Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

La guerra tra Stati Uniti e Iran mostra quanto sia difficile trasformare la superiorità militare in vittoria politica. E pone interrogativi che riguardano Trump, l’Europa e le stesse democrazie.

C’è qualcosa di apparentemente contraddittorio in ciò che sta accadendo tra Stati Uniti e Iran. Da una parte abbiamo la maggiore potenza militare del pianeta; dall’altra un Paese certamente importante, con oltre novanta milioni di abitanti, una posizione geografica strategica e significative capacità militari, ma che non può seriamente essere considerato un avversario alla pari degli Stati Uniti. Eppure, dopo oltre cinque mesi di guerra, non è affatto semplice rispondere a una domanda che dovrebbe essere elementare: chi sta vincendo?

La risposta cambia radicalmente a seconda del significato che attribuiamo alla parola vittoria. Se guardiamo alla capacità di colpire e distruggere, il confronto appare difficilmente discutibile. Gli Stati Uniti hanno dimostrato ancora una volta una superiorità tecnologica, aeronavale, informativa e logistica difficilmente eguagliabile. L’Iran ha subito perdite enormi, le sue infrastrutture militari e nucleari sono state duramente colpite, la Marina ridimensionata e la capacità missilistica sottoposta a una pressione formidabile. Lo stesso vertice del regime è stato sconvolto.

Se però abbandoniamo per un momento la contabilità degli obiettivi distrutti e poniamo una domanda differente, il quadro diventa assai meno nitido: la forza impiegata ha prodotto il risultato politico per il quale era stata utilizzata?

Vincere le battaglie non significa vincere la guerra

Il 28 febbraio 2026 Stati Uniti e Israele hanno iniziato le operazioni militari contro l’Iran. Nei giorni successivi Washington indicò obiettivi estremamente ambiziosi: distruggere le capacità missilistiche iraniane e la possibilità di ricostituirle, annientare la Marina, impedire al regime di continuare ad armare e finanziare le organizzazioni alleate nella regione e garantire che l’Iran non potesse acquisire un’arma nucleare.

Erano obiettivi inequivocabili e proprio per questo costituiscono oggi il metro più corretto con il quale valutare il risultato dell’operazione. Non è necessario essere favorevoli o contrari a Donald Trump: basta confrontare la situazione attuale con gli obiettivi dichiarati dalla sua stessa amministrazione.

A distanza di oltre cinque mesi sono stati perseguiti risultati militari rilevanti, ma la situazione politica appare assai meno definitiva. Il regime iraniano esiste ancora, la sua capacità di rappresaglia non è stata eliminata e Teheran continua a esercitare un’influenza significativa sugli equilibri regionali. Lo Stretto di Hormuz, una delle arterie energetiche fondamentali del pianeta, è diventato esso stesso materia di confronto e negoziato. Anche sul programma nucleare rimangono interrogativi importanti.

È dunque possibile che una nazione ottenga successi militari straordinari senza riuscire a trasformarli in una vittoria strategica? La storia ci dice che non soltanto è possibile, ma è accaduto molte volte. Vincere le battaglie e vincere una guerra sono due cose diverse, perché la distruzione delle capacità dell’avversario non rappresenta normalmente il fine ultimo dell’azione militare, ma lo strumento attraverso il quale si cerca di conseguire uno scopo politico. È il principio che attraversa gran parte del pensiero di Clausewitz: la guerra non possiede un significato autonomo, ma rimane legata alla politica che l’ha generata.

Possiamo quindi distruggere cento obiettivi invece di cinquanta, abbattere più aerei, affondare più navi e mantenere un’assoluta superiorità sul campo di battaglia. Ma rimane una domanda alla quale nessuna statistica militare può rispondere: abbiamo ottenuto ciò per cui abbiamo deciso di combattere?

È proprio qui che emerge una delle caratteristiche più interessanti di questa guerra. Stati Uniti e Iran non hanno bisogno della stessa cosa per poter affermare di aver vinto. Washington deve ottenere un risultato; Teheran deve soprattutto impedire a Washington di ottenerlo pienamente.

A un certo punto Trump sintetizzò la posizione americana con un’espressione destinata a diventare quasi una metafora dell’intero conflitto: “We have all the cards”, abbiamo tutte le carte in mano. E, se guardiamo ai rapporti di forza, è difficile dargli torto: gli Stati Uniti dispongono di una superiorità militare schiacciante. Ma nelle crisi strategiche avere le carte migliori – o i pezzi più potenti sulla scacchiera – non significa necessariamente controllare la partita. Dipende dall’obiettivo che si vuole raggiungere, dalle mosse dell’avversario e dal prezzo che si è disposti a pagare per arrivare alla fine.

Nessun osservatore serio può immaginare che l’Iran possa sconfiggere militarmente gli Stati Uniti nel significato convenzionale del termine. Non può distruggere la capacità militare americana, occupare territori statunitensi o imporre a Washington una resa. Ma non ne ha bisogno. Per l’Iran può essere sufficiente sopravvivere, mantenere in vita il sistema politico, conservare una capacità di rappresaglia, continuare a rappresentare un problema strategico e rendere progressivamente più costosa la prosecuzione delle operazioni.

Nasce così uno dei grandi paradossi delle guerre asimmetriche: il più forte deve dimostrare di avere vinto; al più debole può bastare dimostrare di non essere stato sconfitto.

In questa prospettiva il trascorrere del tempo assume un significato particolare. Ogni settimana senza una conclusione definitiva riduce progressivamente il valore politico della superiorità militare americana. Ciò che nelle prime settimane poteva apparire come una campagna destinata a produrre rapidamente un risultato comincia inevitabilmente, dopo mesi, a generare domande diverse: quanto durerà, quanto costerà e, soprattutto, quale situazione dovrà verificarsi perché possa essere considerata conclusa?

La risposta dell’avversario fa parte della strategia

A rendere ancora più complesso il quadro contribuisce la geografia. Lo Stretto di Hormuz rappresenta forse l’esempio più evidente di come una condizione geografica possa ridimensionare almeno parzialmente una straordinaria disparità di potenza. Prima del conflitto attraverso quel piccolo braccio di mare transitava una quota enorme dell’energia mondiale. La guerra ne ha provocato la sostanziale chiusura, sottraendo ai normali flussi commerciali circa 20 milioni di barili al giorno di greggio e prodotti raffinati: approssimativamente un quinto del consumo mondiale.

Gli Stati Uniti possiedono portaerei, sommergibili nucleari, bombardieri strategici, satelliti, capacità cyber e sistemi d’arma che l’Iran non potrebbe neppure immaginare di eguagliare; ma Hormuz rimane lì, e la geografia, a differenza della tecnologia, non diventa obsoleta.

Questo non significa naturalmente che Teheran possa impedire indefinitamente la navigazione contro la volontà degli Stati Uniti e delle altre potenze interessate. Significa però che può rendere estremamente costoso impedirglielo. Ogni nave attaccata incide sui premi assicurativi, ogni minaccia modifica le rotte, ogni interruzione influenza i prezzi energetici. Gli effetti si propagano dall’area delle operazioni ai mercati finanziari, ai costi industriali, ai trasporti e infine alle tasche dei cittadini. Una guerra combattuta nel Golfo Persico entra così nelle stazioni di servizio americane ed europee; e quando questo accade, la strategia militare diventa inevitabilmente politica interna.

C’è però un aspetto sul quale credo sia necessario evitare una lettura troppo semplice. Osservando gli effetti della sostanziale chiusura di Hormuz, sarebbe facile attribuire all’Iran la responsabilità dello shock energetico che ne è derivato. Ma così facendo rischieremmo di confondere due piani diversi: l’inizio del conflitto e la reazione di chi quell’attacco ha subito.

Gli Stati Uniti e Israele hanno deciso di iniziare le operazioni militari contro l’Iran. La legittimità di quella decisione sotto il profilo del diritto internazionale è tutt’altro che pacifica. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, già il 28 febbraio, richiamò esplicitamente i principi della Carta ONU sull’uso della forza e chiese l’immediata cessazione delle ostilità. Una volta iniziati gli attacchi, tuttavia, sarebbe stato irrealistico immaginare che l’Iran non reagisse. Uno Stato sottoposto a un attacco armato può invocare il diritto all’autodifesa riconosciuto dalla Carta delle Nazioni Unite, naturalmente entro i limiti posti dal diritto internazionale e dal diritto dei conflitti armati.

La domanda corretta, dunque, non è perché l’Iran abbia reagito, ma come avrebbe potuto farlo. Teheran non possedeva alcuna possibilità realistica di confrontarsi simmetricamente con la potenza militare americana. Se avesse accettato di combattere esclusivamente sul terreno scelto dagli Stati Uniti, avrebbe affrontato l’avversario proprio nella dimensione in cui la disparità delle forze era maggiore. Era quindi prevedibile che cercasse di trasferire il confronto verso quei settori nei quali una potenza regionale relativamente più debole poteva moltiplicare gli effetti della propria capacità di rappresaglia. Lo Stretto di Hormuz rappresentava inevitabilmente uno di questi.

Questo non rende automaticamente legittima qualsiasi azione iraniana. Il diritto all’autodifesa non autorizza attacchi indiscriminati contro navi commerciali, infrastrutture civili o Paesi terzi, né elimina i principi di necessità, proporzionalità e distinzione. Ma sotto il profilo strategico sarebbe difficile sorprendersi che l’Iran abbia cercato di utilizzare la propria posizione geografica per aumentare il costo economico della guerra per chi l’aveva attaccato. Oggi quella strategia appare ancora più evidente: Teheran cerca di trasformare la perturbazione delle grandi vie energetiche e commerciali in una leva negoziale nei confronti di Washington.

Ed è proprio qui che emerge uno degli interrogativi più seri sull’intera operazione. Quando si decide di iniziare una guerra, non si può calcolare soltanto ciò che si intende fare all’avversario. Bisogna calcolare anche ciò che l’avversario sarà prevedibilmente in grado di fare a noi e ai nostri alleati. Se l’Iran non poteva competere con gli Stati Uniti sul piano militare convenzionale e se una delle sue principali possibilità di risposta consisteva prevedibilmente nel colpire gli interessi economici occidentali attraverso Hormuz e la destabilizzazione regionale, quella risposta avrebbe dovuto far parte del calcolo strategico americano prima ancora dell’inizio delle operazioni.

Il problema, dunque, non era stabilire se gli Stati Uniti fossero capaci di colpire duramente l’Iran. Su questo esistevano pochi dubbi. Il problema era prevedere che cosa sarebbe accaduto dopo.

Alleati, non subordinati

È proprio questo “dopo” che porta inevitabilmente a parlare dell’Europa.

I Paesi europei hanno fatto bene, a mio avviso, a non seguire Washington sul terreno di una partecipazione diretta alla guerra. Non soltanto perché sarebbe stato necessario valutarne attentamente presupposti, obiettivi e conseguenze, ma per una ragione ancora più elementare: quella guerra non era stata preventivamente concordata con loro. Essere alleati non significa rinunciare alla propria autonomia di giudizio, né tantomeno assumere automaticamente le conseguenze delle decisioni prese unilateralmente dall’alleato più forte.

La posizione europea è stata, almeno nella sua impostazione generale, prudente. Il Consiglio europeo ha chiesto de-escalation, massima moderazione, protezione dei civili e delle infrastrutture e pieno rispetto del diritto internazionale da parte di tutti, condannando nello stesso tempo gli attacchi iraniani contro altri Paesi della regione. È una posizione che considero equilibrata, perché non richiede di scegliere tra Washington e Teheran, ma di giudicare comportamenti e responsabilità sulla base dei medesimi principi.

A distanza di mesi, tuttavia, credo sia legittimo porre una domanda più scomoda. L’Europa ha fatto bene a non entrare in una guerra alla cui decisione non aveva partecipato. Ma ha fatto abbastanza per cercare di impedirla?

Io ritengo di no. 

E proprio le conseguenze economiche del conflitto rendono oggi questa domanda assai meno teorica di quanto potesse apparire il 28 febbraio. L’Unione europea dipende dalle importazioni per il 57 per cento del proprio fabbisogno energetico e petrolio e prodotti petroliferi rappresentano circa due terzi delle sue importazioni di energia. La crisi di Hormuz ha quindi colpito una delle vulnerabilità strutturali del continente.

Le conseguenze sono arrivate rapidamente. Le prospettive di crescita dell’area euro sono state riviste verso il basso, quelle sull’inflazione verso l’alto e la Banca centrale europea si è trovata nuovamente a confrontarsi con pressioni sui prezzi provenienti dall’energia. Dietro questi numeri non ci sono soltanto statistiche macroeconomiche: ci sono imprese che pagano di più l’energia, investimenti rinviati, famiglie che perdono potere d’acquisto, maggiori costi di finanziamento e governi costretti a intervenire per proteggere i settori più esposti.

Non si tratta di imputare a Donald Trump ogni conseguenza delle azioni iraniane. Si tratta però di riconoscere un principio elementare della strategia: chi decide di iniziare una guerra deve includere nel proprio calcolo anche le reazioni ragionevolmente prevedibili dell’avversario. Se una delle principali capacità di rappresaglia iraniane risiedeva proprio nella possibilità di destabilizzare Hormuz e i mercati energetici mondiali, le conseguenze di quella eventualità non potevano essere considerate imprevedibili.

Per l’Europa il problema diventa ancora più evidente. Non aveva deciso quella guerra, non era stata preventivamente coinvolta nella decisione americana e non aveva scelto di parteciparvi; eppure era facilmente prevedibile che una risposta iraniana potesse colpire proprio una delle sue maggiori vulnerabilità. Gli europei si sono così trovati a sopportare una parte rilevante dei costi economici di una decisione strategica alla quale non avevano partecipato.

Da questo punto di vista, non si può chiedere agli alleati di condividere una guerra che non si è ritenuto necessario condividere con loro quando si è deciso di iniziarla.

Anzi, credo che l’Europa avrebbe potuto spingersi oltre. Non soltanto rifiutando di partecipare direttamente alle operazioni, ma facendo comprendere preventivamente a Washington che una decisione unilaterale capace di mettere a rischio interessi vitali europei avrebbe potuto avere conseguenze anche nei rapporti economici e politici transatlantici. Non necessariamente attraverso sanzioni immediate, che avrebbero aperto uno scontro dagli esiti difficilmente prevedibili, ma rendendo credibile la possibilità di contromisure economiche qualora decisioni unilaterali americane avessero prodotto danni rilevanti e prolungati agli interessi europei.

Può sembrare paradossale parlare di pressione economica nei confronti del principale alleato dell’Europa. Ma proprio l’amicizia e l’alleanza dovrebbero presupporre reciprocità. Un’alleanza nella quale uno dei partner decide e gli altri sono chiamati a sopportarne le conseguenze rischia progressivamente di trasformarsi in un rapporto di dipendenza.

È sufficiente rovesciare per un momento la prospettiva. Come reagirebbero gli Stati Uniti se una decisione militare assunta unilateralmente dai governi europei, senza preventiva consultazione con Washington, provocasse per mesi un forte aumento dei prezzi energetici americani, una ripresa dell’inflazione e difficoltà per le imprese? È difficile immaginare che Washington si limiterebbe a prenderne atto.

Perché dunque dovrebbe farlo l’Europa?

Oggi l’Europa avrebbe qualche ragione per “presentare il conto”. Non necessariamente sotto forma di una richiesta materiale di risarcimento, difficilmente configurabile sul piano politico e giuridico, ma chiedendo che nelle future decisioni capaci di incidere direttamente sulla sicurezza e sull’economia europea venga riconosciuto un principio elementare di responsabilità e reciprocità: chi pretende di condividere le conseguenze deve essere disposto a condividere anche le decisioni.

Ritengo che proprio questo sia uno dei significati più concreti dell’espressione “autonomia strategica”. Non significa essere contro gli Stati Uniti e non significa costruire un’Europa equidistante tra Washington e i suoi avversari. Significa essere alleati degli Stati Uniti senza attribuire agli Stati Uniti il diritto di decidere quali rischi l’Europa debba correre.

Il problema riguarda dunque la natura stessa dell’alleanza transatlantica. Un’alleanza è tanto più solida quanto più è capace di sopportare anche il dissenso. Se l’alleato più potente può decidere unilateralmente e gli altri sono chiamati successivamente a sostenerne le decisioni, o almeno a sopportarne le conseguenze, il rapporto rischia di trasformarsi progressivamente da alleanza in dipendenza.

L’Europa non deve scegliere tra fedeltà agli Stati Uniti e autonomia dagli Stati Uniti. Le due cose non sono incompatibili. Si può essere alleati senza essere subordinati, amici senza rinunciare al dissenso, condividere una guerra quando la si ritiene necessaria e rifiutarla quando non la si ritiene tale. In definitiva, l’autonomia strategica europea non consiste nel prendere le distanze dagli Stati Uniti: consiste nell’essere loro alleati senza cessare di essere padroni delle proprie decisioni.

Le mani legate della democrazia

È in questo contesto che la posizione di Donald Trump appare particolarmente complessa. Non perché il presidente americano sia privo di alternative, ma per la ragione opposta: ne possiede diverse e nessuna sembra priva di costi considerevoli.

Può intensificare nuovamente le operazioni militari, e gli Stati Uniti possiedono certamente la capacità per farlo, ma dopo mesi di bombardamenti diventa legittimo chiedersi quale ulteriore livello di distruzione potrebbe produrre quel risultato politico che quanto fatto finora non ha ancora garantito. Può ampliare il conflitto, accettando però il rischio di coinvolgere ulteriormente altri attori regionali e infrastrutture dalle quali dipende una parte significativa dell’economia mondiale. Un intervento terrestre su larga scala rappresenterebbe un’opzione ancora più impegnativa, militarmente costosa e politicamente difficilissima. Rimangono quindi il logoramento economico e militare, nella speranza che il sistema iraniano ceda, oppure il negoziato.

Quest’ultima appare inevitabilmente una delle possibili vie d’uscita. Ma anche negoziare presenta una difficoltà: quanto più ambiziosi sono stati gli obiettivi iniziali di una guerra, tanto più difficile diventa presentare un compromesso finale come una vittoria. Non è un problema esclusivamente di Trump; riguarda qualunque leader abbia costruito aspettative elevate prima di entrare in un conflitto. Il successo politico non viene infatti misurato soltanto rispetto alla situazione dell’avversario, ma anche rispetto alle aspettative che il leader stesso ha creato nella propria società.

Esiste poi un secondo campo di battaglia sul quale l’Iran dispone di una risorsa che la superiorità tecnologica americana non può facilmente neutralizzare: il tempo politico. In teoria il tempo dovrebbe favorire gli Stati Uniti, che dispongono di un’economia immensamente maggiore, di risorse militari superiori e di capacità industriali e finanziarie incomparabili. Nelle guerre asimmetriche, tuttavia, il tempo non segue necessariamente la matematica delle risorse. L’Iran deve soprattutto resistere; il presidente americano deve continuamente spiegare.

Deve spiegare perché si combatte, quali risultati siano stati ottenuti, quali rimangano da conseguire, quanto costerà raggiungerli, quanto durerà la guerra e quale situazione consentirà un giorno di dichiararla conclusa.

I sondaggi mostrano che una parte consistente dell’opinione pubblica americana è critica nei confronti sia della decisione iniziale di ricorrere alla forza sia della gestione del conflitto. Questi numeri non dimostrano naturalmente che una guerra sia giusta o sbagliata: le decisioni strategiche non possono essere affidate ai sondaggi. In una democrazia, tuttavia, essi misurano qualcosa che un decisore politico non può ignorare indefinitamente, ossia la disponibilità della società a continuare a sostenere il prezzo di una scelta.

Anche il Congresso riflette questa tensione. I tentativi di limitare i poteri presidenziali nella prosecuzione delle ostilità hanno progressivamente raccolto maggiore consenso, fino a mostrare quanto lo spazio politico intorno alla libertà d’azione del presidente si sia ristretto.

Siamo abituati a definire il presidente degli Stati Uniti “l’uomo più potente del mondo”, ma si tratta di un’espressione suggestiva e, almeno in parte, inesatta. Gli Stati Uniti dispongono di capacità militari, economiche e politiche senza eguali e il loro presidente esercita certamente poteri enormi. Ma quei poteri hanno limiti precisi, perché il presidente degli Stati Uniti non possiede gli Stati Uniti.

La distinzione è essenziale. Un presidente deve confrontarsi con il Congresso, con la magistratura, con l’opinione pubblica, con la stampa, con gli alleati, con i mercati, con gli interessi economici, con le divisioni interne al proprio partito e, periodicamente, con gli elettori.

Si arriva così a uno dei paradossi più interessanti della democrazia. Un sistema autoritario possiede vantaggi difficili da negare quando deve affrontare una crisi prolungata. Può decidere rapidamente, mantenere una linea politica anche quando diventa impopolare, controllare l’informazione molto più efficacemente, comprimere il dissenso e imporre sacrifici economici alla popolazione senza dover affrontare un’elezione pochi mesi dopo. Può, in definitiva, concentrare la volontà dello Stato in un numero estremamente ridotto di persone.

Una democrazia fa quasi esattamente il contrario. Divide il potere, lo sottopone a controlli, consente l’opposizione, permette alla stampa di criticare il governo, lascia ai cittadini la possibilità di contestare una guerra e costringe il decisore a spiegare e giustificare le proprie scelte. Periodicamente gli ricorda inoltre che il potere che esercita non gli appartiene, ma gli è stato soltanto temporaneamente affidato.

Tutto questo rende inevitabilmente la democrazia più lenta e talvolta persino apparentemente meno efficiente. Un comandante militare può ricevere una missione e utilizzare gli strumenti assegnati per conseguirla; un leader democratico deve invece continuamente verificare se la società che rappresenta sia ancora disposta a fornirgli quegli strumenti e a sostenere quella missione. In qualche misura, dunque, le sue mani sono legate.

Ma siamo sicuri che sia soltanto una debolezza?

Quelle mani legate rappresentano precisamente uno dei motivi per cui le democrazie sono state costruite in quel modo. La frammentazione del potere non è un incidente del sistema: ne costituisce una delle precauzioni fondamentali. L’idea stessa della democrazia liberale nasce anche dalla diffidenza nei confronti della concentrazione del potere, perché un uomo può essere intelligente, coraggioso e lungimirante, può persino avere ragione quando quasi tutti gli altri hanno torto, ma può anche sbagliare. E quanto maggiore è il potere concentrato nelle sue mani, tanto maggiore sarà il prezzo del suo errore.

Da questo punto di vista, ciò che rende una democrazia meno efficiente nell’esercizio immediato della forza è anche ciò che la protegge dall’esercizio incontrollato del potere. Il Parlamento che rallenta una decisione può irritare, un’opposizione che contesta il governo durante una crisi può apparire un ostacolo, una stampa che mette in discussione la narrativa ufficiale può indebolire momentaneamente la coesione nazionale e un’opinione pubblica che cambia idea può rendere estremamente difficile mantenere una strategia di lungo periodo. Eppure tutti questi elementi svolgono contemporaneamente un’altra funzione: costringono il potere a confrontarsi continuamente con la realtà.

Naturalmente non garantiscono che vengano prese decisioni giuste. La storia dimostra abbondantemente che anche le democrazie possono iniziare guerre sbagliate, perseverare in errori giganteschi e costruire narrazioni destinate prima o poi a crollare davanti ai fatti. Possiedono però meccanismi attraverso i quali l’errore può emergere, essere contestato e, almeno in teoria, corretto. Un’autocrazia possiede invece un vantaggio formidabile finché il leader ha ragione. Il problema nasce quando ha torto: a quel punto può continuare a perseguire con straordinaria efficienza una decisione profondamente sbagliata.

Quando la potenza non basta

Significa allora che Trump abbia già perso questa guerra? Credo che affermarlo sarebbe prematuro.

Gli Stati Uniti conservano enormi possibilità di influenzare l’esito del conflitto; l’Iran ha subito danni gravissimi e sostiene costi economici e militari che non possono essere minimizzati. La pressione americana potrebbe ancora costringere Teheran ad accettare condizioni che oggi rifiuta, così come un negoziato potrebbe produrre un risultato sostanzialmente favorevole a Washington.

Sarebbe però altrettanto difficile sostenere oggi che gli Stati Uniti abbiano già ottenuto una vittoria strategica. Anzi, il fatto che dopo oltre cinque mesi la discussione sia concentrata sulle possibili vie d’uscita, sulle condizioni per la riapertura di Hormuz e sui margini di un negoziato mostra quanto la situazione sia distante dalla nettezza degli obiettivi annunciati all’inizio della guerra.

Esiste infatti una differenza fondamentale fra potenza e potere. La potenza è la capacità di produrre effetti; il potere è la capacità di ottenere comportamenti; la strategia è ciò che dovrebbe collegare le due cose. Gli Stati Uniti hanno dimostrato una straordinaria capacità di produrre effetti sull’Iran. La domanda ancora aperta è se quegli effetti riusciranno a produrre il comportamento politico desiderato. 

Ed è dentro questa distanza che si trova oggi Donald Trump. Non necessariamente perché sia incapace e neppure perché abbia già perso, ma perché la domanda decisiva di ogni guerra non è mai quanta forza siamo capaci di esercitare. È quale situazione politica quella forza sarà in grado di produrre.

È proprio questo il paradosso che la guerra tra Stati Uniti e Iran ci sta mostrando. Le democrazie possono apparire deboli proprio perché hanno scelto di non affidare tutta la propria forza a chi temporaneamente le governa. Discutono, esitano, si dividono, cambiano idea, pongono limiti e chiedono conto delle decisioni. Talvolta tutto questo le rende meno rapide e meno efficienti di un’autocrazia. Ma esiste anche un’altra possibilità: che quella apparente debolezza costituisca una delle loro maggiori forme di forza, perché un sistema che rende difficile a un governante fare tutto ciò che vuole rende anche più difficile che l’errore di un uomo diventi irreversibilmente il destino di un popolo.

Ed emerge, a questo punto, un curioso parallelismo. All’interno di uno Stato democratico distribuiamo il potere perché nessun individuo possa decidere da solo per tutti. Nei rapporti tra democrazie alleate dovrebbe valere un principio non troppo diverso: la maggiore potenza di uno Stato non dovrebbe conferirgli automaticamente una maggiore sovranità sulle decisioni degli altri. La stessa cultura del limite che consideriamo essenziale all’interno delle nostre democrazie dovrebbe trovare maggiore spazio anche nei rapporti fra esse.

La guerra con l’Iran non è conclusa e sarebbe quindi imprudente scriverne già il verdetto. Non sappiamo ancora se Trump riuscirà a trasformare l’enorme superiorità militare americana in un risultato politico soddisfacente, se Teheran sarà infine costretta a cedere o se ciò che oggi appare una situazione di stallo sarà ricordato, tra qualche anno, come il passaggio necessario verso un nuovo equilibrio regionale.

La partita, dunque, è ancora aperta. Proprio per questo vale la pena osservare non soltanto la forza dei pezzi sulla scacchiera, ma anche la qualità delle mosse, le conseguenze che producono e soprattutto il risultato politico verso il quale dovrebbero condurre.

Possiamo allora porci una domanda che va molto oltre Trump, l’Iran e questa guerra: quanto potere siamo disposti a consegnare a un uomo affinché possa agire con la massima efficienza, e a quanta efficienza siamo invece disposti a rinunciare per impedire che possa trascinare, da solo, un intero Paese nella direzione sbagliata?

Non esiste una risposta semplice. Ma è proprio qui che risiede una delle differenze più profonde tra forza e leadership.

La forza consente di iniziare una guerra. La strategia dovrebbe indicare come vincerla. La leadership dovrebbe sapere, prima ancora.

Condivido ciò che il mare mi ha insegnato, senza la pretesa di possedere verità assolute. Offro queste riflessioni a chi vorrà navigare con me. Chi sentirà che questa rotta gli appartiene, salga a bordo. Il mare è grande. C’è spazio per tutti quelli che hanno il coraggio di partire.

Paolo Treu

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– LeaderShip: dove racconto la leadership vissuta, sul mare e nelle decisioni https://www.linkedin.com/newsletters/leadership-7430953035700391936/

– Mappe del Potere: dove analizzo le dinamiche geopolitiche che influenzano il nostro tempo https://www.linkedin.com/newsletters/mappe-del-potere-7436115065423974400/

Invito chi fosse interessato agli insegnamenti che mi ha regalato una vita ricca di esperienze e sfide a leggere il mio primo libro “Tu sei un intero oceano in una goccia – Rompi le pareti della tua prigione”. I proventi, al netto di tasse e spese, sono interamente devoluti a Mitocon OdV, organizzazione impegnata nel sostegno ai pazienti affetti da gravi malattie mitocondriali.