Se non fosse per l’ennesimo contributo finanziario al Governo di Kiev, sancito qualche giorno fa dall’Unione Europea, nel Vertice di Cipro, dell’Ucraina e della sua guerra con la
Russia, nell’ultimo periodo non ci sarebbe alcuna traccia.
Si è udito quindi solo il tintinnio di altri 90 miliardi di Euro in prestito che, chissà se e
quando, l’Europa rivedrà e che vanno a sommarsi ai 193 già concessi dal dicembre 2022,
di cui circa 70 in aiuti militari. Più di 280 miliardi di Euro che questa classe politica ha
deciso di sottrarre al benessere e allo sviluppo delle attuali generazioni di Europei, ma,
soprattutto, al futuro delle prossime, nella ferrea convinzione che l’Ucraina, con la sua
resistenza, sia il salvagente del Vecchio Continente dalla minaccia russa. Un approccio
che Governi e UE hanno adottato, senza se e senza ma, integrandolo con ben 20
pacchetti di sanzioni, incuranti delle pesanti conseguenze economico-energetiche a danno
dei Cittadini, incuranti dei sondaggi sempre più sfavorevoli verso questo impegno,
incuranti dei ripetuti scandali di corruzione, relativi all’establishment politico-militare di
Zelensky. Una sorta di scommessa sulla vittoria dell’Ucraina, sulla pelle della gente e del
suo futuro.
Ma del conflitto, del suo andamento e dei suoi possibili sviluppi, neanche una parola, al
punto che risulta difficile fare un aggiornamento di situazione, perché Kiev è uscita dai
radar, ad eccezione del battere cassa di Zelensky. La guerra è ormai al suo quarto anno e
sembra trascinarsi in un limbo di stallo generalizzato, sia a livello tattico sul terreno, che
strategico sul piano dei negoziati per cercare di perseguire una sua fine. Nessuno dei due
contendenti sembra essere in grado, per forza e capacità, di prevalere decisamente
sull’altro.
I Russi sembra stiano riuscendo a mantenere l’iniziativa nel Teatro del Dombass, ma i loro
progressi, si dice pagati ad un prezzo di sangue elevato, sono esigui e, di certo, non
proporzionati alle aspettative generali. Ma d’altra parte, in questo momento, l’attenzione di
Putin gravita verso gli orizzonti medio-orientali, dove si sta giocando una partita con carte
che appartengono a più tavoli. Di concerto con la Cina, la Russia sta sostenendo anche
militarmente il suo alleato iraniano, ma è anche consapevole che gli sviluppi e gli esiti di
questa gravissima crisi possono influenzare il suo mercato energetico, con il “ritorno a
Canossa” di vecchi buoni clienti europei. Alcuni, come la Spagna e non solo. lo stanno già
facendo, incrementando, di giorno in giorno, i propri rifornimenti di gas di Mosca, mentre
altri, come l’Italia, sono ancora preda di sciocche questioni di principio, a spese peraltro
del popolo, ma saranno probabilmente costrette, dalla crisi economica, a tornare sui loro
passi. E tutto questo potrebbe influenzare gli equilibri delle trattative con Kiev, perché
potrebbe intaccare l’intransigenza europea, inducendo a più miti consigli diplomatici la UE.
Zelensky ha probabilmente intuito questo rischio, tanto è vero che, nel suo delirante
convincimento di poter dare ordini all’Europa, ha lanciato il monito di non comprare
energia da Mosca, perché questo, unito all’approccio trumpiano ai negoziati, palesemente
filo-Putin e USA centrico, potrebbe costituire la pietra tombale sulle velleità ucraine.
E’ ormai chiaro infatti che il Tycoon ha in testa un accordo che svincoli decisamente
Washington dal suo impegno militare in Europa, mantenga comunque il sostanziale
controllo americano sulla ricostruzione ucraina, tutelando i capitali USA e, infine, riapra i
flussi energetici russi verso i mercati europei, ma sotto l’intermediazione americana.
Comunque, la via per realizzazione di questo sogno di Trump, presenta almeno tre duri
ostacoli da superare, che vale la pena ricordare.
Il primo riguarda la disputa territoriale. La Russia pretende di prendersi i quattro oblast
(Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia, Kherson) più la Crimea, indipendentemente dal suo
controllo militare reale, mentre l’Ucraina non può e non vuole mettere in conto cessioni
territoriali, senza un cambio costituzionale e senza perdere la legittimità interna. Si tratta di
un problema di sicuro non risolvibile nei tempi rapidi che vorrebbe la Casa Bianca, ma
che, con i ben più pacati ritmi diplomatici, potrebbe trovare un punto di incontro, magari
con l’accettazione russa di un’Ucraina membro della UE.
Il secondo gap riguarda le garanzie di sicurezza che Kiev giustamente pretende, non
fidandosi tanto di Mosca quanto di se stessa. L’Ucraina continua a coltivare l’illusione di
una sua adesione alla NATO e fatica ancora ad accettarne le concreta irrealizzabilità, visto
che questa possibilità ha costituito il principale casus belli, per l’attacco russo.
Attualmente, sul tavolo, c’è l’ipotesi di una presenza militare europea sul territorio ucraino,
che eviterebbe la neutralità del Paese, auspicata da Putin. Ma non va sottaciuto che
questa idea non soddisfa nessuno dei contendenti, perché la Russia non vuole truppe
occidentali vicine ai propri confini e Kiev non la ritiene sufficiente a tutelare la propria
stabilità strategica.
Infine il nodo delle sanzioni. Mosca pretende l’annullamento di tutti i provvedimenti
sanzionatori adottati nei suoi confronti, sia dalla UE che dagli USA, che si trovano su
posizioni di forza diverse. Infatti, se l’Unione Europea rimuovesse le proprie, perderebbe
l’unico strumento di pressione che ha sulla Russia, ammesso e non concesso che lo siano
realmente, Per gli Stati Uniti è molto diverso, perchè potrebbero permettersi di annullare le
proprie sanzioni, in cambio di quelle concessioni nel settore energetico, che andrebbero a
soddisfare una buona parte degli appetiti di Trump. Ricreare un canale energetico russo
verso l’Europa, ma sotto influenza americana, è un’ipotesi commerciale potenzialmente
più redditizia per Washington, piuttosto di un intransigente embargo totale. In questo
modo, il Tycoon potrebbe vendere il gas di Mosca agli Europei, integrandolo con LNG
americano. Una soluzione che accontenterebbe tutti ma, tanto per cambiare, sarebbe a
spese delle tasche del Vecchio Continente.
Possiamo concludere con una sintesi dello status quo. La guerra ha radicalmente
trasformato l’Ucraina, rendendola uno Stato caratterizzato da un tessuto sociale
fortemente militarizzato, un’economia sostanzialmente orientata allo sforzo bellico e una
diaspora di rifugiati e sfollati che, con il loro rientro, metteranno a dura prova la tenuta
economica del Paese il giorno in cui finiranno le ostilità. L’aspetto positivo è quello che, a
parte il Dombass, la Nazione si è compattata in termini identitari, per cui non dovrebbe
accusare particolari sconvolgimenti politici al ritorno della normalità.
Nonostante i proclami di Putin, la Russia non può di certo essere soddisfatta dell’attuale
situazione. Tatticamente, pur se ha profuso sforzi notevoli e sanguinosi, non ha conseguito
il cosiddetto sfondamento totale delle linee difensive ucraine, unico presupposto per poter
realisticamente “cantare vittoria”. Lo stesso Dombass non è stato del tutto conquistato
militarmente, per cui Mosca dovrà ricorrere ai negoziati per ottenerne il completo controllo.
Strategicamente, i risultati sono ancora peggiori. Gli obiettivi minimi non sono stati ottenuti,
perché il regime di Zelensky è ancora in piedi, l’Ucraina si é ancor di più avvicinata
all’Occidente e la NATO si è ulteriormente espansa, con l’ingresso dei paesi Nordici
(Finlandia e Svezia). Peggio di così non poteva andare. Unica consolazione per Putin
potrebbe essere il suo avvicinamento a Trump, ma anche questo è ancora tutto da
verificare. Eppure, nonostante tutto, la guerra molto probabilmente continuerà, perché la
Russia è in grado di sostenerla e l’Ucraina è fresca fresca di una nuova iniezione di 90
miliardi di Euro. Una follia collettiva che, per il momento, offusca la mente di chi potrebbe e
dovrebbe, Europa compresa, fermarsi e sedersi finalmente ad un tavolo di trattativa serio
e responsabile. E intanto la gente del popolo continua a morire, mentre i politicanti,
sempre sorridenti come se fossero in vacanza, si incontrano in consessi che hanno
sempre lo stesso cliché, sono tanto lussuosi quanto inconcludenti.
Generale Marcello Bellacicco
Autore del Libro “Noi ci abbiamo creduto” – Diario di 6 mesi di missione in Afghanistan
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Esperto di Politica Internazionale di cui parla sul suo Canale Youtube “Free Mind”
Disponibile su https://youtube.com/@freemindita?si=3NIJrMVgCbS5tAd
