In occasione della celebrazione dell’83° anniversario della Difesa di Roma, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella accompagnato dal Ministro della Difesa Guido Crosetto, ha deposto una corona d’alloro ai caduti militari e civili della Difesa di Roma presso Porta San Paolo, presso il Parco della Resistenza e al Monumento alla Memoria.
L’8 settembre del 1943 fu un momento drammatico per la storia patria: la fuga del Re, l’armistizio firmato a Cassibile il 3 settembre vengono annunciate agli italiani e di improvviso mancano disposizioni chiare, cresce lo smarrimento, la catena di comando si scioglie, lasciando uomini in divisa a porsi un’unica sola domanda: cosa fare? Nel frattempo i tedeschi avanzano combattendo in vari punti della capitalee alla difesa di Roma intervengonoi granatieri di Sardegna, i Lancieri di Montebello, i Reparti della Divisione Sassari, i Carabinieri e uomini di altre Unità, ma anche numerosi cittadini che oggi vengono solennemente commemorati.
Di seguito l’intervento del Ministro della Difesa Guido Crosetto.
“Rivolgo un saluto al Sindaco di Roma, il professor Roberto Gualtieri, all’Assessore alla giunta regionale del Lazio, alla dottoressa Luigia Regimenti, al Capo di Stato Maggiore della Difesa, il Generale Luciano Portolano, al Prefetto di Roma, il dott. Lamberto Giannini, al Capo di Stato Maggiore della Marina, l’Ammiraglio Giuseppe Berulti Bergotto, al Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, il Generale di C.A. Salvatore Luongo, al Direttore degli Armamenti, Ammiraglio Giacinto Ottaviani, al Segretario Generale della Difesa, Consigliere Fabio Mattei, ai delegati e a rappresentanti delle Forze dell’Ordine, a tutti i gonfaloni che sono presenti, al gonfalone della città di Roma, decorato di medaglia d’oro al valore militare, ai gonfaloni della Regione Lazio, della Città Metropolitana e a tutte le Associazioni Combattentistiche e D’arma.
Un ringraziamento particolare dal Generale Enrico Pino, Presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti delle Forze Armate Regolari della Guerra di Liberazione, attraverso lui a tutte le associazioni combattentistiche e d’arma che sanno bene quanto sia importante questa cerimonia. Vorrei soffermarmi per iniziare sul significato della presenza questa mattina del Presidente della Repubblica. La sua presenza in questo luogo in cui 83 anni fa militari e cittadini combatterono insieme per difendere Roma, ha un valore che va anche al di là del significato della cerimonia.
È il segno della Repubblica che si raccoglie davanti alla memoria dei suoi caduti. È il segno di una memoria che non appartiene a una parte del paese, ma a tutta la comunità nazionale. Una memoria che deve unirci, mai dividerci.
8 settembre 43 è una delle date più drammatiche della nostra storia. È il giorno dell’armistizio, quando improvvisamente vengono a meno ordini, certezze, punti di riferimento. Ma fu anche il giorno nel quale migliaia di italiani si trovarono davanti a una domanda semplice e terribile:
Cosa facciamo adesso?
A Roma tra l’8 e il 10 settembre le forze tedesche tentarono di assumere il controllo della capitale. I nostri militari si opposero. I granatieri in Sardegna, i lancieri di Montebello, i reparti della Sassari, i carabinieri e altri uomini delle forze armate combatterono lungo le strade di Roma, fino a Porta San Paolo.
Ma qui accadde qualcosa che ancora oggi ci parla. Accanto ai militari arrivarono i cittadini. Vennero dalla Montagnola, dall’Ostiense, dagli altri quartieri della città.
Operai, studenti, insegnanti, commercianti, casalinghe, uomini e donne che fino a poche ore prima conducevano una vita normale e che decisero di non voltarsi dall’altra parte. Alcuni presero le armi, altri portavano acqua, soccorso ai feriti, procuravano cibo, offrirono riparo. Militari e civili si trovarono fianco a fianco.
Non erano tutti uguali, non avevano necessariamente le stesse idee o la stessa storia. Non seppero riconoscere subito qualcosa per cui unirsi, la libertà, la dignità, la difesa della propria città e del proprio paese. Quella è la lezione più forte di Porta San Paolo.
Tra coloro che combatterono vi fu Raffaele Persichetti, tenente di complemento dei granatieri in Sardegna, invalido di guerra, che all’annuncio dell’armistizio raggiunse volontariamente i suoi soldati sulla linea di combattimento. Qui morì e fu insignito della medaglia d’oro al valore militare. La sua è una delle tante storie di questi giorni, storie diverse, ripeto, accumulate dal coraggio di saper scegliere quando tutto sembra crollare.
Ritroviamo questo coraggio anche a Cefalonia, a Corfù, dove gli uomini della divisione Acqui decisero di resistere alle forze tedesche. Lo ritroviamo negli oltre 650.000 internati militari italiani, che dopo essere stati catturati rifiutarono in larghissima parte di collaborare con la Germania nazista e con la Repubblica sociale italiana, pagando quel rifiuto con la prigionia, la fame, il lavoro coatto e per migliaia di loro con la vita. Una resistenza con le armi e una resistenza senza armi, ma prima ancora una scelta di coscienza.
E ci fu Roma, la Roma dei nove mesi di occupazione, delle deportazioni, delle violenze, ma anche della solidarietà di tanti cittadini che nascosero i perseguitati, curarono i feriti, procurarono documenti, cibo, rifugi, rischiando la vita. Fino alla liberazione di una capitale, il 4 giugno del 1944 e da qui, da quell’Italia, da quelle scelte, da quei sacrifici, da questa Italia, da queste persone nasce la Repubblica nella quale viviamo.
Ed è proprio per questo che la resistenza deve essere ricordata nel modo in cui ci ricordava il generale Pino prima: per quello che rappresenta nella sua totalità una parte fondamentale della storia della nostra libertà, della nostra Repubblica, della nostra essenza. Non deve diventare, non può essere mai un motivo di divisione. Può e deve essere un patrimonio comune, perché la libertà non è di una parte.
La libertà appartiene a tutti. È giusto ricordare, è giusto discutere, è giusto trasmettere alle nuove generazioni la coscienza di ciò che è accaduto. Nel modo più alto di celebrare quegli eventi e fare in modo che la memoria ci avvicini, anziché allontanarci nei momenti di difficoltà.
Questo è lo spirito che vedo a Porta San Paolo, cittadini e militari che davanti al pericolo che riguarda tutti, mettono da parte ciò che li divide e si uniscono per il paese, per la patria, per la libertà. È uno spirito di cui oggi più che mai abbiamo tutti bisogno.
Perché viviamo in un mondo profondamente diverso da quello del 1943, ma non necessariamente più sicuro. Venti minacciosi spirano nuovamente in molte parti del mondo. Le guerre sono tornate nel cuore dell’Europa, crescono le tensioni internazionali, le minacce sono sempre più complesse attraverso dimensioni diverse, quella militare, quella cibernetica, quella spaziale, quella energetica, quella della disinformazione, quella tecnologica, quella che viene chiamata ibrida.
Di fronte a tutto questo la sicurezza non può essere soltanto responsabilità delle forze armate. La sicurezza e la libertà di un paese dipendono anche dalla sua capacità di rimanere unito, di resistere, di reagire insieme. Riguarda le istituzioni, le forze armate, le imprese, il mondo della ricerca, e prima di tutto i cittadini.
Le tecnologie cambiano, cambiano le armi, cambiano i modi di combattere, ma ciò che non cambia è ciò che deve rendere forte una comunità. Sono la fiducia, la solidarietà, il senso di appartenenza, la capacità di aiutarsi nei momenti difficili. È questo che dobbiamo imparare nella nostra storia e trasmettere ai nostri figli. La pace, la libertà e la democrazia non sono garantite per sempre.
La libertà si custodisce, si difende. Abbiamo appena reso omaggio con la deposizione della Corona del Monumento ai Caduti di tutte le guerre, a quelli che hanno perso la vita servendo il nostro Paese. L’abbiamo fatto insieme col Presidente della Repubblica, con le istituzioni, con le forze armate, con i cittadini.
E questo è il significato più profondo di questa giornata: ricordare insieme ciò che dobbiamo difendere, non quello che hanno difeso loro, quello che dobbiamo difendere noi. Perché davanti al sacrificio compiuto dagli altri, le nostre divisioni diventano più piccole. Rimane il coraggio, rimane il senso del dovere, della solidarietà, rimane l’umanità.
E allora, 83 anni dopo, il modo migliore per onorare chi cadde qui non è solo ricordarlo, è dimostrare di aver compreso la lezione. Possiamo avere idee diverse, storie diverse, dividerci su molte questioni, è la democrazia.
Ma quando sono in gioco la libertà, la sicurezza, il futuro del nostro Paese, dobbiamo ricordarci che ciò che ci unisce è più importante di quello che ci divide. È questo lo spirito che dobbiamo ritrovare in cerimonie di questo tipo, perché un paese diviso è fragile, un paese coeso è molto più forte.
È un paese capace di unirsi per difendere la propria libertà. È un paese più umano. Questa è l’eredità che ci consegnano i nostri caduti.
Questa è la responsabilità che abbiamo nei confronti delle generazioni che verranno. La libertà che abbiamo ricevuto non è un’eredità da contemplare è una responsabilità da custodire, da difendere tutti insieme.
