Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

Fa male sentire sempre più spesso, con il giusto rammarico e un pizzico di nostalgia, la frase che – “la RAI non è più quella di una volta”, e addurre come causa la povertà dell’offerta e un certo scadimento complessivo della qualità rispetto al passato. 

Non è certo colpa dell’Azienda in quanto tale, ma, probabilmente, dei tempi avversi alla televisione lineare per l’avvento delle numerose e competitive piattaforme digitali on demand, e della contestuale diminuzione delle risorse disponibili, e forse anche di una inspiegabile carenza autorale e al tempo stesso imprenditoriale.


Forse non è un caso che il momento di maggior successo della RAI, come azienda, come incubatore di nuovi talenti e come ideatrice e produttrice di format di successo, coincida anche con l’ingresso nel 1972 di Giovanni Minoli nel palazzo di Viale Mazzini 14, che lo ha visto affermarsi come giornalista, autore, conduttore e dirigente.

E non è un caso che, in un recente articolo, Vittorio Feltri, Direttore del quotidiano Il Giornale, abbia esortato la RAI “a dimostrarsi all’altezza di Minoli”, elogiandone da sempre la competenza, la visione moderna e le capacità manageriali.

E’ palese che la Rai di questi ultimi 20 anni sembra aver bisogno di ulteriori competenze, di nuovi volti, di nuove idee e di adeguate risorse, che le possano consentire di riappropriarsi della propria identità e ritornare ai livelli qualitativi che l’hanno sempre contraddistinta e differenziata dalle Reti commerciali. E ovviamente, perchè questo accada, servono la volontà politica e le capacità imprenditoriali.

Per questo motivo, per Giovanni Minoli potrebbe essere giunto il momento di coronare un sogno che, per la sua lunga e affermata storia professionale, meriterebbe di realizzare.

Giovanni non si è mai limitato ad essere un eccellente giornalista e un fedele tradizionale continuatore della storia dell’azienda di Viale Mazzini, ma è stato un creativo vero, un coraggioso innovatore della TV e ha sempre riposto un’estrema cura nella scelta dei suoi collaboratori più stretti.

Un esempio per tutti fu Vilfredo Agnese, un’eccellenza nella sperimentazione di nuovi linguaggi, nella creazione di nuovi format e nella gestione, attenta e proficua per l’Azienda, dei palinsesti e della messa in onda. Fu Agnese che, insieme agli autori Claudio Canepari e Maurizio Iannelli, nel 2003 in qualità di Responsabile per l’innovazione e il palinsesto, ebbe l’idea di sperimentare la nuova linea produttiva della docufiction intitolata “Residence Bastogi“, otto puntate ambientate e girate in presa diretta con le telecamere digitali tra i giovani che abitavano nella periferia degradata di Roma.

Minoli ha un passato che pochi autori, pochi giornalisti e pochi dirigenti della Rai possono vantare. Ha rein­ven­tato l’inter­vi­sta “faccia a faccia” con personaggi celebri e spesso ostili a esporsi in TV con “Mixer“, il programma da cento minuti in TV  che per la prima volta nel 1981 introdusse in televisione i sondaggi di opinione.  Minoli ha sfidato coloro che hanno sempre pensato che la Storia in televisione fosse un flop riuscendo a trasformarla in un rac­conto popo­lare con “La Grande Storia” seguito poco dopo da  “La sto­ria siamo noi” e ha ideato il canale Rai Storia. Ma è stato autore di decine di format d’informazione di successo come Elisir, Blitz con Gianni Mina’, ma insieme a Renzo Arbore anche di intrattenimento come “Quelli della notte”, in onda coraggiosamente dalla mezzanotte in poi su Rai Due e collezionando uno share record del 51% con punte di 3 milioni di telespettatori che si addormentavano sui divani di casa, ma che suonata la mezzanotte non rinunciavano a perdersi l’intrattenimento del late night show all’italiana fatto di comicità surreale e tanta improvvisazione “con mestiere“.

Ma c’è un altro motivo per cui l’ex Direttore di Rai Due, di Rai Tre, di Rai Educational, oltre a essere considerato a tutti gli effetti anche il padre della fiction moderna e della lunga serialità italiana, potrebbe essere una scelta appropriata per la Rai di oggi: la sua capacità di porsi alla guida imprenditoriale dell’Azienda, come dimostrò quando dette  impulso al modello indu­striale della Rai investendo, quando gli altri non ci credevano, sul Centro di Produzione di Napoli che altri suggerivano di chiudere e che lui scelse, invece, di potenziare destinandolo alla realizzazione della  fiction “Un posto al sole” che ha raggiunto picchi di ascolti del 15% di share con 3 milioni di spettatori, un vero e proprio recod per Rai Tre; un’iniziativa che fu da subito e che è ancora oggi in grado di pro­durre valore, e il cui principale segreto del successo senza tempo sta nel racconto della soap perfettamente sincronizzato con il calendario del mondo reale e attuale.

In questi giorni, in occasione di un’intervista al quotidiano il Messaggero, Roberto Sergio, Direttore Generale della Rai, facendo riferimento alla poltrona ancora vacante dell’Ufficio di Presidenza dell’azienda, da una parte ha auspicato che potesse essere ricoperta da nomi che hanno scritto la storia della televisione del servizio pubblico, citando in particolare proprio Giovanni Minoli, ma al tempo stesso ha sottolineato che sarebbe impossibile pensare oggi a un tipo di televisione che ebbe uno straordinario successo a cavallo tra gli anni 90 e l’inizio di questo secolo, dal momento che la fruizione dei contenuti televisivi è cambiata in relazione alla nascita delle nuove piattaforme digitali on demand.

Ma questo vuol dire che la televisione lineare generalista ha definitivamente esaurito il suo compito e che se vuole continuare a sopravvivere dovrebbe uniformarsi alla televisione on demand sul modello ad esempio delle nuove piattaforme, come Netflix, Amazon Prime, Now, ecc…?

Credo che la risposta dipenda essenzialmente da cosa si intende per “uniformarsi”.

Se per uniformarsi, infatti, si intende trasformare la Rai in una televisione completamente on-demand, la risposta è no, perché la possibilità offerta dalle piattaforme digitali di accedere a contenuti non programmati, accessibili ovunque e in qualsiasi momento, è molto diffusa, soprattutto tra i giovani, ma è certamente contraria al ruolo inclusivo che la televisione lineare, tanto più se appartenente al Servizio pubblico, deve avere e ha mantenuto dalla sua nascita sino a oggi. 

La TV on demand è certamente uno strumento di comunicazione rapido, moderno ed efficiente, ma anche divisivo, perché ciascuno può accedere singolarmente quando e dove vuole ai contenuti che sceglie. 

La televisione lineare generalista è stata ed è ancora oggi, viceversa, inclusiva. Seppure siamo molto lontani dal tempo in cui le famiglie si riunivano intorno al televisore per assistere ad un programma offerto da una Rete nello stesso momento a tutti i propri telespettatori, la programmazione subordinata alle fasce orarie di posizionamento all’interno di un palinsesto, fa sì, comunque, che più persone guardino contemporaneamente uno stesso programma, spesso davanti al medesimo apparecchio, come accade per eventi istituzionali a carattere nazionale, eventi sportivi e kermes musicali internazionali, ecc…Del resto, i risultati ottenuti dalla Rai nella penultima edizione del Festival di Sanremo condotta da Amadeus, dimostrano che anche i più giovani di fronte a una proposta di contenuti conformi alle proprie aspettative e distribuiti sui canali loro dedicati hanno seguito, con numeri da capogiro e mai raggiunti prima,  le varie serate. 

Il progetto di Amadeus si fondò su una rivoluzione pop: svecchiare il cast musicale puntando sui gusti delle nuove generazioni, trasformare la kermesse televisiva in un evento multi piattaforma costruito su uno show che ha raggiunto sorprendentemente picchi di ascolto dell’85% nella fascia compresa tra i 14 e i 24 anni e la finale con 15 milioni di spettatori totali, trainata da oltre 800.000 device connessi contemporaneamente su “Small Screen“.

La questione centrale non è, per esempio, copiare o meno Netflix, ma valorizzare ciò che rende unica la TV generalista del servizio pubblico, finché questo la politica voglia mantenerlo tale: più eventi live, più informazione autorevole e imparziale, più programmi che siano in grado di ricreare una conversazione collettiva, senza dimenticare le nuove abitudini ed esigenze del pubblico di tutte l’età e assicurando la distribuzione multipiattaforma della programmazione.

In altre parole, la televisione lineare dovrebbe evolversi, ma non necessariamente diventare altro, e credo che abbia ancora alcune carte da giocare perché può svolgere un ruolo che le piattaforme streaming, pur potendolo tecnicamente svolgere, non lo fanno altrettanto bene: deve tornare a offrire una proposta inclusiva, con milioni di persone che guardano lo stesso programma nello stesso momento e ne parlano contemporaneamente interagendo con le varie piattaforme, commentando ciò a cui stanno assistendo anche tramite i social media. 

Arricchire di contenuti di qualità la televisione lineare non vuol dire preferirla a quella digitale: il ruolo di entrambe resta una conquista sociale e tecnologica irrinunciabile che va difesa, ma che va anche intelligentemente gestito con una visione inclusiva del mondo della comunicazione televisiva. Compito non facilissimo, ma attuabile e più impegnativo, ma non impossibile, per la televisione del Servizio pubblico che, nel caso della Rai vuol dire per l’Azienda  tornare a essere  gestita come un’impresa in grado di  produrre contenuti di qualità, assicurarsi buoni ascolti e relativi sostegni pubblicitari, seppure con l’obbligo istituzionale di svolgere anche la propria missione culturale e informativa, che deve necessariamente prescindere dalla logica dell’algoritmo e andare oltre l’audience e i ricavi pubblicitari.