Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

La realtà non si vota: negare il cambiamento climatico è una fuga dalla verità.

C’è qualcosa di assolutamente irrazionale nel continuare a discutere se “il cambiamento climatico esista oppure no”, mentre il clima intorno a noi non perde tempo e cambia Sempre più repentinamente sotto i nostri occhi.

George Clooney, giusto a Venezia per ritirare il Leone d’oro alla carriera in occasione della Mostra internazionale del cinema di Venezia, ha avuto il merito di dirlo senza troppi giri di parole: continuare a negare il cambiamento climatico significa, in qualche modo, negare l’evidenza.

E forse è proprio questa la questione sulla quale dovremmo riflettere.

Perché possiamo discutere sulle cause, sulle responsabilità, sulle politiche energetiche, sui costi della transizione ecologica. Possiamo perfino criticare alcune scelte fatte in nome dell’ambiente. È legittimo. Anzi, è necessario.

Ma una cosa è discutere su come affrontare un problema. Un’altra è sostenere che quel problema non esista.

È come discutere con il termometro perché non ci piace la temperatura che segna.

Le temperature aumentano. Le ondate di calore diventano più frequenti e intense. I ghiacciai arretrano. Gli ecosistemi sono sottoposti a pressioni sempre maggiori. Gli eventi estremi provocano danni economici e sociali enormi.

Possiamo discutere quanto ciascun fenomeno sia riconducibile al cambiamento climatico. Possiamo discutere sui modelli, sulle previsioni e sulle strategie. Ma continuare a raccontare che tutto questo sia semplicemente una fantasia significa trasformare un problema scientifico in una guerra ideologica.

Ed è qui che il negazionismo climatico diventa persino paradossale.

Perché ammettiamo, per assurdo, che chi minimizza abbia ragione. Che il cambiamento climatico sia meno grave di quanto sostengono gli scienziati.

Cosa avremmo comunque da perdere nel costruire città meno inquinate? Nel respirare aria più pulita? Nel consumare meno energia? Nel rendere le nostre industrie più efficienti? Nel sviluppare tecnologie capaci di creare nuovi mercati e nuovi posti di lavoro?

Nulla.

Al contrario, potremmo ritrovarci con un ambiente migliore e un’economia più moderna.

Il vero rischio, allora, non è soltanto quello di sbagliare una previsione climatica.

Il rischio è molto più semplice e molto più concreto: arrivare impreparati davanti a una trasformazione che è già cominciata.

La storia insegna che le società non vengono penalizzate perché cambiano troppo presto. Molto più spesso vengono penalizzate perché cambiano troppo tardi.

E il clima non aspetta i tempi della politica.

Non aspetta le elezioni. Non aspetta i governi. Non aspetta che destra e sinistra trovino un accordo. Non aspetta nemmeno che noi decidiamo se crederci.

La realtà non ha bisogno del nostro consenso.

Possiamo ignorarla, possiamo minimizzarla, possiamo combatterla a colpi di slogan. Ma continuerà comunque a presentarsi davanti alla nostra porta.

Per questo la vera domanda non dovrebbe essere: «Credi nel cambiamento climatico?»

Dovremmo chiederci piuttosto:

«Che cosa faremo quando sarà impossibile continuare a fingere di non vederlo?»

Perché il clima non è una religione nella quale credere.

È la realtà!