredda si è diffusa la convinzione che un conflitto ad alta intensità sul territorio europeo fosse ormai sostanzialmente impossibile. Di conseguenza molti Paesi hanno ridotto o trascurato sistemi di protezione civile concepiti per scenari di crisi, hanno abbandonato rifugi antiaerei, ridotto le scorte strategiche, indebolito la difesa aerea territoriale, trascurato le ridondanze energetiche e progressivamente perso quella preparazione psicologica collettiva che durante il Novecento era considerata parte integrante della sicurezza nazionale.
L’Europa si è abituata a pensare la sicurezza quasi esclusivamente come stabilità economica, interdipendenza commerciale e deterrenza diplomatica. Oggi invece il continente si trova improvvisamente di fronte a una forma di conflitto molto più sfumata, ibrida e persistente, per la quale molte società europee non sembrano psicologicamente preparate.
Ed è forse proprio questo il vero elemento di vulnerabilità emerso negli ultimi anni. Non tanto l’assenza assoluta di capacità militari – che l’Europa continua comunque a possedere – quanto la difficoltà crescente delle società occidentali nel reggere una pressione prolungata, ambigua e psicologicamente logorante.
Perché le guerre moderne non si combattono soltanto con i carri armati o con i missili. Si combattono sempre di più sulla tenuta psicologica delle popolazioni, sulla fiducia nelle istituzioni, sulla resilienza delle infrastrutture e sulla capacità delle società di non frammentarsi sotto una pressione continua e diffusa.
Il caso Romania come test strategico della NATO
Il caso romeno mette inoltre in evidenza un altro aspetto estremamente importante e spesso sottovalutato nel dibattito pubblico europeo: questi sconfinamenti, pur non configurando necessariamente un attacco diretto, possono rappresentare uno strumento estremamente efficace per testare la prontezza operativa, la velocità decisionale e la tenuta politica dell’intero sistema NATO.
Un drone che entra nello spazio aereo di un Paese NATO, viene tracciato ma non abbattuto, produce infatti una quantità enorme di informazioni strategiche. Permette di valutare i tempi di reazione delle catene di comando, il coordinamento tra radar civili e militari, la rapidità dei processi decisionali, le regole d’ingaggio realmente applicate in situazioni ambigue e il livello di integrazione operativa tra le diverse strutture dell’Alleanza. Allo stesso tempo consente di comprendere quale sia la soglia politica oltre la quale i governi occidentali siano effettivamente disposti a reagire.
Il caso romeno evidenzia inoltre un altro elemento estremamente delicato: la rapidità con cui, in situazioni ancora poco chiare e prive di verifiche definitive, il dibattito politico europeo tenda spesso ad attribuire immediatamente la responsabilità alla Russia.
Un riflesso particolarmente significativo in un contesto nel quale, negli ultimi anni, non sono mancati episodi inizialmente presentati come attribuibili a Mosca e successivamente rivelatisi molto più complessi o comunque meno chiari di quanto apparso nelle prime ore.
In scenari caratterizzati da guerra ibrida, pressione informativa e forte conflittualità psicologica, la prudenza nell’attribuzione delle responsabilità dovrebbe probabilmente rappresentare una priorità assoluta. Anche perché attorno al conflitto ucraino operano inevitabilmente soggetti diversi con interessi strategici differenti e talvolta contrapposti.
Dal punto di vista strettamente strategico, infatti, la Russia non sembra oggi avere un reale interesse ad aprire un’escalation diretta con la NATO europea. Al contrario, per Kiev risulta comprensibilmente vitale mantenere elevato il livello di coinvolgimento politico, militare ed emotivo dell’Occidente, soprattutto in una fase nella quale il conflitto rischia progressivamente di normalizzarsi nella percezione pubblica europea.
Ed è proprio questa complessità degli interessi in gioco che dovrebbe spingere le leadership europee verso maggiore cautela, equilibrio e capacità di verifica prima di trasformare episodi ancora incerti in elementi di ulteriore escalation politica e mediatica.
Ma soprattutto episodi di questo tipo permettono di testare qualcosa di ancora più importante: la tenuta psicologica delle opinioni pubbliche occidentali.
In questo senso il caso romeno assume un valore altamente simbolico. Non tanto per i danni materiali prodotti dal drone, relativamente limitati, quanto per il messaggio implicito che un episodio del genere trasmette alle popolazioni europee: il territorio dell’Unione Europea non è impermeabile e nemmeno la NATO possiede una capacità assoluta di controllo dello spazio aereo contro minacce diffuse, economiche e difficilmente prevedibili.
Ed è proprio questa percezione di vulnerabilità a diventare strategicamente rilevante. Perché nella guerra contemporanea la pressione psicologica sulle società civili, la percezione di insicurezza permanente e l’erosione della fiducia nella capacità degli Stati di garantire protezione possono produrre effetti politici e strategici talvolta persino superiori a quelli di un danno militare diretto.
Il rischio politico per le leadership europee
Negli ultimi mesi la comunicazione russa sembra rivolgersi sempre meno soltanto alle leadership europee e sempre più direttamente alle opinioni pubbliche occidentali. Il messaggio implicito è che eventuali conseguenze di una escalation non deriverebbero dalle scelte di Mosca, ma dalla volontà dei governi europei di proseguire il confronto strategico con la Russia. Si tratta di una classica operazione di pressione psicologica, finalizzata non soltanto a influenzare i decisori politici, ma anche a incidere sulla percezione del rischio all’interno delle società europee.
Perché esiste una differenza enorme tra sostenere una linea dura quando la guerra appare distante, quasi astratta, e continuare a sostenerla nel momento in cui le popolazioni iniziano a percepire rischi concreti sul proprio territorio.
Finché il conflitto resta confinato altrove, il consenso verso politiche di crescente confronto strategico può mantenersi relativamente stabile. Ma quando emergono episodi che mostrano vulnerabilità interne – droni sconfinati, cyberattacchi, sabotaggi infrastrutturali, tensioni energetiche o possibili minacce alle reti civili – il rapporto tra leadership politiche e opinione pubblica può cambiare molto rapidamente.
Ed è qui che le democrazie occidentali mostrano contemporaneamente la loro forza e la loro fragilità. La forza risiede nella libertà del consenso, nella pluralità delle opinioni e nella capacità delle società di discutere apertamente le proprie scelte strategiche. Ma la fragilità emerge quando una pressione psicologica continua rischia di produrre polarizzazione interna, paura, sfiducia nelle istituzioni e progressiva erosione della coesione sociale.
La Russia conosce perfettamente questa vulnerabilità occidentale, perché comprende che nelle società contemporanee il vero centro di gravità strategico è sempre più la stabilità psicologica e politica delle popolazioni.
Il nodo americano e il tempo che manca all’Europa
A rendere il quadro ancora più complesso si aggiunge poi una seconda questione estremamente delicata: il ruolo degli Stati Uniti.
Per decenni la sicurezza europea si è fondata su una certezza considerata quasi assoluta: la garanzia americana come elemento finale di equilibrio strategico del continente. Non soltanto in termini nucleari, ma anche per quanto riguarda intelligence, logistica, capacità satellitari, superiorità militare, trasporto strategico, difesa antimissile e coordinamento operativo complessivo della NATO.
Oggi, tuttavia, quella certezza appare molto meno automatica rispetto al passato.
Gli Stati Uniti continuano formalmente a sostenere la NATO e restano senza dubbio il pilastro militare fondamentale dell’Alleanza Atlantica. Tuttavia all’interno dell’establishment politico e strategico americano stanno emergendo segnali sempre più evidenti di una progressiva ridefinizione delle priorità globali di Washington.
Da anni gli Stati Uniti insistono affinché l’Europa assuma una quota molto maggiore della responsabilità della propria sicurezza, aumentando le spese militari, rafforzando le capacità industriali e riducendo la storica dipendenza dalla protezione americana.
Parallelamente, il vero centro della competizione strategica globale si sta progressivamente spostando verso l’Indo-Pacifico e il confronto con la Cina, percepita a Washington come la principale sfida geopolitica, tecnologica ed economica del XXI secolo.
Questo progressivo spostamento delle priorità strategiche americane modifica inevitabilmente anche gli equilibri di sicurezza europei.
Se durante la Guerra Fredda il continente europeo rappresentava il cuore della competizione globale tra blocchi, gli Stati Uniti guardano ormai sempre più verso il Pacifico, verso Taiwan, verso le rotte commerciali asiatiche e verso la competizione tecnologica con Pechino.
A ciò si aggiunge un crescente dibattito interno americano sul costo strategico del sostegno simultaneo a più teatri di crisi: Ucraina, Medio Oriente, Indo-Pacifico e contenimento globale della Cina.
Ed è proprio questo contesto a generare una crescente incertezza europea sulla reale automaticità del sostegno americano nel lungo periodo, soprattutto di fronte a crisi caratterizzate non da una aggressione convenzionale evidente, ma da incidenti ambigui, escalation graduali, cyberattacchi o provocazioni sotto soglia.
Non si tratta necessariamente di un disimpegno americano già avvenuto. Ma è evidente che la certezza europea della protezione statunitense appare molto meno assoluta rispetto al passato.
Ed è proprio questa crescente incertezza strategica a rappresentare oggi uno degli elementi più destabilizzanti per l’Europa.
Perché per decenni l’Europa ha costruito la propria sicurezza dando quasi per scontata la presenza americana come garanzia ultima. Se questa percezione inizia anche solo parzialmente a indebolirsi, emergono immediatamente tutte le fragilità accumulate dal continente negli ultimi trent’anni.
L’Europa continua infatti a soffrire una forte frammentazione politica e strategica. I Paesi europei mantengono sensibilità, priorità geopolitiche e interessi nazionali spesso differenti. Persistono inoltre dipendenze industriali, limiti nella capacità di produzione militare, insufficienze nella difesa aerea multilivello, scarsa integrazione strategica e una resilienza civile che in molti casi appare largamente insufficiente rispetto alle esigenze di una crisi prolungata.
Naturalmente tutto questo non significa che l’Europa sia militarmente irrilevante. Sarebbe una lettura completamente sbagliata. Il continente possiede enormi capacità economiche, tecnologiche, scientifiche e industriali potenziali. Sommando le risorse europee, la massa complessiva resta enorme.
Il problema vero, però, è il tempo.
Trasformare potenza economica teorica in reale resilienza strategica richiede anni, forse decenni. Richiede investimenti continuativi, integrazione industriale, pianificazione politica comune, capacità produttive, cultura della sicurezza e soprattutto una profonda presa di coscienza collettiva.
Ed è proprio quest’ultimo elemento che oggi appare ancora incompleto.
La distanza tra retorica e realtà
La sensazione crescente è che si stia ampliando una divergenza sempre più evidente tra la volontà politica europea e quella delle popolazioni europee che non sono disposte ad affrontare le conseguenze di una fase storica caratterizzata da tensioni prolungate e instabilità crescente. Più che una autentica cultura della deterrenza – che per sua natura dovrebbe avere come obiettivo primario quello di evitare il conflitto – sembra emergere una retorica della guerra, dell’emergenza permanente e della contrapposizione inevitabile.
Ed è forse proprio questo il rischio più grande che emerge dalla vicenda romena.
Non tanto il singolo drone, né il singolo episodio di tensione, ma il progressivo allargarsi della distanza tra le leadership politiche europee e le popolazioni che dovrebbero rappresentare e proteggere. Una distanza che rischia di crescere ogni volta che la percezione quotidiana dei cittadini entra in conflitto con la narrativa politica dominante, alimentando sfiducia, polarizzazione e un senso diffuso di incertezza.
Perché quando questa distanza diventa troppo ampia, la vulnerabilità non è più soltanto militare. Diventa una crisi di credibilità politica, di fiducia collettiva e di resilienza psicologica delle stesse democrazie europee.
Ed è proprio per questo che oggi serve uno sforzo ben diverso, più difficile ma anche più lungimirante: non soltanto rafforzare la sicurezza e la capacità di deterrenza, ma ricostruire con pazienza, realismo e determinazione una prospettiva credibile di stabilità che possa davvero portare alla pace.
Perché la deterrenza dovrebbe servire precisamente a questo: evitare che le guerre si allarghino, impedire che le escalation diventino irreversibili e creare le condizioni per riaprire progressivamente spazi di dialogo, equilibrio e convivenza internazionale.
La vera sfida strategica del futuro non sarà tanto la capacità di prevalere nei conflitti, quanto quella di approdare a una coscienza collettiva più evoluta, capace di comprendere che in un mondo sempre più fragile, interconnesso e tecnologicamente destabilizzante, la sopravvivenza stessa dell’umanità dipenderà sempre più dalla capacità di cooperare, dialogare e costruire equilibri condivisi, senza rinunciare a forme di competizione leale e sana che possano continuare a stimolare progresso, innovazione e crescita reciproca.
Condivido ciò che il mare mi ha insegnato, senza la pretesa di possedere verità
assolute. Offro queste riflessioni a chi vorrà navigare con me. Chi sentirà che
questa rotta gli appartiene, salga a bordo. Il mare è grande. C’è spazio per tutti
quelli che hanno il coraggio di partire.
PaoloTreu
L’Ammiraglio di Squadra (aus.) Paolo Treu è ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare italiana.
(https://www.linkedin.com/newsletters/mappe-del-potere-7436115065423974400/)
“LEADERSHIP”
(https://www.linkedin.com/newsletters/leadership-7430953035700391936/)
PUBBLICAZIONI
Il recente episodio del drone attribuito dalle autorità romene alla Russia precipitato in Romania non rappresenta, almeno allo stato attuale delle informazioni disponibili, un attacco deliberato della Russia contro un Paese NATO.
È importante chiarirlo subito, evitando sia il sensazionalismo sia letture emotive che rischiano soltanto di aumentare ulteriormente la tensione. Tuttavia sarebbe un errore altrettanto grave minimizzare l’accaduto o archiviarlo semplicemente come un incidente marginale. Perché questo episodio, pur non configurando un’aggressione diretta, mette in luce una serie di contraddizioni strategiche e politiche che l’Europa non può più permettersi di ignorare.
Il punto centrale, infatti, non è tanto il drone in sé – che peraltro non rappresenta il primo episodio di questo tipo – quanto ciò che questa vicenda rivela sul reale livello di preparazione del continente europeo di fronte alle nuove forme di conflitto contemporaneo.
Da oltre quattro anni la guerra in Ucraina domina il quadro strategico europeo. In questo lungo periodo le leadership del continente hanno costantemente sottolineato la gravità della minaccia russa, parlando sempre più apertamente di deterrenza, sicurezza europea, riarmo, rafforzamento della NATO e necessità di prepararsi a scenari di crescente instabilità. I bilanci della difesa sono aumentati, i governi hanno giustificato nuovi investimenti militari e il dibattito pubblico è stato progressivamente orientato verso l’idea di una minaccia strategica sempre più seria proveniente da Mosca.
Eppure, quando un singolo drone sconfinato ai margini dell’Unione Europea attraversa lo spazio aereo romeno, viene tracciato e seguito dalle autorità militari, ma nessuno riesce ad abbatterlo.
È un episodio che inevitabilmente colpisce l’opinione pubblica europea. Non perché dimostri che la Romania o la NATO siano “inermi”, come qualcuno superficialmente sostiene, ma perché evidenzia qualcosa di molto più profondo e strategicamente rilevante: oggi nemmeno un’Alleanza tecnologicamente avanzata come la NATO è in grado di garantire una protezione continua e assoluta contro minacce moderne, economiche, diffuse e difficilmente intercettabili come i droni.
Ed è qui che emerge il vero nodo della questione.
La contraddizione della narrativa europea
Per decenni le forze armate occidentali si sono strutturate prevalentemente per garantire deterrenza convenzionale, superiorità tecnologica e capacità di proiezione della forza, oltre che per la gestione di crisi regionali. Molto meno, invece, per affrontare una guerra caratterizzata da sciami di droni, saturazione dello spazio aereo a bassa quota, cyberattacchi, sabotaggi infrastrutturali e pressione psicologica permanente sulle popolazioni civili.
La guerra in Ucraina ha mostrato chiaramente che il conflitto moderno non è più soltanto una questione di grandi piattaforme militari, flotte o divisioni corazzate. È diventato un sistema molto più ambiguo e diffuso, nel quale anche strumenti relativamente economici possono produrre effetti politici, mediatici e psicologici enormi.
Il caso romeno rappresenta esattamente questo: un episodio militarmente limitato ma strategicamente rivelatore.
Perché dopo oltre quattro anni di guerra alle porte dell’Europa, dopo anni di dichiarazioni allarmanti sulla minaccia russa e sulla necessità di rafforzare la sicurezza continentale, molti cittadini europei iniziano inevitabilmente a porsi una domanda molto semplice: se davvero esistesse una concreta prospettiva di aggressione diretta o addirittura di invasione dell’Europa da parte della Russia, il livello di protezione del territorio europeo non dovrebbe essere immensamente più avanzato di quello che abbiamo appena visto?
Ed è proprio qui che si apre una crescente crisi di credibilità della narrativa politica europea.
Da un lato i governi parlano di minaccia esistenziale, di necessità di prepararsi, di deterrenza e di riarmo. Dall’altro, di fronte a un ulteriore drone sconfinato, emergono limiti evidenti perfino nella gestione di una minaccia relativamente circoscritta.
La contraddizione appare ancora più evidente osservando alcune recenti decisioni che riguardano direttamente la disponibilità operativa di mezzi militari europei. Mentre il dibattito politico e mediatico insiste sempre più sulla necessità di prepararsi a possibili scenari di confronto ad alta intensità, si accetta contemporaneamente una temporanea riduzione della disponibilità immediata di alcune piattaforme navali moderne.
L’Italia, ad esempio, ha ceduto all’Indonesia due Pattugliatori Polivalenti d’Altura di nuova costruzione destinati alla Marina Militare, piattaforme che per capacità operative e armamento rappresentano a tutti gli effetti unità di prima linea assimilabili a moderne fregate. In contemporanea procede peraltro il percorso per la cessione di due moderne fregate FREMM della Marina Militare alla Grecia. Entrambe le operazioni prevedono unità sostitutive, ma con tempi di consegna che si estendono fino alla fine del decennio.
Il problema quindi non è tanto la cessione delle unità, quanto il vuoto operativo che inevitabilmente si crea nel periodo intermedio. Ed è difficile non notare la distanza tra una narrativa politica che descrive l’Europa come esposta a rischi crescenti di una guerra e decisioni che, nei fatti, accettano una temporanea riduzione della disponibilità immediata di mezzi militari avanzati.
Anche questo finisce inevitabilmente per aumentare la distanza tra la narrativa politica e la percezione concreta dei cittadini. Se infatti la minaccia viene descritta come urgente, imminente ed esistenziale, allora molti europei si aspettano che l’obiettivo principale sia mantenere oggi il più alto livello possibile di capacità operative disponibili, non ridurle temporaneamente confidando in sostituzioni che entreranno in servizio soltanto tra alcuni anni.
Ed è proprio qui che molti cittadini iniziano a percepire una contraddizione sempre più evidente. Se il rischio viene realmente considerato così grave da giustificare enormi programmi di riarmo e una crescente mobilitazione economica e politica attorno alla sicurezza, allora ci si aspetterebbe un continente già fortemente strutturato per la difesa del proprio territorio e impegnato a mantenere immediatamente disponibili tutte le proprie capacità operative più avanzate.
Se invece perfino un singolo drone riesce a colpire il territorio europeo senza essere fermato, mentre parallelamente si accettano temporanee riduzioni della disponibilità di moderne piattaforme militari, allora inevitabilmente molti iniziano a domandarsi se il continuo richiamo all’emergenza della guerra derivi davvero da una concreta convinzione dell’imminenza di un conflitto oppure se il continuo richiamo all’emergenza strategica rischi progressivamente di essere percepito anche come uno strumento politico utile a legittimare una forte espansione della spesa militare e dell’industria della difesa.
Cresce inoltre il dubbio che una costante percezione di vulnerabilità, urgenza e pressione psicologica possa diventare utile anche a rafforzare la capacità delle leadership politiche di orientare consenso, priorità pubbliche e accettazione di misure straordinarie.
Perché agli occhi di una parte crescente dell’opinione pubblica emerge una sensazione difficile da ignorare: la retorica dell’emergenza bellica sembra avanzare molto più rapidamente della reale trasformazione delle capacità difensive europee, e il senso di urgenza trasmesso alle popolazioni rischia talvolta di apparire più forte della stessa preparazione concreta ad affrontare un eventuale conflitto.
In questo quadro, l’industria della difesa svolge certamente un ruolo fondamentale per la sicurezza nazionale e, in un contesto internazionale instabile, non può essere trascurata. Ma è altrettanto evidente che ogni enorme riallocazione di risorse verso il comparto militare entra inevitabilmente in competizione con altri settori molto cari ai cittadini ed essenziali per la tenuta economica, sociale e civile delle società europee.
La vera minaccia e il mito dell’invasione convenzionale
La Russia rappresenta certamente una temibile potenza militare, dotata di capacità nucleari, missilistiche, cyber e ibride molto rilevanti. Ha la capacità di destabilizzare aree regionali, esercitare pressione strategica, colpire infrastrutture critiche e logorare progressivamente gli avversari attraverso una tensione continua e diffusa.
Ma un conto è riconoscere alla Russia queste capacità, un altro è immaginare realisticamente uno scenario di invasione convenzionale dell’Europa occidentale. Una prospettiva che oggi appare estremamente improbabile sotto il profilo militare, logistico, industriale e persino demografico.
La Russia sta già sostenendo da anni uno sforzo bellico enorme in Ucraina, con costi elevatissimi sul piano umano, economico e produttivo. Pensare a una capacità di occupazione dell’Europa significherebbe ignorare completamente le dimensioni reali di una simile operazione.
Esiste inoltre un fattore spesso poco discusso: il limite demografico russo. Una guerra convenzionale di larga scala contro l’Europa richiederebbe masse umane, capacità industriali e sostenibilità logistica gigantesche, difficilmente compatibili con le condizioni strutturali della Federazione Russa contemporanea.
Questo naturalmente non significa abbassare la guardia. Significa però distinguere tra minacce realistiche e narrativa emotiva.
La vera vulnerabilità europea oggi non è il rischio di vedere colonne di carri armati russi dirigersi verso Parigi o Berlino, ma la difficoltà crescente del continente nel reggere una pressione strategica continua, ibrida e psicologicamente logorante.
La resilienza smarrita dell’Europa
Per oltre trent’anni il continente europeo ha progressivamente smantellato gran parte della propria cultura della resilienza territoriale. Con la fine della Guerra Fredda si è diffusa la convinzione che un conflitto ad alta intensità sul territorio europeo fosse ormai sostanzialmente impossibile. Di conseguenza molti Paesi hanno ridotto o trascurato sistemi di protezione civile concepiti per scenari di crisi, hanno abbandonato rifugi antiaerei, ridotto le scorte strategiche, indebolito la difesa aerea territoriale, trascurato le ridondanze energetiche e progressivamente perso quella preparazione psicologica collettiva che durante il Novecento era considerata parte integrante della sicurezza nazionale.
L’Europa si è abituata a pensare la sicurezza quasi esclusivamente come stabilità economica, interdipendenza commerciale e deterrenza diplomatica. Oggi invece il continente si trova improvvisamente di fronte a una forma di conflitto molto più sfumata, ibrida e persistente, per la quale molte società europee non sembrano psicologicamente preparate.
Ed è forse proprio questo il vero elemento di vulnerabilità emerso negli ultimi anni. Non tanto l’assenza assoluta di capacità militari – che l’Europa continua comunque a possedere – quanto la difficoltà crescente delle società occidentali nel reggere una pressione prolungata, ambigua e psicologicamente logorante.
Perché le guerre moderne non si combattono soltanto con i carri armati o con i missili. Si combattono sempre di più sulla tenuta psicologica delle popolazioni, sulla fiducia nelle istituzioni, sulla resilienza delle infrastrutture e sulla capacità delle società di non frammentarsi sotto una pressione continua e diffusa.
Il caso Romania come test strategico della NATO
Il caso romeno mette inoltre in evidenza un altro aspetto estremamente importante e spesso sottovalutato nel dibattito pubblico europeo: questi sconfinamenti, pur non configurando necessariamente un attacco diretto, possono rappresentare uno strumento estremamente efficace per testare la prontezza operativa, la velocità decisionale e la tenuta politica dell’intero sistema NATO.
Un drone che entra nello spazio aereo di un Paese NATO, viene tracciato ma non abbattuto, produce infatti una quantità enorme di informazioni strategiche. Permette di valutare i tempi di reazione delle catene di comando, il coordinamento tra radar civili e militari, la rapidità dei processi decisionali, le regole d’ingaggio realmente applicate in situazioni ambigue e il livello di integrazione operativa tra le diverse strutture dell’Alleanza. Allo stesso tempo consente di comprendere quale sia la soglia politica oltre la quale i governi occidentali siano effettivamente disposti a reagire.
Il caso romeno evidenzia inoltre un altro elemento estremamente delicato: la rapidità con cui, in situazioni ancora poco chiare e prive di verifiche definitive, il dibattito politico europeo tenda spesso ad attribuire immediatamente la responsabilità alla Russia.
Un riflesso particolarmente significativo in un contesto nel quale, negli ultimi anni, non sono mancati episodi inizialmente presentati come attribuibili a Mosca e successivamente rivelatisi molto più complessi o comunque meno chiari di quanto apparso nelle prime ore.
In scenari caratterizzati da guerra ibrida, pressione informativa e forte conflittualità psicologica, la prudenza nell’attribuzione delle responsabilità dovrebbe probabilmente rappresentare una priorità assoluta. Anche perché attorno al conflitto ucraino operano inevitabilmente soggetti diversi con interessi strategici differenti e talvolta contrapposti.
Dal punto di vista strettamente strategico, infatti, la Russia non sembra oggi avere un reale interesse ad aprire un’escalation diretta con la NATO europea. Al contrario, per Kiev risulta comprensibilmente vitale mantenere elevato il livello di coinvolgimento politico, militare ed emotivo dell’Occidente, soprattutto in una fase nella quale il conflitto rischia progressivamente di normalizzarsi nella percezione pubblica europea.
Ed è proprio questa complessità degli interessi in gioco che dovrebbe spingere le leadership europee verso maggiore cautela, equilibrio e capacità di verifica prima di trasformare episodi ancora incerti in elementi di ulteriore escalation politica e mediatica.
Ma soprattutto episodi di questo tipo permettono di testare qualcosa di ancora più importante: la tenuta psicologica delle opinioni pubbliche occidentali.
In questo senso il caso romeno assume un valore altamente simbolico. Non tanto per i danni materiali prodotti dal drone, relativamente limitati, quanto per il messaggio implicito che un episodio del genere trasmette alle popolazioni europee: il territorio dell’Unione Europea non è impermeabile e nemmeno la NATO possiede una capacità assoluta di controllo dello spazio aereo contro minacce diffuse, economiche e difficilmente prevedibili.
Ed è proprio questa percezione di vulnerabilità a diventare strategicamente rilevante. Perché nella guerra contemporanea la pressione psicologica sulle società civili, la percezione di insicurezza permanente e l’erosione della fiducia nella capacità degli Stati di garantire protezione possono produrre effetti politici e strategici talvolta persino superiori a quelli di un danno militare diretto.
Il rischio politico per le leadership europee
Negli ultimi mesi la comunicazione russa sembra rivolgersi sempre meno soltanto alle leadership europee e sempre più direttamente alle opinioni pubbliche occidentali. Il messaggio implicito è che eventuali conseguenze di una escalation non deriverebbero dalle scelte di Mosca, ma dalla volontà dei governi europei di proseguire il confronto strategico con la Russia. Si tratta di una classica operazione di pressione psicologica, finalizzata non soltanto a influenzare i decisori politici, ma anche a incidere sulla percezione del rischio all’interno delle società europee.
Perché esiste una differenza enorme tra sostenere una linea dura quando la guerra appare distante, quasi astratta, e continuare a sostenerla nel momento in cui le popolazioni iniziano a percepire rischi concreti sul proprio territorio.
Finché il conflitto resta confinato altrove, il consenso verso politiche di crescente confronto strategico può mantenersi relativamente stabile. Ma quando emergono episodi che mostrano vulnerabilità interne – droni sconfinati, cyberattacchi, sabotaggi infrastrutturali, tensioni energetiche o possibili minacce alle reti civili – il rapporto tra leadership politiche e opinione pubblica può cambiare molto rapidamente.
Ed è qui che le democrazie occidentali mostrano contemporaneamente la loro forza e la loro fragilità. La forza risiede nella libertà del consenso, nella pluralità delle opinioni e nella capacità delle società di discutere apertamente le proprie scelte strategiche. Ma la fragilità emerge quando una pressione psicologica continua rischia di produrre polarizzazione interna, paura, sfiducia nelle istituzioni e progressiva erosione della coesione sociale.
La Russia conosce perfettamente questa vulnerabilità occidentale, perché comprende che nelle società contemporanee il vero centro di gravità strategico è sempre più la stabilità psicologica e politica delle popolazioni.
Il nodo americano e il tempo che manca all’Europa
A rendere il quadro ancora più complesso si aggiunge poi una seconda questione estremamente delicata: il ruolo degli Stati Uniti.
Per decenni la sicurezza europea si è fondata su una certezza considerata quasi assoluta: la garanzia americana come elemento finale di equilibrio strategico del continente. Non soltanto in termini nucleari, ma anche per quanto riguarda intelligence, logistica, capacità satellitari, superiorità militare, trasporto strategico, difesa antimissile e coordinamento operativo complessivo della NATO.
Oggi, tuttavia, quella certezza appare molto meno automatica rispetto al passato.
Gli Stati Uniti continuano formalmente a sostenere la NATO e restano senza dubbio il pilastro militare fondamentale dell’Alleanza Atlantica. Tuttavia all’interno dell’establishment politico e strategico americano stanno emergendo segnali sempre più evidenti di una progressiva ridefinizione delle priorità globali di Washington.
Da anni gli Stati Uniti insistono affinché l’Europa assuma una quota molto maggiore della responsabilità della propria sicurezza, aumentando le spese militari, rafforzando le capacità industriali e riducendo la storica dipendenza dalla protezione americana.
Parallelamente, il vero centro della competizione strategica globale si sta progressivamente spostando verso l’Indo-Pacifico e il confronto con la Cina, percepita a Washington come la principale sfida geopolitica, tecnologica ed economica del XXI secolo.
Questo progressivo spostamento delle priorità strategiche americane modifica inevitabilmente anche gli equilibri di sicurezza europei.
Se durante la Guerra Fredda il continente europeo rappresentava il cuore della competizione globale tra blocchi, gli Stati Uniti guardano ormai sempre più verso il Pacifico, verso Taiwan, verso le rotte commerciali asiatiche e verso la competizione tecnologica con Pechino.
A ciò si aggiunge un crescente dibattito interno americano sul costo strategico del sostegno simultaneo a più teatri di crisi: Ucraina, Medio Oriente, Indo-Pacifico e contenimento globale della Cina.
Ed è proprio questo contesto a generare una crescente incertezza europea sulla reale automaticità del sostegno americano nel lungo periodo, soprattutto di fronte a crisi caratterizzate non da una aggressione convenzionale evidente, ma da incidenti ambigui, escalation graduali, cyberattacchi o provocazioni sotto soglia.
Non si tratta necessariamente di un disimpegno americano già avvenuto. Ma è evidente che la certezza europea della protezione statunitense appare molto meno assoluta rispetto al passato.
Ed è proprio questa crescente incertezza strategica a rappresentare oggi uno degli elementi più destabilizzanti per l’Europa.
Perché per decenni l’Europa ha costruito la propria sicurezza dando quasi per scontata la presenza americana come garanzia ultima. Se questa percezione inizia anche solo parzialmente a indebolirsi, emergono immediatamente tutte le fragilità accumulate dal continente negli ultimi trent’anni.
L’Europa continua infatti a soffrire una forte frammentazione politica e strategica. I Paesi europei mantengono sensibilità, priorità geopolitiche e interessi nazionali spesso differenti. Persistono inoltre dipendenze industriali, limiti nella capacità di produzione militare, insufficienze nella difesa aerea multilivello, scarsa integrazione strategica e una resilienza civile che in molti casi appare largamente insufficiente rispetto alle esigenze di una crisi prolungata.
Naturalmente tutto questo non significa che l’Europa sia militarmente irrilevante. Sarebbe una lettura completamente sbagliata. Il continente possiede enormi capacità economiche, tecnologiche, scientifiche e industriali potenziali. Sommando le risorse europee, la massa complessiva resta enorme.
Il problema vero, però, è il tempo.
Trasformare potenza economica teorica in reale resilienza strategica richiede anni, forse decenni. Richiede investimenti continuativi, integrazione industriale, pianificazione politica comune, capacità produttive, cultura della sicurezza e soprattutto una profonda presa di coscienza collettiva.
Ed è proprio quest’ultimo elemento che oggi appare ancora incompleto.
La distanza tra retorica e realtà
La sensazione crescente è che si stia ampliando una divergenza sempre più evidente tra la volontà politica europea e quella delle popolazioni europee che non sono disposte ad affrontare le conseguenze di una fase storica caratterizzata da tensioni prolungate e instabilità crescente. Più che una autentica cultura della deterrenza – che per sua natura dovrebbe avere come obiettivo primario quello di evitare il conflitto – sembra emergere una retorica della guerra, dell’emergenza permanente e della contrapposizione inevitabile.
Ed è forse proprio questo il rischio più grande che emerge dalla vicenda romena.
Non tanto il singolo drone, né il singolo episodio di tensione, ma il progressivo allargarsi della distanza tra le leadership politiche europee e le popolazioni che dovrebbero rappresentare e proteggere. Una distanza che rischia di crescere ogni volta che la percezione quotidiana dei cittadini entra in conflitto con la narrativa politica dominante, alimentando sfiducia, polarizzazione e un senso diffuso di incertezza.
Perché quando questa distanza diventa troppo ampia, la vulnerabilità non è più soltanto militare. Diventa una crisi di credibilità politica, di fiducia collettiva e di resilienza psicologica delle stesse democrazie europee.
Ed è proprio per questo che oggi serve uno sforzo ben diverso, più difficile ma anche più lungimirante: non soltanto rafforzare la sicurezza e la capacità di deterrenza, ma ricostruire con pazienza, realismo e determinazione una prospettiva credibile di stabilità che possa davvero portare alla pace.
Perché la deterrenza dovrebbe servire precisamente a questo: evitare che le guerre si allarghino, impedire che le escalation diventino irreversibili e creare le condizioni per riaprire progressivamente spazi di dialogo, equilibrio e convivenza internazionale.
La vera sfida strategica del futuro non sarà tanto la capacità di prevalere nei conflitti, quanto quella di approdare a una coscienza collettiva più evoluta, capace di comprendere che in un mondo sempre più fragile, interconnesso e tecnologicamente destabilizzante, la sopravvivenza stessa dell’umanità dipenderà sempre più dalla capacità di cooperare, dialogare e costruire equilibri condivisi, senza rinunciare a forme di competizione leale e sana che possano continuare a stimolare progresso, innovazione e crescita reciproca.
Condivido ciò che il mare mi ha insegnato, senza la pretesa di possedere verità
assolute. Offro queste riflessioni a chi vorrà navigare con me. Chi sentirà che
questa rotta gli appartiene, salga a bordo. Il mare è grande. C’è spazio per tutti
quelli che hanno il coraggio di partire.
PaoloTreu
L’Ammiraglio di Squadra (aus.) Paolo Treu è ex Comandante in Capo della Squadra Navale, vertice del braccio operativo della Marina Militare italiana.
(https://www.linkedin.com/newsletters/mappe-del-potere-7436115065423974400/)
“LEADERSHIP”
(https://www.linkedin.com/newsletters/leadership-7430953035700391936/)
PUBBLICAZIONI
Paolo Treu è autore di molte pubblicazioni. L’ultima in ordine di tempo è intitolata “Tu sei un intero oceano in una goccia – Rompi le pareti della tua prigione”. Il ricavato della vendita del libro sarà interamente devoluto per volontà dell’autore all’Associazione MITOCON (www.mitocon.it) che opera a sostegno dei pazienti affetti da rare malattie mitocondriali che colpiscono i bambini e le relative famiglie. link: https://amzn.eu/d/09PPCGeECGeE
