Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

La Storia ci insegna che le guerre si sono combattute con gli eserciti, le armi e con le conquiste territoriali. Oggi, però, il conflitto si è esteso anche a un dominio meno visibile, ma altrettanto strategico: la mente umana, dove si realizza la cosiddetta guerra cognitiva, nella quale l’obiettivo principale è influenzare il modo in cui gli individui e le società percepiscono la realtà, prendono le  decisioni e reagiscono agli eventi.

La guerra cognitiva è l’evoluzione delle cosiddette “operazioni psicologiche“, ovvero attività pianificate e condotte per influenzare le percezioni, le emozioni, i comportamenti e le opinioni di specifici gruppi di individui. Sono utilizzate prevalentemente in ambito militare e di intelligence, e mirano a raggiungere obiettivi strategici, sociali o politici senza l’uso della forza.

Infatti, oggi, la disponibilità di enormi quantità di dati, l’intelligenza artificiale, gli algoritmi dei social network e la comunicazione digitale, consentono di forgiare opinioni e comportamenti con una precisione mai raggiunta prima.

Un subdolo conflitto permanente

La guerra cognitiva non ha bisogno di una dichiarazione ufficiale e non si conclude con un armistizio. Purtroppo si sviluppa ogni giorno utilizzando vari media come le piattaforme digitali, le campagne di disinformazione, la manipolazione delle emozioni collettive e la diffusione di devastanti narrazioni costruite solo ed esclusivamente per erigere “muri”, dividere la società, polarizzare o rafforzare determinate convinzioni e ideologie.

Si dice che con la guerra cognitiva siamo “costantemente in guerra” perché il terreno di scontro non è più soltanto il campo di battaglia, ma la mente delle persone. In questo tipo di conflitto, gli attacchi possono essere continui, anche in tempo di pace, e spesso avvengono senza che la maggior parte delle persone se ne accorga.

Ma contrariamente a quanto si possa immaginare, l’obiettivo della “guerra delle menti”, non consiste solamente nel convincere tutti di una determinata idea. Spesso le basta alimentare e creare confusione, diffondere il dubbio, rottamare la fiducia nelle Istituzioni è ancor peggio, rendere praticamente impossibile distinguere la verità dalla bugia. L’obiettivo è creare progressivamente e segretamente le condizioni per cui una popolazione sia disorientata a tal punto, da essere più vulnerabile all’influenze esterne.

Le armi “silenziose”della guerra cognitiva

Le tecnologie digitali hanno ampliato enormemente le possibilità operative di questa forma di conflitto. Tra gli strumenti più utilizzati figurano:

  • campagne di disinformazione ben coordinate;
  • continua diffusione di notizie false o manipolate;
  • utilizzo di bot e profili automatizzati per amplificare messaggi;
  • impiego dell’intelligenza artificiale per produrre contenuti realistici, inclusi deepfake;
  • micro-targeting basato sulla profilazione degli utenti;
  • sfruttamento degli algoritmi che privilegiano contenuti emotivamente coinvolgenti.

Il potere distruttivo di queste “armi” deriva dalla loro capacità intrinseca di fare leva sui meccanismi psicologici umani. Bias cognitivi, paura, indignazione, conferma delle proprie convinzioni e bisogno di appartenenza diventano elementi, ad esempio, che possono essere sfruttati per orientare il consenso.

Alto rischio per le democrazie 

Le democrazie moderne sono particolarmente vulnerabili di fronte alla guerra cognitiva, perché si fondano su due elementi che giocano a suo favore: la libertà di espressione e la circolazione delle informazioni che possono essere sfruttati da attori ostili per diffondere contenuti manipolati senza ricorrere alla censura o alla coercizione.

Le campagne di influenza possono essere utilizzate nel caso di elezioni politiche, di crisi sanitarie, di conflitti internazionali, di migrazioni e di temi economici o sociali. Lo scopo è di  accentuare le divisioni già esistenti, alimentando la polarizzazione fino a compromettere la capacità della società di elaborare decisioni condivise.

Il ruolo dell’intelligenza artificiale 

L’intelligenza artificiale costituisce oggi uno dei principali moltiplicatori della guerra cognitiva. Sistemi generativi, infatti, sono in grado di produrre testi, immagini, audio e video sempre più realistici, riducendo tempi e costi delle operazioni di manipolazione.

Parallelamente, gli algoritmi consentono di analizzare enormi quantità di dati comportamentali, identificando gruppi di popolazione particolarmente recettivi a determinati messaggi,  permettendo campagne opportunamente personalizzate e addirittura selettive a tal punto da essere invisibili al resto della collettività.

Questa evoluzione rende sempre più difficile distinguere tra contenuti autentici e contenuti artificialmente costruiti, aumentando il rischio di perdita della fiducia nelle fonti informative.

Come difendersi

La principale difesa dalla guerra cognitiva consiste sia nello sviluppo di tecnologie di sicurezza, sia nella crescita della consapevolezza collettiva.

L’educazione ai media, il pensiero critico, la verifica delle fonti e la conoscenza dei sofisticati meccanismi della disinformazione sono strumenti essenziali per cercare ridurre la vulnerabilità individuale.

Anche le Istituzioni, la Scuola, il giornalismo e le piattaforme digitali sono chiamati a vigilare e svolgere un ruolo fondamentale nella tutela dell’integrità informativa, promuovendo trasparenza e responsabilità senza censure e senza compromettere i principi fondamentali della libertà di espressione.

Guerra cognitiva e conflitti tradizionali

La guerra cognitiva non sostituisce i conflitti tradizionali, ma li accompagna e li amplifica. La sua superiorità strategica non dipende solo dalla forza militare, ma anche dalla capacità di interferire con il processo decisionale degli individui e delle società.

Comprendere questa nuova forma di conflitto significa riconoscere che il vero teatro di guerra non è più solo geografico, perché in un mondo totalmente interconnesso, anche la difesa della sicurezza nazionale passa attraverso la tutela della qualità dell’informazione e della capacità critica dei cittadini.

La sfida del futuro sarà sempre quella di preservare la libertà di pensiero, ma in un ambiente informativo sempre più complesso, dove la battaglia decisiva potrebbe non essere combattuta con i colpi di arma da fuoco o con le moderne armi tecnologiche, ma con la distorsione delle idee, la diffusione di percezioni errate e con le false narrazioni.

Nessun conflitto merita classifiche di gravità. Nessun tipo di conflitto può essere migliore di un altro, perché l’unica cosa migliore è l’assenza di conflitti. Ma visto che nel mondo non tutti la pensano così, una domanda resta aperta: la guerra cognitiva si rivelerà, nel tempo, più devastante di quella combattuta con le armi? Ai posteri l’ardua sentenza.

Bibliografia di riferimento 

  • The Age of Surveillance Capitalism di Shoshana Zuboff
  • Thinking, Fast and Slow
  • Network Propaganda di Yochai Benkler e colleghi
  • Il rapporto “Cognitive Warfare” del NATO Innovation Hub
  • I rapporti annuali del NATO Strategic Communications Centre of Excellence.