Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

Un’isola disegnata sulle mappe per cinquecento anni non è mai esistita, e forse proprio per questo continua a essere cercata.

C’era una volta un ragazzo a cui piaceva leggere di avventura, di scoperta, affascinato dal mondo e dai suoi misteri più reconditi. In cameretta, dopo cena, sotto le coperte leggeva in attesa che cominciasse “Quelli della notte”. Capitani ostinati, macchine che sfidavano l’ignoto. Terre segnate sulle carte con un punto interrogativo al posto del nome. Quel ragazzo, cresciuto tra le pagine di uomini che scendevano nelle viscere della terra o attraversavano ventimila leghe sotto i mari, oggi si è imbattuto in una notizia che pareva scritta apposta per lui. Al largo dell’Irlanda, tra i flutti grigi dell’Atlantico del Nord, i cartografi di sette secoli fa avevano disegnato un’isola che forse non è mai esistita. O forse sì. E la chiamavano Hy-Brasil.

Immaginatela come un cerchio, perfetto, solcato da una linea, tracciato con mano ferma su una pergamena del 1325 da un cartografo genovese di nome Angelino Dulcert, uomo che di isole immaginarie non aveva certo l’abitudine. I portolani, si sa, erano strumenti di lavoro, non album di fantasia. Eppure quel segno tornò, identico nelle coordinate quanto nella forma, un secolo dopo sulla carta di Andrea Bianco e ancora nel Cinquecento su quelle di Ortelio e di Mercatore. Cinquecento anni di rigore cartografico che si ostinano a registrare la stessa anomalia, nello stesso tratto di oceano, come un dato che nessuno scienziato osa cancellare finché non lo confuta.

Gli irlandesi la chiamavano l’Isola dei Beati, terra sorretta – narra una leggenda antica quanto il settimo secolo – da colonne d’oro, avvolta in una nebbia che si apriva un solo giorno ogni sette anni. Chi la vedeva in quell’istante fugace, dicevano i vecchi pescatori di Donegal, non doveva distogliere lo sguardo. Bastava un battito di ciglia e la nebbia richiudeva il suo velo, portandosi via mura di pietra e luci tremule sulla riva. Ogni speranza di rilevare una posizione esatta spariva con essa.

Fu proprio in quelle acque, narra un racconto che i marinai si tramandavano nelle taverne portuali, che il capitano John Nisbet vide un giorno la costa emergere dalla foschia come per incanto. Mura antiche, figure che si muovevano lungo la spiaggia. Poi uno sconosciuto vestito di nero salì a bordo, portando un libro sigillato da aprire solo al ritorno in porto. Va detto subito. Quella storia uscì dalla penna di uno scrittore, Richard Head, e il capitano Nisbet non calcò mai il ponte di una nave reale. Ma le leggende migliori, quelle che sopravvivono ai secoli, hanno bisogno più di un mare che le renda plausibili che di essere vere, e l’Atlantico del Nord ne offre fin troppo.

Del resto la letteratura sa da sempre ciò che i cartografi hanno solo intuito. Un racconto, se è vero fino in fondo, naviga più lontano di qualunque nave e non conosce naufragio. Da tremila anni il vento gonfia ancora le vele di Ulisse, che Omero lanciò tra isole incantate e maghe scaltre, tra ciclopi accecati e sirene che cantavano la morte come una promessa dolcissima. Oggi Christopher Nolan lo riporta sul grande schermo, e il mondo intero si ferma di nuovo, con lo stesso fiato sospeso di chi ascolta un aedo attorno al fuoco, a guardare un uomo che sfida l’oceano pur di tornare a casa. Hy-Brasil, sotto la sua nebbia del Nord, è la sorella minore di quel mito immenso. È un’isola che forse non serve trovare, perché il suo vero tesoro non giace sepolto nella sabbia. Cresce, si moltiplica ogni volta che qualcuno, ancora, la racconta.

L’ultima volta che occhi umani credettero di vedere Hy-Brasil fu il 1872. Lo studioso T. J. Westropp, che l’aveva già scorta due volte, tornò sul luogo portando con sé la madre e alcuni amici, quasi a voler sottoporre il fenomeno a una controprova: guardate, non sono un’allucinazione isolata, ecco dei testimoni. E l’isola, si narra, comparve ancora una volta, sospesa tra cielo e acqua, prima di dissolversi nel nulla da cui era emersa.

Che cosa videro davvero i marinai e lo studioso ostinato che tornò a cercarla? La scienza, oggi, offre due chiavi che si intrecciano come ingranaggi di uno stesso meccanismo. La prima porta un nome che pare uscito da un trattato di ottica. Fata Morgana, un miraggio superiore che nasce quando uno strato d’aria calda si posa su uno strato d’aria fredda a pelo d’acqua, piegando la luce fino a costruire, nell’atmosfera stessa, coste e isole intere che durano ore e sembrano di pietra vera. Un marinaio dell’Ottocento, che di rifrazione atmosferica non sapeva nulla, non aveva altra parola per descriverla se non “terra”.

La seconda chiave scava più a fondo, nei fondali. Duecento chilometri a ovest dell’Irlanda giace il Porcupine Bank, un rialzo sommerso che durante le glaciazioni, quando il livello del mare era più basso di oggi, emergeva davvero sopra le onde. Un’isola vera, sprofondata poi sotto il peso del disgelo, ma rimasta viva nella memoria di chi l’aveva conosciuta, tramandata di generazione in generazione finché il ricordo non si è fatto leggenda e la leggenda mappa.

C’è da chiedersi cosa sarebbe successo se Hy-Brasil fosse riemersa in un’epoca meno incline alla poesia. Immaginate un sommergibilista della Kriegsmarine, nel 1943, avvistare tra la nebbia un’isola che nessuna carta d’Ammiragliato segnalava e passare la notte a discutere se affondarla o issarvi una bandiera. Un satellite sovietico degli anni Sessanta fotografa un cerchio di roccia che il giorno dopo non c’è più e un intero ufficio della CIA apre un fascicolo dal titolo, senza un filo d’ironia, “Isola Fantasma: minaccia o opportunità strategica”. La Guerra Fredda avrebbe saputo trasformare anche la nebbia in un problema di sicurezza nazionale, con Mosca e Washington a contendersi coordinate che si spostavano ogni volta che qualcuno provava a fissarle. E oggi? Un’America già nota per la tentazione di comprare la Groenlandia troverebbe di certo il modo di rivendicare anche un miraggio, magari come avamposto per uno scudo missilistico o una base avanzata contro chissà quale nemico del momento. Peccato che nessuna portaerei né alcun trattato abbiano mai trovato il modo di piantare una bandiera su qualcosa che, per definizione, non resta mai fermo abbastanza a lungo da essere conquistato.

Miraggio, dunque? Sedimento di un mondo sommerso? O, come amava credere quel ragazzo che leggeva avventure con l’atlante aperto sulle ginocchia, qualcosa che ancora oggi la nebbia dell’Atlantico si ostina a nascondere a chi non sa più osservare il mare con il rigore e lo stupore di un esploratore? Hy-Brasil, forse, non aspetta tanto di essere trovata quanto di essere ancora, un giorno ogni sette anni, cercata.