Non sono più soltanto “giornate calde”: il problema è la durata e l’intensità delle anomalie.
«Ma le estati calde ci sono sempre state». È una frase che si sente ripetere ogni volta che si parla di cambiamento climatico. Ed è vero: anche in passato il nostro Paese ha conosciuto giornate torride, periodi afosi e ondate di calore eccezionali.
Ma è proprio qui che si trova il punto centrale della questione climatica: non si tratta di negare che il caldo sia sempre esistito, ma di osservare come stanno cambiando frequenza, durata e intensità degli eventi estremi.
Quello che oggi appare sempre più evidente è la persistenza di condizioni anomale per periodi molto più lunghi rispetto a quelli ai quali eravamo abituati. Temperature elevate che si protraggono, mari molto più caldi della media, notti tropicali, siccità, incendi e improvvisi episodi di precipitazioni intense stanno diventando elementi con cui territori e popolazioni devono sempre più spesso confrontarsi.
La differenza, dunque, non è tra un’estate calda e un’estate fredda. È tra il clima nel quale siamo cresciuti e un sistema climatico che sta progressivamente modificando le proprie caratteristiche.
Il monito delle Nazioni Unite
A livello internazionale, gli avvertimenti della comunità scientifica e delle Organizzazioni meteorologiche si fanno sempre più insistenti. Il riscaldamento globale sta aumentando la probabilità di raggiungere temperature record e sta modificando le condizioni nelle quali si sviluppano molti fenomeni meteorologici estremi.
Anche fenomeni naturali come El Niño devono essere interpretati all’interno di un sistema climatico che oggi è già più caldo rispetto al passato.
El Niño è una naturale oscillazione del sistema climatico dell’Oceano Pacifico e può produrre conseguenze meteorologiche in numerose parti del mondo. Il riscaldamento globale, tuttavia, costituisce il contesto di fondo nel quale questi fenomeni si verificano.
È importante, però, evitare semplificazioni: non significa che ogni singolo evento estremo sia causato direttamente dal cambiamento climatico o da El Niño. La scienza distingue tra attribuzione del singolo evento e aumento statistico del rischio. Il riscaldamento globale può infatti rendere alcuni eventi estremi più probabili o più intensi senza permettere di stabilire automaticamente un rapporto causale per ogni episodio verificatosi in una determinata località.
Il Mediterraneo osservato speciale
Uno degli aspetti che riguardano più da vicino l’Italia è il comportamento del Mediterraneo.
Un mare più caldo può contribuire a una maggiore evaporazione e a una maggiore disponibilità di vapore acqueo nell’atmosfera.
È uno dei paradossi del nuovo clima: più caldo non significa necessariamente soltanto più siccità.
Un’atmosfera più calda può contenere più vapore acqueo e, quando si verificano le condizioni favorevoli, questo può tradursi in precipitazioni molto intense concentrate in intervalli di tempo relativamente brevi.
Allo stesso tempo, temperature elevate e periodi prolungati senza precipitazioni possono aggravare la siccità, aumentare lo stress idrico e favorire condizioni più favorevoli agli incendi.
Il risultato è un territorio sottoposto a pressioni contrapposte: da una parte lunghi periodi caldi e secchi, dall’altra episodi di precipitazioni estremamente intense.
Il vero problema è la soglia di 1,5 °C
Nel dibattito pubblico si tende spesso a considerare la soglia di 1,5 °C come una sorta di confine assoluto: sotto questa temperatura ci sarebbe ancora la possibilità di evitare la crisi climatica, oltre quel limite sarebbe invece tutto perduto.
La realtà scientifica, ovviamente, è più complessa.
1,5 °C non è un interruttore. Superare temporaneamente o anche stabilmente questa soglia non significa che da quel momento ogni intervento sia inutile.
Limitare il riscaldamento a un livello più basso possibile significa quindi ridurre l’esposizione a eventi estremi, perdita di ecosistemi, stress idrico, innalzamento del livello del mare e altri impatti climatici.
È proprio questo uno dei messaggi più importanti emersi dal dibattito climatico degli ultimi anni: non esiste un punto oltre il quale smettere di agire.
“Ogni frazione di grado conta”
È questo il punto sul quale convergono la riflessione di Greta Thunberg e le conclusioni della climatologia contemporanea: il fatto che una soglia venga superata non rende inutile cercare di limitare ulteriormente il riscaldamento.
Ogni frazione di grado evitata rappresenta una riduzione del rischio. Ogni catastrofe che può essere evitata conta. Ogni ecosistema che può essere preservato conta. Ogni persona che può essere protetta conta.
Non è necessario scegliere tra ottimismo e catastrofismo. Serve, piuttosto, prendere atto della realtà.
Il clima sta cambiando. Le conseguenze sono già visibili. La sfida dei prossimi anni sarà contemporaneamente quella di ridurre le cause del riscaldamento e prepararci alle conseguenze che ormai non possiamo più evitare.
Il tempo per le semplificazioni è finito. Serve capire che cosa possiamo ancora evitare e agire di conseguenza.
Perché, come ricorda il messaggio più duro lanciato da Thunberg, non esiste un altro pianeta sul quale trasferire le conseguenze delle nostre decisioni.
Il nuovo “lockdown climatico”
Per milioni di persone, il cambiamento climatico non è più soltanto una questione di statistiche o grafici. È diventato un problema quotidiano.
Durante le giornate più calde, uscire nelle ore centrali può diventare difficile o rischioso. Le finestre rimangono chiuse, le serrande abbassate, i ventilatori funzionano per ore e chi dispone dell’aria condizionata tende a utilizzarla molto più a lungo.
È stato definito, non senza provocazione, un “lockdown climatico”, quello che abbiamo vissuto quest’estate: non perché esista un ordine di restare in casa, ma perché le condizioni ambientali possono arrivare a limitare spontaneamente la libertà di movimento e le normali attività quotidiane.
Il caldo estremo, inoltre, rappresenta un problema sanitario soprattutto per anziani, bambini, persone fragili e lavoratori esposti alle alte temperature.
Ed è proprio qui che l’adattamento diventa inevitabile: città più verdi, maggiore disponibilità di acqua, sistemi di allerta, edifici più efficienti, protezione delle persone vulnerabili e organizzazione dei servizi sanitari saranno sempre più necessari.
E i governi?
La domanda diventa inevitabile: mentre i cittadini cercano di adattarsi, cosa stanno facendo i governi?
La risposta non può essere ridotta né a un’accusa generalizzata di inerzia né all’idea che nulla sia stato fatto. Negli ultimi anni sono state adottate politiche climatiche, investimenti nelle energie rinnovabili, norme sulle emissioni e programmi di adattamento?
Il cambiamento climatico viene ancora talvolta presentato come una questione ideologica, come se riconoscere l’aumento delle temperature globali significasse aderire a una determinata posizione politica.
Ma la discussione scientifica non può essere sostituita dallo scontro ideologico.
Si può discutere sulle soluzioni. Si può discutere sui costi della transizione energetica, sulla velocità con cui realizzarla, sulla distribuzione degli oneri tra cittadini, imprese e Stati.
Si può discutere praticamente di tutto. Ma non possiamo risolvere un problema negando che esista.
