“Chair à canon – carne da cannone” è un’espressione che fu resa popolare dal Visconte Francois-René de Chateaubriand, diplomatico, politico e scrittore francese (considerato il padre del Romanticismo d’oltralpe), per criticare le perdite umane nelle Campagne del grande Napoleone.
Con questa definizione si indicano le masse di soldati che vengono impiegati nelle operazioni militari, in prevalenza negli attacchi, senza porsi particolari problemi della loro incolumità. Una brutta responsabilità questa che l’immaginario collettivo della storia attribuisce soprattutto ai Comandanti militari ma che, nella realtà, dovrebbe incombere anche sulla coscienza di Governanti e politici, che permettono ai loro Generali un simile disprezzo per la vita umana.
Con una visione superficiale, si potrebbe pensare che, in un mondo ormai dominato dallo sviluppo tecnologico come il nostro, in cui si parla di missili ipersonici, sciami di droni, Intelligenza Artificiale, umanoidi e altri modernissimi e sofisticati assetti bellici, un concetto del genere sia ormai anacronistico, perché la guerra viene combattuta con joystick e sugli schermi tridimensionali. In realtà, anche se i dati relativi alle perdite sono preda della propaganda più spietata, la guerra russo-ucraina sta dimostrando che “la carne da cannone” é purtroppo ancora attualissima e costituisce tuttora una conditio sine qua non per la vittoria finale. E questo dato di fatto trova ulteriore conferma nell’altra guerra attualmente in corso, dove il vantato strapotere d’attacco israelo-americano, aereo-navale e missilistico, non è riuscito a conseguire quel rapidissimo successo su Teheran, fanfaronato a gran voce da Trump sin dall’inizio delle operazioni. Infatti, nonostante le distruzioni che comunque ha subito, l’Iran è ancora vivo e vegeto, capace di reagire lucidamente ed efficacemente, soprattutto grazie al suo capitale umano.
Quindi, nell’organizzazione della Difesa e Sicurezza di una Nazione, la disponibilità di un’adeguata componente umana, in termini sia qualitativi che quantitativi, costituisce un aspetto fondamentale, perlomeno tanto quanto la dotazione di assetti moderni ed efficaci, anche se vale ancora la regola militare universale, secondo cui personale preparato e motivato può sopperire ad eventuali carenze tecnologiche, mentre non vale assolutamente il contrario. E il “semplice soldato semplice” può costituire proprio la grande vulnerabilità della Difesa europea.
Infatti, mentre l’Unione Europea ha già mobilitato una montagna di miliardi per riarmarsi, attraverso l’acquisizione di nuovi assetti e lo sviluppo di un’industria della Difesa che sta andando a gonfie vele, anche nelle praterie azionistico-finanziarie, persino il Commissario Europeo alla Difesa Andrius Kubilius, pacioso politico lituano che non è di certo un Napoleone, ha ritenuto necessario lanciare l’allarme sulla profonda crisi che stanno attraversando i reclutamenti delle Forze Armate dell’Europa. La preoccupazione di Kubilius si basa su un assioma, attribuito ad una non meglio identificata “intelligence europea”, secondo cui nel 2030 la Russia sarà pronta “a saggiare la reattività della NATO”, ammassando ai confini 100mila soldati. Secondo il politico lituano, in quel momento, la UE dovrà essere “pronta a contrapporre un dispositivo militare perlomeno della stessa entità”. E qui, secondo lui ed lo stesso Parlamento europeo, comincerebbero i problemi, perché secondo un’indagine del 2024 di EUROMIL, che è l’Organizzazione europea delle associazioni e dei sindacati militari, “le Forze Armate europee devono far fronte a gravi problemi di reclutamento e di permanenza del personale“. Il sondaggio ha interessato 11 Associazioni militari di Belgio, Bulgaria, Francia, Germania, Ungheria, Irlanda, Italia, Malta, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna e Svezia, che costituiscono un ottimo campione statistico, sia numerico che qualitativo, perché riguarda Nazioni di tutti i punti cardinali dell’Europa. L’analisi di EUROMIL ha anche individuato le motivazioni prevalenti di questa crisi vocazionale, da identificarsi soprattutto nella concorrenza del settore privato, retribuzioni troppo basse, inidoneità fisica, scarso equilibrio tra vita privata e servizio e in condizioni di lavoro disagiate, suggerendo, quindi, di porre rimedio a tali problematiche con provvedimenti conseguenti. Ma non contento, nel suo allarme Kubilius ha coinvolto anche i Riservisti delle Forze Armate europee, che dovrebbero integrare i bacini di militari professionisti, ma che ne soffrono le stesse problematiche. Peraltro, secondo il modello europeo, si tratta di personale richiamabile solo per brevi periodi all’anno ma, soprattutto, impiegabili in settori specialistici, come cybersecurity, logistica e sanità e non in funzioni di combattimento. Un quadro del genere, che si ricorda essere stato delineato dal Commissario per la Difesa della UE, quindi dalla più alta personalità politica europea di questo delicato settore, risulta essere particolarmente significativo di come l’Unione Europea sembri vivere in un suo mondo, più o meno ideale, ma sicuramente lontano ed incoerente alla realtà, in gran parte drammatica, che la circonda e che ne sta determinando, giorno dopo giorno, un sofferente declino.
Intanto, c’é da chiedersi perché una Nazione come la Russia, tuttora duramente impegnata in una guerra di cui fatica a vederne la fine, che impiega cospicue forze per continuare a svolgere un ruolo di influenza nelle principali regioni del mondo, dal Medio Oriente, all’Africa, all’Artico, all’Indo-Pacifico (aree decisamente più appetibili del Vecchio Continente), che geograficamente è già la più grande Nazione al mondo e quella che dispone di pressoché illimitate disponibilità di tutte le fondamentali risorse energetiche e
minerarie, dovrebbe avere mire espansionistiche su un’Europa che non riuscirebbe mai a controllare e che costituiva uno dei suoi migliori partner commerciali.
E’ pura utopia o la visione di un pazzo. E a Putin si può dire tutto tranne che sia un pazzo.
Ma passando alla citata disamina sullo stato delle forze militari, c’é da chiedersi se l’Unione Europea sia realmente conscia di cosa significhi una guerra, perché analizzando i parametri e le conclusioni a cui si è giunti, a seguito dell’indagine di EUROMIL, viene da pensare che Kubilius & C non si siano neanche presi la briga di guardare cosa sta accadendo da anni sul fronte russo-ucraino, relativamente al personale. Milioni di soldati impiegati e centinaia di migliaia di caduti e feriti. Oppure, sorge il dubbio, probabilmente più fondato, che la classe politica europea non disponga di un sufficiente spessore geo-strategico e, a questo punto, anche morale, per comprendere che la guerra è la cosa più seria che possa riguardare il genere umano e che, pertanto, non se ne può parlare a cuor leggero, come ormai si sta facendo da anni nelle sale dell’Unione e della cancellerie
occidentali.
In questo momento storico in cui l’Europa è circondata da guerre in corso e fortemente possibili, disquisire di crisi vocazionali verso la professione militare, imputabili a stipendi bassi, problematiche familiari e concorrenza del settore privato, significa non comprendere assolutamente che lo scenario bellico che, secondo l’UE, la potrebbe coinvolgere a breve termine (il 2030 è dietro l’angolo), non potrà essere affrontato con le sole forze, per quanto in gran parte professionali, attualmente disponibili, ma necessiterà della disponibilità di qualche milione di soldati, tra quelli da impiegare con immediatezza al fronte ed i rincalzi che sono tanto importanti quanto i primi. E non sono di certo le aliquote di riservisti, come attualmente concepite, a costituire le centinaia di migliaia di rincalzi che servirebbero a ripianare le perdite e per affrontare le probabili escalation.
In tale contesto, il problema sostanziale che dovrebbe porsi l’Europa è ben altro e riguarda direttamente il suo popolo, che sarebbe quello chiamato a fornire i soldati per opporsi alla Russia, prelevandoli da tutte le sue generazioni arruolabili (a partire quindi dalle più giovani), questa volta obbligatoriamente e non per vocazione. E qui sta il nocciolo “atomico” del problema, perché i Cittadini europei, che quanto a buon senso prevalgono sui loro governanti, di andare in guerra non ne hanno la minima intenzione, come
dimostrano i ripetuti sondaggi fatti sull’argomento.
Non tenere nella giusta considerazione questo aspetto, che ha priorità assoluta, significa sottovalutare politicamente il pensiero popolare che, tra l’altro, in un contesto democratico, dovrebbe essere sovrano. Fa sorridere, per non dire altro, la dichiarazione di Macron dello scorso 14 luglio, di fronte alle Forze armate di mezza Europa, “Francia e Europa sono
pronte a difendere la libertà e il diritto al costo del sangue se serve”, perché è in netta antitesi con quel misero 32% di Europei che sarebbe disposto ad imbracciare le armi per difendere la propria patria, con quel più cospicuo 47% che non ne vuole sapere e con il
fisiologico 21% che è indeciso (dati Agenzia Gallup). Tra l’altro, il Gruppo dei Volenterosi, che continua a dare addosso a Mosca, dovrebbe tenere anche conto che i dati peggiori sel sondaggio, che abbassano la media continentale, arrivano proprio dall’Europa
Occidentale, con l’Italia che, con il suo 14% di “guerrieri”, è il fanalino di coda più eclatante. Un simile scenario dovrebbe consigliare il livello decisionale politico, che sembra ormai composto da “aspiranti Churchill”, a procedere con molta cautela con gli slanci bellicisti, che ultimamente predilige, perché andare in guerra senza “carne da cannone”, ancora oggi non è assolutamente salutare.

Generale di C.A. Marcello Bellacicco
Autore del Libro “Noi ci abbiamo creduto” – Diario di 6 mesi di missione in Afghanistan
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Esperto di Politica Internazionale di cui parla sul suo Canale Youtube “Free
Mind” – Disponibile su https://youtube.com/@freemindita?si=3NIJrMVgCbS5tAd1
