Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

Ogni volta che affronto un tema come questo sono consapevole dello stesso rischio. Non quello di poter sbagliare un’analisi, ma quello di essere immediatamente collocato in uno schieramento.

Viviamo un tempo in cui sembra sempre più difficile riflettere senza essere costretti a scegliere una tifoseria. Se si critica Donald Trump, c’è chi conclude che si sia ostili agli Stati Uniti. Se si condanna la Repubblica Islamica dell’Iran, si viene accusati di giustificare l’altra parte. È come se ogni ragionamento dovesse trasformarsi, inevitabilmente, in una dichiarazione di appartenenza.

Non è questo lo spirito con cui desidero affrontare questo argomento.

Le minacce rivolte dall’Iran nei confronti di Donald Trump sono gravi e meritano una condanna senza esitazioni. Invocare o minacciare la morte di un leader politico è incompatibile con i principi di una convivenza internazionale fondata sul diritto. Su questo non possono esistere ambiguità.

Proprio perché considero quei principi universali, mi pongo però una domanda.

Siamo davvero disposti ad applicare lo stesso criterio ogni volta che il linguaggio dell’eliminazione, della distruzione o dell’annientamento proviene da qualunque parte? Oppure il nostro giudizio cambia a seconda di chi pronuncia quelle parole?

Non pongo questa domanda per attenuare la responsabilità dell’Iran, né per spostare il giudizio su Donald Trump o sugli Stati Uniti. La pongo perché il valore di un principio si misura nel momento in cui siamo disposti ad applicarlo anche a chi non ci piace, a chi riteniamo un avversario o perfino una minaccia.

Non intendo stabilire chi abbia ragione e chi abbia torto in un conflitto complesso, né mettere sullo stesso piano sistemi politici profondamente diversi. Cercherò piuttosto di osservare come, negli ultimi anni, il linguaggio della politica abbia progressivamente oltrepassato confini che un tempo sembravano invalicabili e come, quasi senza accorgercene, ci siamo abituati a parole che fino a poco tempo fa avremmo giudicato inaccettabili.

Perché la storia insegna che le grandi escalation iniziano quando alcune parole cessano di sembrarci inaccettabili.

Dalle dichiarazioni alle operazioni

Per comprendere le minacce che oggi provengono dall’Iran nei confronti di Donald Trump è necessario ricostruire la sequenza degli avvenimenti senza fermarsi agli episodi più recenti e senza attribuire ai protagonisti parole che non abbiano realmente pronunciato.

Il rapporto tra Trump e la Repubblica Islamica era entrato in una fase di aperto confronto già il 3 gennaio 2020, quando un attacco americano nei pressi dell’aeroporto di Baghdad uccise il generale Qasem Soleimani , comandante della Forza Quds dei Guardiani della Rivoluzione.

Nei giorni successivi Trump dichiarò che gli Stati Uniti avevano individuato cinquantadue obiettivi iraniani, richiamando simbolicamente i cinquantadue ostaggi americani della crisi del 1979. Precisò inoltre che alcuni di quegli obiettivi erano «di altissimo livello e importanti per l’Iran e per la cultura iraniana» e che sarebbero stati colpiti «molto rapidamente e molto duramente» in caso di rappresaglia.

Quelle parole suscitarono una forte reazione internazionale. Il riferimento ai beni culturali sembrò infatti mettere in discussione uno dei principi consolidati del diritto internazionale umanitario. Nei giorni successivi Trump precisò che gli Stati Uniti avrebbero rispettato gli obblighi derivanti dal diritto internazionale, ma il dibattito che ne seguì mostrò quanto il linguaggio possa spingersi vicino a confini che, fino a quel momento, apparivano invalicabili.

Ancor più importante fu il significato politico e simbolico dell’uccisione di Soleimani. Per Washington si trattò di un’azione preventiva contro una minaccia ritenuta imminente. Per Teheran rappresentò invece l’eliminazione deliberata di uno dei principali artefici della propria strategia regionale e una ferita nazionale destinata a segnare profondamente il rapporto tra i due Paesi.

Da quel momento, il tema della vendetta divenne parte integrante della narrativa iraniana. Ed è proprio a quell’episodio che, negli anni successivi, le autorità statunitensi ricondussero molte delle minacce rivolte nei confronti di Donald Trump e di altri esponenti della sua amministrazione.

L’uccisione di Soleimani segnò un passaggio destinato a influenzare gli anni successivi.

Nel giugno del 2025, mentre Israele conduceva operazioni contro il programma nucleare iraniano e contro esponenti del suo apparato militare e scientifico, il linguaggio di Donald Trump si spostò direttamente sulla persona della Guida Suprema Ali Khamenei.

Il 17 giugno scrisse:

“We know exactly where the so-called Supreme Leader is hiding.”

“He is an easy target, but is safe there. We are not going to take him out (kill!), at least not for now.”

“Our patience is wearing thin.”

La traduzione è nota:

«Sappiamo esattamente dove si nasconde il cosiddetto Leader Supremo.»

«È un bersaglio facile, ma lì è al sicuro. Non lo elimineremo – non lo uccideremo – almeno non per ora.»

«La nostra pazienza si sta esaurendo.»

È importante essere estremamente precisi.

Trump non annunciò l’intenzione di uccidere Khamenei. Disse, al contrario, che in quel momento non lo avrebbe fatto.

Ma proprio quell’espressione – «almeno non per ora» – trasformava profondamente il significato della dichiarazione. L’eliminazione della Guida Suprema non veniva presentata come un’ipotesi inconcepibile, bensì come un’opzione concretamente disponibile, che gli Stati Uniti sceglievano, temporaneamente, di non esercitare.

La differenza va ben oltre il piano linguistico.

Quando un leader afferma pubblicamente di conoscere il luogo in cui si trova il capo di un altro Stato e precisa di aver deciso, almeno per il momento, di non eliminarlo, introduce nel dibattito internazionale un livello di normalizzazione che pochi anni prima sarebbe apparso difficilmente immaginabile.

Quella dichiarazione acquistò ulteriore rilievo quando Reuters riferì, citando funzionari dell’amministrazione americana, che Trump aveva respinto un piano israeliano volto a eliminare Khamenei. Secondo quelle ricostruzioni, il rifiuto non derivava dall’inammissibilità dell’obiettivo in sé, ma dalla valutazione che, in quel momento, non vi fossero le condizioni politiche e strategiche per autorizzarlo.

Pochi giorni dopo gli Stati Uniti colpirono direttamente tre dei principali siti nucleari iraniani – Fordow, Natanz e Isfahan – con l’obiettivo dichiarato di ridurre la capacità di arricchimento dell’uranio. Per la prima volta Washington non si limitava più a sostenere Israele: interveniva direttamente nel conflitto.

Nei mesi successivi quella dinamica conobbe un’ulteriore accelerazione.

Nel corso dell’offensiva congiunta di Stati Uniti e Israele furono uccisi Ali Khamenei, il ministro della Difesa iraniano, il comandante dei Guardiani della Rivoluzione e numerosi altri esponenti dell’apparato politico e militare iraniano.

Anche in questo caso è necessario mantenere la stessa precisione adottata fin dall’inizio.

Non risulta che Donald Trump avesse annunciato pubblicamente un progetto volto a eliminare l’intera leadership iraniana.

Risulta che la Guida Suprema fosse stata indicata come un bersaglio localizzato e raggiungibile; che la possibilità della sua eliminazione fosse stata evocata pubblicamente; e che, alcuni mesi più tardi, quella eliminazione si sia effettivamente verificata nel corso delle operazioni militari.

Le parole e i fatti non coincidono mai perfettamente. Sarebbe tuttavia difficile sostenere che siano del tutto indipendenti.

Il linguaggio non si limita a descrivere la realtà, ma contribuisce a modificarla, spostando quasi impercettibilmente il confine di ciò che consideriamo possibile, accettabile o inevitabile.

È proprio questo uno degli aspetti più delicati dell’intera vicenda. Prima ancora che cambino le decisioni, cambiano le parole con cui esse vengono immaginate, discusse e infine giustificate. E quando il linguaggio oltrepassa una soglia senza suscitare particolare reazione, quella soglia difficilmente tornerà dov’era. 

Quando la deterrenza lascia il posto alla rappresaglia 

Dopo l’eliminazione di Khamenei il confronto tra Stati Uniti e Iran non si attenuò. Al contrario, il linguaggio adottato da entrambe le parti continuò a irrigidirsi, alimentando una spirale nella quale ogni nuova dichiarazione appariva la conseguenza inevitabile di quella precedente.

Trump utilizzò espressioni sempre più dure anche nei confronti delle infrastrutture essenziali iraniane. Parlò della possibilità di riportare il Paese «all’età della pietra» e indicò tra i possibili obiettivi ponti, centrali elettriche e altre strutture strategiche.

È opportuno distinguere il piano della retorica da quello delle decisioni operative, poiché le dichiarazioni di un leader politico non coincidono automaticamente con gli ordini impartiti alle proprie forze armate. Tuttavia, quando determinati scenari vengono evocati pubblicamente, essi cessano di appartenere all’ambito dell’impensabile ed entrano a far parte delle opzioni considerate possibili.

Anche per questo numerosi giuristi richiamarono l’attenzione sul diritto internazionale umanitario. Colpire infrastrutture dalle quali dipendono l’approvvigionamento idrico, l’assistenza sanitaria o la distribuzione dell’energia significa infatti incidere sulla vita quotidiana di milioni di civili. È una prospettiva che impone una valutazione estremamente rigorosa del rapporto tra vantaggio militare e conseguenze umanitarie.

Sul fronte iraniano, intanto, la morte della Guida Suprema alimentò un clima di profonda ostilità. Durante manifestazioni e cerimonie ufficiali si moltiplicarono gli appelli alla vendetta e gli slogan contro gli Stati Uniti e contro Donald Trump.

Anche in questo caso è necessario evitare semplificazioni, perché gli slogan di una folla, gli articoli della stampa vicina al potere, le dichiarazioni di un’autorità religiosa e le decisioni operative di uno Stato non sono la stessa cosa. Confondere questi livelli significa rinunciare alla precisione dell’analisi.

Questo non toglie che le autorità americane abbiano considerato credibile il rischio di un attentato contro Trump, predisponendo misure di sicurezza straordinarie.

Negli sviluppi più recenti, dopo i nuovi attacchi attribuiti all’Iran contro obiettivi statunitensi, il linguaggio si è ulteriormente inasprito.

Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti avrebbero reagito con estrema durezza e ha presentato tale risposta come la conseguenza necessaria dell’aggressione subita. In diverse dichiarazioni ha affermato che l’Iran avrebbe «pagato» per le proprie azioni e che gli Stati Uniti erano pronti a colpire con forza gli obiettivi iraniani.

Non si tratta di una semplice sfumatura linguistica.

Nel linguaggio della deterrenza l’obiettivo dichiarato è impedire all’avversario di agire. Nel linguaggio della rappresaglia e della vendetta, invece, l’attenzione si sposta sulla punizione per ciò che è già accaduto.

È un passaggio che dovrebbe indurci a riflettere. Quando anche il lessico delle grandi potenze assume i toni della vendetta, il rischio è che ogni nuova azione venga percepita non come una scelta politica, ma come una risposta obbligata. Ed è proprio questa convinzione, condivisa da entrambe le parti, ad alimentare le escalation più difficili da interrompere.

Lo stesso metro

Non per trarre conclusioni affrettate, ma per tornare alla domanda dalla quale siamo partiti.

Siamo davvero disposti ad applicare gli stessi principi indipendentemente da chi compie un’azione o pronuncia determinate parole?

Le minacce rivolte dall’Iran nei confronti di Donald Trump restano inaccettabili. Auspicare la morte di un capo di Stato, di un ex Presidente o di qualsiasi altra persona rappresenta un’ulteriore degradazione del confronto internazionale. Nessuna causa può trasformare un assassinio in un valore.

Ma proprio perché questo principio mi appare così evidente, mi domando se siamo altrettanto rigorosi quando il linguaggio dell’eliminazione fisica, dell’annientamento o della distruzione proviene da chi appartiene al nostro campo politico, strategico o culturale.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a uno spostamento del linguaggio pubblico.

Espressioni che un tempo avrebbero suscitato un’immediata reazione della comunità internazionale sono progressivamente entrate nel lessico ordinario delle crisi. Si parla con crescente naturalezza di eliminazione della leadership, di decapitazione del comando, di annientamento delle capacità strategiche dell’avversario, fino a evocare la distruzione di infrastrutture essenziali per la vita di un’intera popolazione.

Naturalmente non tutte queste espressioni hanno lo stesso significato sul piano giuridico e operativo. Il diritto internazionale distingue tra obiettivi militari, infrastrutture civili e beni protetti, e sarebbe un grave errore ignorare tali differenze. Proprio per questo, però, il linguaggio assume un’importanza ancora maggiore.

Le parole non si limitano a descrivere gli eventi, ma contribuiscono a renderli immaginabili, preparano il terreno sul quale verranno giudicate le decisioni future e spostano, poco alla volta, il confine di ciò che l’opinione pubblica considera accettabile.

È un processo che raramente avviene all’improvviso. Procede per piccoli passi, ciascuno dei quali appare giustificato dall’eccezionalità del momento. Poi, quasi senza accorgercene, scopriamo che ciò che fino a ieri ci avrebbe indignato oggi non suscita più la stessa reazione.

Forse è proprio questo l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda, più ancora del fatto che due avversari si minaccino reciprocamente, perché la storia dell’umanità è purtroppo ricca di episodi simili.

Ciò che dovrebbe interrogarci è la rapidità con cui rischiamo di modificare il nostro giudizio morale a seconda di chi pronuncia quelle stesse parole.

Perché se il principio cambia insieme al protagonista, allora non è più un principio.

È diventato una convenienza.

L’ultima domanda

Se il ragionamento sviluppato fin qui ha un senso, allora esso va ben oltre il confronto tra Stati Uniti e Iran o la figura di Donald Trump. Riguarda il modo in cui scegliamo di difendere quei principi che diciamo di considerare universali e, più in generale, il tipo di ordine internazionale che intendiamo costruire.

È naturale che la comunità internazionale guardi con preoccupazione all’ipotesi che l’Iran possa acquisire un’arma nucleare. Sarebbe irresponsabile ignorare i rischi che deriverebbero dalla diffusione di una capacità tanto distruttiva in un’area già segnata da tensioni profonde e da conflitti ricorrenti.

Ma proprio qui emerge una domanda che, a mio avviso, merita di essere affrontata con la stessa onestà intellettuale che abbiamo cercato di mantenere lungo tutto questo percorso.

Siamo davvero sicuri che il problema consista esclusivamente nello stabilire quali Stati possano possedere un’arma nucleare? Oppure dovremmo interrogarci anche sul fatto che l’umanità continui ad affidare un potere tanto immenso alle decisioni di un numero ristretto di uomini?

La deterrenza nucleare ha probabilmente contribuito, durante la Guerra Fredda, a evitare uno scontro diretto tra le grandi potenze. È una realtà storica che non avrebbe senso negare. Tuttavia essa si fonda su un presupposto tanto semplice quanto inquietante: confidare che coloro ai quali affidiamo la capacità di distruggere intere nazioni esercitino sempre quel potere con razionalità, equilibrio e senso del limite.

La storia ci offre motivi per nutrire questa speranza, ma non ci autorizza a trasformarla in una certezza. Nessuna società può considerarsi definitivamente al riparo dall’errore umano, dall’orgoglio, dalla paura, dal desiderio di rivalsa o da quella convinzione, così ricorrente nella storia, secondo cui il fine finirebbe per giustificare i mezzi.

Per questo motivo la proliferazione nucleare resta un obiettivo che la comunità internazionale deve continuare a contrastare con determinazione, ma sarebbe altrettanto miope limitare la riflessione alla sola proliferazione.

Forse il vero interrogativo è un altro.

Forse dovremmo domandarci se il problema risieda soltanto nel numero delle potenze nucleari oppure nella fragilità di un sistema che continua ad affidare il destino dell’umanità alla prudenza, all’equilibrio e all’autocontrollo di pochi uomini.

È una domanda che non riguarda esclusivamente l’Iran.

Non riguarda soltanto l’Iran, Donald Trump o gli Stati Uniti. Riguarda ciascuno di noi, perché ci obbliga a riflettere sul rapporto tra il potere e i principi.

Nel corso di queste pagine ho cercato di ricostruire una sequenza di fatti senza trasformarla in un processo e senza attribuire ragioni o torti assoluti ai protagonisti. Se c’è una convinzione che ne ricavo, è che i principi non vengono messi alla prova quando tutto procede secondo le regole. La loro forza emerge soltanto quando applicarli diventa difficile, quando sembrano ostacolare i nostri interessi immediati o quando ci viene spontaneo fare un’eccezione per chi consideriamo un alleato o per chi riteniamo un nemico.

È proprio in quel momento che decidiamo, spesso senza rendercene conto, se un principio continuerà a essere tale oppure diventerà una semplice convenienza.

Perché i principi che oggi siamo disposti ad abbandonare, convinti che riguardino soltanto gli altri, potrebbero essere gli stessi dei quali domani avremo disperatamente bisogno per difendere noi stessi.

Condivido ciò che il mare mi ha insegnato, senza la pretesa di possedere verità assolute. Offro queste riflessioni a chi vorrà navigare con me. Chi sentirà che questa rotta gli appartiene, salga a bordo. Il mare è grande. C’è spazio per tutti quelli che hanno il coraggio di partire.

Paolo Treu

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– LeaderShip: dove racconto la leadership vissuta, sul mare e nelle decisioni https://www.linkedin.com/newsletters/leadership-7430953035700391936/

– Mappe del Potere: dove analizzo le dinamiche geopolitiche che influenzano il nostro tempo https://www.linkedin.com/newsletters/mappe-del-potere-7436115065423974400/

Invito chi fosse interessato agli insegnamenti che mi ha regalato una vita ricca di esperienze e sfide a leggere il mio primo libro “Tu sei un intero oceano in una goccia – Rompi le pareti della tua prigione”. I proventi, al netto di tasse e spese, sono interamente devoluti a Mitocon OdV, organizzazione impegnata nel sostegno ai pazienti affetti da gravi malattie mitocondriali.