Approfondiamo i fatti di oggi per comprendere meglio quelli che accadranno in futuro, perchè ciò che accadrà non nascerà all’improvviso

Il Medioriente non sta scegliendo un nuovo padrone. Sta costruendo un ordine nel quale nessuno è più esclusivo.

Il 19 marzo 2026, ragionando sulle conseguenze della crisi di Hormuz, avevamo costruito tre scenari.

Scenario A: Hormuz riapre. Parziale stabilizzazione.
Scenario B: Hormuz rimane instabile. Nuovo equilibrio.
Scenario C: Hormuz esce dal sistema. Shock globale.

Il ragionamento nasceva dentro un lavoro più ampio sui choke point e aveva portato a un articolo dal titolo Quando i choke points cedono, il mondo cambia direzione. La tesi non era che una rotta alternativa, avrebbe improvvisamente sostituito quella esistente. Era più semplice: un sistema globale comincia a cercare ridondanza prima che il suo punto critico abbia cessato completamente di funzionare. Cinque mesi dopo, la domanda non è più quale dei tre scenari si sia realizzato. È possibile che fosse sbagliata la domanda. Perché A, B e C non si stanno comportando come tre destinazioni alternative.

Si stanno comportando come fasi

Lo Scenario A è stato superato.
Lo Scenario B è diventato il funzionamento ordinario della crisi.
E alcuni effetti dello Scenario C sono già comparsi senza che Hormuz sia materialmente scomparso dal sistema. È qui che lo scenario comincia a diventare sistema.

Hormuz non doveva scomparire

Ad agosto 2026 lo Stretto di Hormuz non è semplicemente “chiuso” oppure “aperto”. È qualcosa di più
ambiguo e, proprio per questo, strategicamente più interessante. Prima della guerra transitava attraverso lo stretto circa un quinto delle spedizioni mondiali di petrolio e GNL. Oggi i flussi sono drasticamente ridotti: Reuters stimava il 22 agosto circa 8 milioni di barili al giorno contro oltre 20 milioni prima del conflitto. Washington sostiene che Hormuz sia aperto; Teheran afferma il contrario; gli armatori, che non hanno bisogno di risolvere la disputa semantica, riducono i passaggi e modificano le rotte. Ed è questo il dato. Uno choke point non deve cessare fisicamente di esistere per produrre effetti sistemici.

Deve diventare sufficientemente incerto.

Le compagnie statali cinesi COSCO Shipping Energy Transportation e China Merchants Energy Shipping hanno evitato da fine luglio sia Hormuz sia Bab el-Mandeb, utilizzando trasferimenti ship-to-ship al largo di Fujairah e dell’Oman. Prima della guerra quelle compagnie movimentavano circa metà delle importazioni cinesi di greggio mediorientale. Parallelamente, parte del petrolio saudita viene caricata sul Mediterraneo egiziano, modificando percorsi consolidati.
Non è Scenario C nel significato più semplice del termine.
Hormuz non è “fuori dal sistema”. Ma il sistema ha già iniziato a comportarsi come se non potesse più affidarsi pienamente a Hormuz. La differenza è enorme.

Lo Scenario B è diventato un metodo

L’Iran non ha bisogno di ottenere una vittoria militare convenzionale sugli Stati Uniti.
Ha bisogno di impedire agli Stati Uniti di trasformare la propria superiorità militare in una conclusione politica unilaterale. È una cosa diversa. La strategia iraniana descritta nelle ultime settimane appare costruita precisamente sulla pressione progressiva: rotte commerciali, infrastrutture energetiche, Hormuz, rischio di espansione verso altri choke point. L’obiettivo non è necessariamente provocare immediatamente una guerra totale, ma aumentare progressivamente il costo della situazione fino a rendere la negoziazione meno onerosa della prosecuzione del confronto.

Qui ritorna lo Scenario B.

Instabilità controllata, o almeno tentativamente controllata. Pressione senza soluzione definitiva.
Nessuna normalizzazione, ma neppure necessariamente la ricerca dello scontro terminale.
Solo che B ha prodotto qualcosa che a marzo non potevamo ancora osservare. Ha prodotto potere negoziale. Teheran lega ormai esplicitamente la riapertura di Hormuz alla rimozione del blocco americano dei porti iraniani, all’alleggerimento delle sanzioni, allo sblocco di risorse finanziarie e alla cessazione delle operazioni militari. Hormuz non è quindi più soltanto uno strumento di interdizione. È diventato parte del tavolo negoziale.
Persino il dossier nucleare, per decenni centro del confronto tra Iran e Occidente, rischia di essere affiancato o superato dalla questione del controllo politico dello stretto. Reuters ha definito Hormuz la nuova “golden weapon” iraniana: la leva attraverso la quale Teheran tenta di ottenere il riconoscimento di un diverso equilibrio regionale.
Quando l’Iran invita Washington ad “accettare la sconfitta” oppure presenta la propria sopravvivenza
politica e militare come una vittoria, naturalmente non sta fornendo una misurazione neutrale dell’esito
della guerra. L’economia iraniana è sotto enorme pressione, l’export petrolifero è stato duramente colpito e Washington continua a disporre di capacità economiche e militari incomparabilmente superiori.

Ma sarebbe altrettanto sbagliato fermarsi a questa constatazione. Perché la vera domanda è un’altra:
l’Iran è stato costretto ad accettare l’ordine politico imposto dagli Stati Uniti?
Finora, no. Ed è qui che ritorna un’altra nostra riflessione di giugno: la superiorità militare e la capacità di imporre il significato politico di una guerra non sono necessariamente la stessa cosa.

Ma nel frattempo la regione ha cominciato a muoversi

Il cambiamento più importante, però, non riguarda soltanto Iran e Stati Uniti. Riguarda ciò che gli altri stanno facendo mentre il confronto continua.
Il 7 agosto Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato il Mecca Joint Defence Agreement. Un attacco contro uno dei tre viene considerato un attacco contro tutti. Ankara ha successivamente annunciato strutture permanenti di coordinamento politico-militare, esercitazioni congiunte, cooperazione industriale, sistemi senza pilota, guerra elettronica e intelligenza artificiale. La Turchia ha
inoltre dichiarato che l’accordo potrebbe essere allargato, indicando l’Egitto tra i possibili candidati.
Non significa nascita di una NATO mediorientale. Non significa nemmeno rottura con gli Stati Uniti. Tutti e tre i Paesi mantengono relazioni profonde con Washington e la stessa Ankara insiste sul fatto che la nuova intesa non sostituisce le alleanze esistenti.

Il segnale è più sottile.

La sicurezza regionale comincia a essere prodotta anche regionalmente. Ed è forse questo uno degli sviluppi più importanti degli ultimi mesi.
L’Arabia Saudita non sta scegliendo semplicemente tra Washington e Pechino. Sta aumentando il numero delle proprie opzioni.

La Turchia non sta uscendo dalla NATO

Sta trasformando la propria appartenenza alla NATO in una delle risorse di una politica regionale molto più autonoma. Il Pakistan non è più soltanto una potenza dell’Asia meridionale con legami militari storici con Riyadh. Entra formalmente dentro un meccanismo di deterrenza mediorientale, portando con sé forze armate, industria militare e il peso simbolico di essere l’unica potenza nucleare del mondo musulmano. La differenza è fondamentale. Non stiamo osservando la sostituzione di un ordine con un altro. Stiamo osservando la moltiplicazione delle garanzie.

La Cina entra, ma non come nuova America

Anche qui è facile cadere nell’eccesso opposto. Il Medio Oriente non sta passando sotto l’ombrello cinese. Pechino non sembra avere né l’intenzione né, almeno per ora, gli strumenti per replicare il sistema americano di basi, alleanze e garanzie militari.

Eppure qualcosa è cambiato

Durante la guerra, governi del Golfo hanno chiesto alla Cina di utilizzare la propria influenza economica sull’Iran per favorire la de-escalation e contribuire alla sicurezza delle rotte attraverso Hormuz e Bab el Mandeb. Reuters descrive esplicitamente governi arabi che stanno verificando quanto Pechino sia realmente capace di incidere su Teheran dopo che la crisi ha mostrato i limiti della capacità americana di garantire contemporaneamente deterrenza, stabilità e continuità dei flussi.
La Cina, però, si muove con estrema cautela.
Compra petrolio. Investe. Parla con l’Iran. Parla con i Paesi del Golfo. Cerca accordi pratici con gli Houthi per proteggere il proprio traffico. Ma evita deliberatamente di assumere obblighi di sicurezza paragonabili a quelli americani.
È proprio questo che rende interessante il fenomeno.

Non occorre che la Cina sostituisca gli Stati Uniti perché l’esclusività americana diminuisca

È sufficiente che esista un secondo interlocutore credibile per alcune funzioni.
Un terzo per altre. E un meccanismo regionale per altre ancora. L’ordine perde centralità senza necessariamente perdere il suo attore militarmente dominante.

Turchia e Israele: dalla divergenza alla competizione

Il 21 agosto Ankara ha annunciato la richiesta di una Red Notice Interpol contro Benjamin Netanyahu nell’ambito del procedimento turco relativo all’intercettazione della Global Sumud Flotilla.
È necessario essere precisi: la Red Notice non è stata ancora emessa da Interpol. La Turchia ne ha chiesto l’emissione sulla base di mandati nazionali. Ma il significato politico rimane. Il confronto turco-israeliano non si limita più alla condanna diplomatica di Gaza.
Si estende alla Siria, dove il crescente peso turco dopo la caduta di Assad entra direttamente nel calcolo strategico israeliano. Negli stessi giorni in cui Ankara internazionalizza sul piano giudiziario la pressione contro Netanyahu, Israele colpisce infrastrutture siriane che teme possano essere utilizzate da forze turche.
Non siamo necessariamente davanti alla preparazione di una guerra turco-israeliana.
La domanda corretta è diversa: la loro rivalità sta diventando una componente permanente dell’architettura regionale? Sempre più elementi suggeriscono di sì. Ed è esattamente la differenza tra una crisi diplomatica e una trasformazione strutturale.

Pakistan dentro. India sulla soglia

Anche l’Asia meridionale entra nel nuovo quadro, ma attraverso due traiettorie differenti.
Il Pakistan entra dall’interno della sicurezza regionale: Riyadh, Ankara, deterrenza, cooperazione militare. L’India rimane per ora in una posizione diversa. New Delhi ha dichiarato di seguire attentamente il nuovo patto saudita-turco-pakistano, mentre la crisi di Hormuz sta costringendo anche l’economia indiana a diversificare approvvigionamenti energetici precedentemente molto dipendenti dal Golfo.

Indian Oil sta ampliando, per esempio, le forniture di GPL dall’Algeria e dagli Stati Uniti proprio nel quadro delle interruzioni mediorientali. Non metterei quindi India e Pakistan sullo stesso piano.
Il Pakistan sta entrando nell’architettura di sicurezza. L’India sta aumentando il proprio peso come grande potenza economica esposta alla trasformazione della regione e costretta a ripensare rotte, approvvigionamenti e bilanciamenti. Sono due ingressi diversi nello stesso sistema.

America ancora dentro. Medio Oriente sempre meno organizzato intorno all’America

Questo è probabilmente il punto sul quale occorre maggiore cautela. Parlare di Medio Oriente “post-americano” oggi sarebbe prematuro. Gli Stati Uniti continuano a possedere capacità militari, navali, economiche e finanziarie che nessun altro attore è in grado di sostituire. Il blocco americano sta provocando danni profondi all’economia iraniana. Le sanzioni continuano a incidere sulle esportazioni. La presenza militare americana rimane decisiva per gli equilibri del Golfo. Ma capacità di coercizione e capacità di organizzare un sistema non coincidono.

Ed è qui che qualcosa sembra essersi rotto.

Arabia Saudita, Turchia e Pakistan costruiscono un proprio meccanismo di deterrenza. Il Golfo chiama Pechino quando ha bisogno di influenza su Teheran. La Cina tratta direttamente per proteggere i propri flussi. L’Iran trasforma Hormuz in leva negoziale. La Turchia costruisce un proprio spazio strategico dalla Siria al Mar Rosso. Israele conserva enorme superiorità militare, ma incontra una regione nella quale sempre più attori stanno cercando strumenti per contenerne l’autonomia. Pakistan ed India vengono progressivamente trascinati dentro la geometria del Golfo.

Nessuno di questi fenomeni, preso singolarmente, dimostra la fine dell’ordine americano. Presi insieme, mostrano invece la fine dell’esclusività americana. Ed è una differenza enorme.

Quando lo scenario diventa sistema

Torniamo allora ai tre scenari di marzo.

A – Hormuz riapre e il sistema torna verso la normalizzazione. Non è successo.

B – Hormuz rimane instabile e nasce un nuovo equilibrio. È successo, ma B non è rimasto fermo.

L’instabilità ha modificato rotte, assicurazioni, comportamenti degli armatori, strategie energetiche,
alleanze, meccanismi di deterrenza e interlocutori diplomatici.

C – Hormuz esce dal sistema e produce uno shock globale. Hormuz non è completamente uscito dal sistema.

Ma una parte degli effetti di C è arrivata senza bisogno che lo facesse. Questa è probabilmente la correzione più importante da apportare oggi al nostro vecchio modello. Avevamo pensato A, B e C come scenari alternativi. La realtà sembra mostrarli come una possibile sequenza:

A viene superato.
B diventa permanente.
La permanenza di B comincia a produrre conseguenze da C.

E quando quelle conseguenze cambiano le scelte degli Stati, le rotte delle navi, le garanzie di sicurezza, gli interlocutori diplomatici e persino la geografia delle alleanze, non stiamo più osservando solamente una crisi. Stiamo osservando una trasformazione del sistema.

Il Medio Oriente che ne emerge non è cinese. Non è russo. Non è iraniano. E non ha ancora smesso di essere profondamente legato agli Stati Uniti. È qualcosa di più difficile da rappresentare sulle vecchie mappe. È una regione nella quale Washington rimane dentro, ma sempre meno attori accettano che Washington sia l’unica porta. Una regione nella quale le alleanze convivono con accordi concorrenti.

Nella quale un membro della NATO può costruire un patto militare con Arabia Saudita e Pakistan e
contemporaneamente entrare in rivalità crescente con Israele. Nella quale il Golfo può essere partner militare americano e chiedere contemporaneamente alla Cina di parlare con l’Iran. Nella quale Teheran può subire danni enormi e tuttavia conservare abbastanza capacità di disturbo da pretendere che il proprio ruolo venga negoziato.
Non è assenza di ordine. È un ordine diverso. Un ordine nel quale l’accesso conta sempre più del possesso, la ridondanza più dell’esclusività, la pressione più della conquista e la capacità di obbligare gli altri ad adattarsi più della capacità di
imporre una vittoria definitiva.

A marzo osservavamo un choke point e ci chiedevamo dove avrebbe portato il sistema. Ad agosto il punto di osservazione può essere rovesciato.

Non è più soltanto Hormuz a dirci qualcosa sul Medio Oriente.
È il Medio Oriente che, attraverso Hormuz, Cina, Turchia, Arabia Saudita, Pakistan, Iran e Israele, sta
mostrando qualcosa sul funzionamento del nuovo sistema internazionale.
Quando uno scenario costringe abbastanza attori a cambiare comportamento, smette di essere
uno scenario.
Diventa sistema.

Immagine grafica di copertina realizzata con IA.

Ireneusz Sebastian Nowinski

Founder & Strategic metodo Epsilon NOG – Presidente Fondazione Generazione Ponte – Scuola di Limes

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