La “Munchner SicherheitsKonferenz – Conferenza sulla Sicurezza di Monaco” è uno dei più importanti appuntamenti internazionali del settore, normalmente frequentato dalle massime personalità politiche mondiali, compresi Capi di Governo e Ministri per cui, molto spesso, le dichiarazioni fatte in tale consesso segnano profondamente le sorti del panorama mondiale.
Alla sua 43^ Edizione, tenutasi nel 2007, partecipò anche Vladimir Putin, al suo settimo anno alla guida della Russia e già la sola sua presenza fu un evento, in quanto primo leader moscovita ad aver accettato l’invito del “guru” della Conferenza Herr Horst Teltschik. Tuttavia, il sorriso sul volto del tedesco, soddisfatto per questo colpo messo a segno dalla sua organizzazione, si spense man mano che Putin, rigorosamente sempre “a braccio”, esprimeva il suo pensiero sul tema principale della Konferenz “Pace attraverso il dialogo – crisi globale – responsabilità globali”. I punti fondamentali del suo discorso furono l’ordine mondiale unipolare, l’allargamento della NATO ad est, il disarmo e il programma nucleare iraniano precorrendo, in tal modo, di quasi vent’anni, gran parte dei problemi che attualmente affliggono il mondo.
Con estrema lucidità e con il suo solito metodo, di fronte ad Angela Merkel (Cancelliera della Germania), Robert Gates (Segretario della Difesa USA), Jaap de Hoop Sheffer (Segretario della NATO), Javier Solana (Rappresentante della politica estera e sicurezza della UE) e a 600 rappresentanti di 40 Nazioni, l’ex “uomo del KGB” lanciò il suo messaggio all’Occidente affermando, a premessa di tutto, che non avrebbe accettato che la Russia si dovesse subordinare all’egemonia americana nel mondo. Putin aveva raccolto il testimone presidenziale da Boris Eltsin nel 2000, ritrovandosi con una Nazione pressoché a pezzi e al limite dell’umiliazione, ma a distanza di 7 anni, Mosca aveva ormai superato il momento critico e, quel 10 febbraio 2007, per bocca del suo leader, stava reclamando senza mezzi termini il suo antico ruolo di una delle uniche due superpotenze nucleari. La Russia avvisava l’Occidente e in particolare gli USA che era di nuovo pronta a difendere i propri interessi nazionali nel mondo e a giocare un ruolo da protagonista nell’evoluzione dell’ordine globale. Si poteva considerare un discorso inaccettabile? Probabilmente si in valore assoluto, ma di certo no se contestualizzato nei dettami reali e realistici della politica internazionale, in cui anche Nazioni minori, come Francia e Gran Bretagna, pretendono da sempre la loro parte nell’evoluzione del mondo, nonostante siano ormai in tendenza crepuscolare.
Eppure, nonostante un discorso del genere arrivasse dal rappresentante della più grande Nazione al mondo, in possesso di risorse energetiche e minerarie pressoché infinite e dotata di circa 6mila testate nucleari, le aspettative di Putin furono considerate in maniera strumentale da una parte dell’Occidente, che le definì come l’anticamera di una nuova Guerra Fredda, incurante del fatto che Mosca era, tutto sommato, un leale Partner for Peace della NATO già da 5 anni (e lo rimase sino al 2012).
In realtà, se si esamina passo per passo la dichiarazione del Leader russo, si può anche pensare che lo shock occidentale derivasse dal fatto che avesse toccato alcuni tra i più sensibili nervi scoperti del modus operandi dell’ovest, nel gestire le dinamiche internazionali. Putin parlò di “dominio monopolistico degli Stati Uniti nelle relazioni globali …e il loro uso eccessivo e quasi incontrollato della forza nelle relazioni internazionali”. Difficile dargli torto, se si considera che gli USA hanno diviso il mondo in 7 settori, ognuno di essi affidato ad uno specifico Comando dotato di forze assegnate, che dispongono di più di 640 basi militari e di circa 220mila soldati sparsi per il globo e che, negli ultimi 20 anni, hanno attaccato con bombardamenti almeno una decina di Nazioni (più quelle soggette ad attacchi occasionali). Il Russo integrò questi concetti avvertendo che in tale contesto “nessuno si sente sicuro! Perché nessuno può sentire che il Diritto Internazionale è come un muro di pietra che lo proteggerà. Naturalmente una tale politica stimola una corsa agli armamenti”.
Dopodiché si rivolse all’Alleanza Atlantica, citando quanto affermato, qualche anno prima (1990), dal pro tempore Segretario Generale della NATO Manfred Worner che disse “il fatto che siamo pronti a non posizionare un esercito della NATO al di fuori del territorio tedesco dà all’Unione Sovietica una solida garanzia di sicurezza”, sostenendo quindi la tesi di “non allargamento dell’Alleanza ad est”, peraltro condivisa da un mostro sacro della politica americana come Henry Kissinger che, in merito all’ingresso dell’Ucraina, affermò “spingerla a far parte della NATO equivarrebbe ad affossare per decenni ogni prospettiva di integrare la Russia e l’Occidente”. Inoltre, un più giovane (e forse più saggio?!) Joe Biden nel 1997 affermava anche che “ammettere i Paesi del Baltico nella NATO avrebbe portato il rischio concreto di una reazione militare della Russia”.
Invece, nel 2007 la NATO aveva già ingoiato Polonia, Repubblica Ceka, Slovacchia (1999), Lituania, Lettonia, Estonia, Romania e Bulgaria (2004) e stava attendendo la richiesta dell’Ucraina, portando così Putin ad affermare di non poter più confidare sulle garanzie che aveva ricevuto. E non reggeva neanche la tesi che fosse una necessità per l’evoluzione dell’Alleanza Atlantica, dando in tal modo ragione al Leader di Mosca che sottolineava “Penso che sia ovvio che l’espansione della NATO non ha alcuna relazione con la modernizzazione dell’Alleanza stessa o con la garanzia della sicurezza in Europa. Al contrario, rappresenta una grave provocazione che riduce il livello di fiducia reciproca. E abbiamo il diritto di chiederci: contro chi è destinata questa espansione?”.
E il carico da 90 ce lo mise anche il Ministro della Difesa italiano Arturo Parisi, che nel suo intervento ebbe la bella idea di affermare “l‘ONU, l’UE e la NATO sono le organizzazioni internazionali che possono legittimare l’uso della forza”, a cui ribatté secco Putin “Noi crediamo che solo l’ONU possa farlo”, difendendo ne più ne meno quanto previsto dal Diritto Internazionale. Ma d’altra parte, con i 78 giorni di bombardamenti della Serbia, nell’”affaire Kosovo” nel 1999, senza alcuna approvazione delle Nazioni Unite, l’Alleanza aveva già applicato questo teorema distorto, con cui si arrogava il diritto di decidere unilateralmente l’impiego della armi, per imporre la propria visione nella regione balcanica.
Le reazioni a questo discorso di Putin furono controverse, anche all’interno della stessa NATO. L’americano Gates rispose il giorno dopo con il suo intervento ufficiale, cercando di flemmatizzare i toni, ma ricordando al Russo che la vittoria della Guerra Fredda non era stata soltanto militare, ma soprattutto ideologica, con i regimi libertari che avevano prevalso sulla dittatura comunista. Tuttavia, nelle sue memorie scrisse poi che, in realtà, riferì al suo Presidente George Bush che l’Occidente stava sottovalutando l’approccio russo, gestendo, soprattutto da parte USA, in maniera poco oculata i rapporti con le Nazioni ex sovietiche, senza considerare che l’eccessiva apertura verso di loro costituiva ovviamente una vera e propria provocazione per Mosca, controproducente per una buona evoluzione delle relazioni tra USA e Federazione Russa. Lo aveva inoltre sconsigliato di procedere con la disponibilità verso Ucraina e Georgia per un loro ingresso nella NATO, perchè riteneva che tale proposito costituisse una “sconsiderata ignoranza nei confronti di ciò che i Russi consideravano un loro interesse vitale”.
Con il senno del poi, questo discorso di Putin a Monaco del 2007 ha progressivamente assunto sempre maggiore valore ed è stato ripetutamente esaminato dai maggiori esperti di geostrategia e di politica internazionale che, a seconda delle interpretazioni, ne esaltarono passaggi diversi tra loro. Tuttavia, sovrapponendo le varie valutazioni, emergono alcuni aspetti che mettono d’accordo tutti. Putin espresse tutta la sua delusione per la sottovalutazione della Russia come protagonista mondiale e nessuno capì, o volle farlo, che Mosca stava dicendo al mondo di essere tornata e di voler giocare nuovamente un ruolo di potenza globale. Per quanto stesse rivendicando con forza il proprio prestigio internazionale, il Leader russo espresse tanto chiaramente quanto inutilmente, per la sordità occidentale, la disponibilità al dialogo per individuare soluzioni che potessero definire un nuovo equilibrio. Ma l’errore degli Stati Uniti, secondo gran parte degli analisti, sarebbe sempre quello di ritenere di poter continuare a manovrare sopra o intorno alla Russia, senza pagarne le conseguenze.
Tutti concetti che sembrano attagliarsi perfettamente anche alla situazione attuale o, quanto meno, alle condizioni che hanno determinato il conflitto tra Russia ed Ucraina.
E pensare che già Jonh F. Kennedy affermò “Prima capisci gli interessi dell’avversario. Qualcuno crede davvero che la Russia cederà senza reciprocità?”. E il 35° Presidente degli Stati Uniti d’America, in occasione della crisi dei missili di Cuba, non si era di certo mostrato tenero con Mosca.
Immagine grafica di copertina realizzata con l’AI.

Generale Marcello Bellacicco
Autore del Libro “Noi ci abbiamo creduto” – Diario di 6 mesi di missione in Afghanistan
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